Abbiamo bisogno di dati solidi nazionali sui senzatetto. Ecco quel che sappiamo

Durante la pandemia i media si sono ricordati improvvisamente dei senzatetto. Ci siamo resi conto che #iorestoacasa non poteva valere per tutti.

Interessante è la serie di video realizzati da Yohana Ambros, una 29 enne videomaker e senzatetto, fra le strade vuote di Milano, e pubblicati su Youtube dal titolo “Dal basso a piedi nudi”. Yohana racconta a Vice Italia di vivere per strada dal 2016. Prima lavorava in nero per un B&B in un piccolo centro del milanese, mentre oggi si guadagna da vivere con la giocoleria per bambini.

Sono diverse le storie emerse in questi mesi di pandemia su come le persone senza una casa hanno vissuto questo periodo. In molti poi, si sono dati da fare in questi mesi di COVID-19: diversi comuni italiani hanno aumentato il numero di posti letto nei dormitori. Ma al di là dell’emergenza, il problema è strutturale e non abbiamo dati solidi a livello nazionale sulla presenza di persone senzatetto in Italia e sulla prevalenza delle condizioni di rischio per la salute. Gli ultimi dati Istat risalgono a una rilevazione del 2014, che considerava solo le persone senza dimora che, nei mesi di novembre e dicembre 2014, avevano utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna nei 158 comuni italiani in cui era stata condotta l’indagine.

Ci sono delle stime della Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Fissa Dimora (fio.PSD), e alcune rilevazioni di Caritas e di altre associazioni locali (a Milano per esempio la Croce Rossa, Progetto Arca, solo per citarne alcune). A Milano dal 19 al 21 febbraio 2018 è stato condotto un censimento dei senzatetto per municipio (racCONTAMI 2018 ), organizzato dalla Fondazione Rodolfo Debenedetti con la partecipazione del Comune di Milano e dell’Università Bocconi.

Non abbiamo però un database ufficiale per tutte le maggiori città italiane.

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19 studenti per la seconda edizione di HCP: ancora qualche giorno per iscriverti!

hcpIl 19 giugno prossimo inizia la seconda edizione di HealthCom Program, il primo corso pratico in e-learning centrato sulla comunicazione sanitaria sui social media.

Un corso di formazione altamente specializzato per medici, aziende sanitarie e associazioni di settore, adatto ad ogni livello, che ti permette di costruire da subito una presenza online efficace.

6 mesi, 10 lezioni in Webinar (live e da rivedere in area riservata), 20 ore totali, e contenuti extra.

Se non sai ancora che cos’è HCP trovi una video spiegazione qui ,mentre sul nostro profilo Facebook puoi rivedere una diretta che ho fatto qualche giorno fa sulle novità 2020. Su Quotidiano Sanità trovi invece qualche mia considerazione sul perché se ti occupi di sanità è utile che tu abbia un quadro preciso di qual è il panorama degli strumenti di comunicazione che può far decollare la tua professione o un tuo progetto.

Siamo davvero entusiasti della partecipazione 2020: 19 professionisti da tutta Italia hanno deciso di salire a bordo

ma le iscrizioni sono aperte fino al 18 giugno!

Hai ancora tempo per cogliere l’attimo. Dai un’occhiata al sito e al programma con tutte le novità di quest’anno, per esempio una parte dedicata alla comunicazione del rischio, una al gaming e a TikTok. Quest’anno abbiamo l’onore di avere come docente di una lezione Eugenio Santoro, Ricercatore dell’Istituto Mario Negri di Milano, una delle persone più competenti in Italia sulla comunicazione sanitaria digitale.

Nel sito troverai anche un ebook gratuito da scaricare su “I 10 errori della comunicazione sanitaria online”.

E se invece sei semplicemente un curioso dell’argomento, ma non hai voglia o modo di partecipare al corso, entra a far parte del nostro gruppo Facebook HealthCom program – Class, dove condividiamo contenuti e ci confrontiamo su questo mondo sanitario sempre in evoluzione.

Ciao!

Cristina e tutto il team di HCP

 

Covid-19, il rischio calcolato e gli effetti collaterali

Nell’agosto 2006 a Praga si tenne l’assemblea mondiale degli astronomi. Nessuno ricorda quella data, ma ci ha lasciato un’immagine famosa: la sala gremita di mani alzate. Si stava votando per decidere se Plutone dovesse essere o no considerato in futuro un pianeta.

È chiaro che non è la scienza a essere fatta “per alzata di mano”, non è il metodo a essere messo in questione. Si alza la mano per decidere quale indicatore valga più degli altri, quale debba diventare la vera unità di misura.

Per la prima volta dall’inizio dell’emergenza sanitaria Covid-19 in Italia il decisore politico non fa proprie le posizioni  della comunità scientifica, da sempre più scettica in fatto di riapertura. La chiave per capire l’espressione “Rischio Calcolato” usata da Giuseppe Conte per giustificare la riapertura dell’economia italiana non ha come focus la parola “rischio”, ma proprio il suo essere “calcolato”, concetto che nella nostra mente presuppone che suddetto rischio non sia solo “noto”, ma “considerato ai fini della decisione”.

Molte voci stanno sottolineando che non sappiamo chi ha calcolato questo rischio, e soprattutto come.

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Teoria dei giochi ed etica: se non ci sono risorse sufficienti, chi curiamo per primo?

Detta così sembra semplice. Si tratta di principi altamente condivisibili. Altra cosa però è tradurre questi principi in giustizia sociale, all’atto pratico: dipende da quali indicatori decidiamo di considerare e da come misuriamo il vantaggio.

Gli autori propongono nell’articolo sei raccomandazioni pratiche, che vorrebbero essere specifiche per l’allocazione delle risorse mediche nella pandemia di Covid-19. I sei consigli sono: scegliere ciò che massimizza i benefici; dare la priorità agli operatori sanitari; non assegnare in base al principio “primo arrivato, primo servito”; focalizzarsi sulle evidenze scientifiche; riconoscere la partecipazione alla ricerca; e applicare gli stessi principi a tutti i pazienti COVID-19 e non-COVID-19.

Si tratta comunque di raccomandazioni ancora generiche. Già nel 2009,the Lancet aveva provato a tradurre i macro valori etici in in pratiche di vita reale, basandosi sull’idea che ogni sistema sanitario è diverso, ognuno ha i propri punti di forza e i propri punti critici, che offrono una visione dei fattori fisiologici e sociali che andrebbero considerati quando si dà la priorità alle cure.

Il problema è che ognuna delle sei raccomandazioni – tutte sensate – vive intrinseche aporie, che aprono a diverse possibilità interpretative. Vediamo comunque le raccomandazioni del NEJM una per una.

“Prima il più malato”

Un approccio prioritario tratta prima i più malati. Nelle cure di emergenza, ad esempio, un paziente affetto da infarto “sorpassa” un paziente con un braccio rotto. È la logica a ci assistiamo in Italia nella gestione del Triage al Pronto Soccorso: il codice giallo passa avanti al verde, il rosso al giallo, e via dicendo.

In emergenza però questo approccio presuppone che i vincoli delle risorse siano temporanei e che presto saranno disponibili risorse aggiuntive per il trattamento di altri pazienti.

Il punto è durante un periodo di scarsità prolungata, come l’attuale pandemia di COVID-19, questo approccio non considera l’elemento tempo: il trattamento di un paziente gravemente malato per un lungo periodo di tempo è più “efficiente” rispetto al trattamento rapido di diversi pazienti meno malati?

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