Terapie intensive, i nuovi dati sugli ingressi sono una buona notizia ma non basta

Il 3 dicembre 2020 a per la prima volta sono cambiati i dati sul numero di entrate in terapia intensiva per COVID-19.
“Ma non li avevamo già?” No, avevamo il totale dei ricoverati ogni giorno, cioè il risultato fra le entrate giornaliere, le uscite giornaliere (nel bene e nel male) e chi era in terapia intensiva anche ieri, e c’è anche oggi. Come abbiamo detto in più occasioni però, avere la somma senza gli addendi è un risultato parziale, perché non ci dice come davvero stanno i sistemi sanitari regionali, e in particolare se il carico è tale da permettere alle strutture di seguire al meglio i malati, come medici e infermieri desidererebbero.
Un esempio di fraintendimento che ne deriva: i salti di gioia mediatici di chi legge un -20 terapie intensive senza chiedersi se le persone siano uscite vive o morte, e quante ne siano entrate.
Un -20 può significare molte cose:

– che non è entrato nessuno di nuovo e che 20 persone sono uscite vive perché stavano meglio;
– che non è entrato nessuno di nuovo e che 20 persone sono decedute;
– tutte le combinazioni possibili dei numeri fra entrati e usciti dalle TI. Per esempio che 1 persona è entrata e 21 sono uscite, o che 10 pazienti sono entrati e 30 usciti, o che 100 persone sono entrate e 120 sono uscite (vive o morte).

Le combinazioni sono un numero non infinito, avendo il dato dei contagi e dei decessi, ma comunque tante, ovviamente alcune più probabili di altre.
Abbiamo fatto tutta questa noiosa premessa per dire che al momento non avendo avuto i dati sui flussi di entrate e uscite, non avevamo gli strumenti precisi per capire quanto bene o quanto male stavano andando le cose nelle varie regioni, anche se l’aumento quotidiano dei decessi qualche orientamento che lo dava.

La novità  – avere cioè i dati di chi è entrato in terapia intensiva in un dato giorno (e quindi avere il dato di chi è uscito, dato che basta fare la sottrazione fra le due colonne della tabella) – è un bel passo in avanti, e pure noi menagrami di Infodata, mai contenti, siamo lieti di questa conquista.

Ma non basta. Speriamo di avere presto i dati su dove sono morti i pazienti: se in terapia intensiva, o nei reparti cosiddetti “non critici”, dove comunque la mortalità c’è eccome e basta leggere i bollettini giornalieri di alcune ASL che autonomamente condividono questo dato insieme all’età dei deceduti (come fa per esempio la ULSS 1 Dolomiti ) , o addirittura a casa.
Sono scenari diversi, che ci dicono cose diverse.

Continua su Il Sole 24 Ore

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