Come ti rovino l’industria del falso con un pezzo di silicio

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Come mandare in rovina l’industria del falso? Con un chip. Questa almeno è l’idea di Srini Devadas, docente di Ingegneria Elettrica e computer science che sulle sue ricerche sta costruendo un vero e proprio business. Che si tratti di un passaporto, di un badge o di una borsetta, l’eclettico ingegnere è convinto di farcela e non esclude altre applicazioni.

L’idea di Devadas è semplice e soprattutto low cost: costruire dei minuscoli chip che abbiano la stessa peculiarità dell’impronta digitale umana: essere cioè unici. Come? Introducendo delle variazioni quasi impercettibili all’interno degli stessi chip in fase di fabbricazione, che li rendano l’uno diverso dall’altro. Differenze che devono essere piccolissime e soprattutto impossibili da prevedere. Questi chip anti contraffazione sono inoltre fatti di silicio, che li rende una tecnologia assolutamente a basso costo, facilmente utilizzabile all’interno di etichette con identificazione a radio frequenza.

L’azienda che sta trasfomando l’idea di Srini in realtà si chiamaVerayo ed è un’azienda nata nel 2005 in seno al MIT, proprio grazie a lui. Da anni l’azienda lavora nella direzione di mettere a punto nuove tecnologie per combattere la piaga della contraffazione basandosi sulla cosiddetta PUF technology, inventata proprio da Devadas durante il suo lavoro al MIT. La PUF technology non è altro che un insieme di circuiti elettrici estremamente sensibili a variazioni minime, che possono essere incorporati nel chip per renderlo unico, come un’impronta digitale umana. Questi semiconduttori sfruttano quindi questa sorta di “biometria del silicio”, e dato che le variazioni prodotte sono imprevedibili, permanenti e impossibili da replicare, ogni chip diventa non clonabile e i parametri utilizzati diventano segreti dal punto di vista della sicurezza.

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Un secolo fa il genocidio armeno

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Per interpretare le fotografie scattate da Armin Wegner non c’è bisogno di semiotica. È un’osservazione muta, come la lettura de La Masseria delle allodole di Antonia Arslan, il best seller che ha fatto conoscere al mondo la tragedia armena in tempi recenti.

Il 24 aprile si celebrano i 100 anni dai fatti che oggi vengono quasi universalmente indicati come genocidio armeno. Scriviamo quasi, perché nonostante anche Papa Francesco abbia individuato nel genocidio armeno il primo capitolo delle persecuzioni del XX secolo, c’è chi ancora lo nega.

La data del 24 aprile è stata scelta per la commemorazione perché proprio quel giorno del 1915 vennero eseguiti i primi arresti da parte delle forze turche fra gli esponenti dell’élite armena della capitale, Costantinopoli. Si tratta del primo atto di quella che diventerà una vera e propria deportazione di massa di un popolo, vent’anni prima del nazismo.

È sufficiente però scartabellare fra le carte (reperibili online sul sito dell’Armenian National Insitute) per capire immediatamente che il genocidio armeno non è stato solo il 24 aprile, e soprattutto non si è trattato di un fenomeno circoscritto al 1915. Gli episodi di violenze, stupri, saccheggi, deportazioni, impiccagioni, torture e marce della morte nel deserto sono durati almeno per un decennio. L’apice va registrato tra il 1915 e il 1917, come ben testimonia l’obiettivo attento di Wegner, ma ci sono stati anche episodi precedenti.

Come nel 1909, quando circa 30 mila armeni vennero massacrati nella regione della Cilicia, nella parte meridionale dell’odierna Turchia. Ma episodi di violenza contro la popolazione armena si erano verificati già dieci anni prima in Turchia, fra il 1894 e il 1896, per un totale – si stima – di circa 50 mila vittime. L’ultimo fatto riportato negli annali ufficiali risale invece al 1920, quando su 10 mila abitanti della regione di Hadjin, 9500 vennero uccisi dalle forze nazionaliste turche.

Provare a raccontare un episodio storico con i dati è particolarmente delicato perché, come sempre quando si lavora sulla storia, di dati certi non ce ne sono. Inoltre, in ragione del fatto che quello del riconoscimento del genocidio è un problema aperto, non esistono stime ufficiali che mettano d’accordo la popolazione armena e le autorità turche. La tesi del governo di Ankara è che non si sia trattato di genocidio, ma di uno scontro che ha visto perdite da ambo le parti. I numeri, però, rendono difficile sostenere questa linea: gli armeni stimano fino a oltre 2 milioni di vittime, i turchi 300 mila. Numeri che presentano una certa variabilità e che rendono difficile la possibilità di indicare statistiche certe.

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Ecco dove le mine antiuomo continuano a uccidere

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Ci sono state 3308 persone morte a causa di una mina solo nel 2013, e uno su due era un bambino. L’80% delle vittime sono state civili, il 18% militari e il 3% di chi ha perso la vita stava cercando di rendere innocua una mina. Il 4 aprile di ogni anno si celebra l’International Day for Landmine Awareness, perché anche se oggi i morti sono circa un terzo rispetto al 1999, il problema è lungi dall’essere risolto.

I dati sull’argomento sono deficitari per definizione, ma comunque esistono delle statistiche che fotografano con buona precisione il fenomeno. Le fornisce un report intitolato Landmine monitor 2014 pubblicato dall’International Campaign to Ban Landmines – Cluster Munition Coalition, che include dati aggiornati, dove possibile, all’ottobre 2014. Un esempio concreto è il recente conflitto fra le forze governative ucraine i e separatisti russi scoppiato nei primi mesi del 2014. Qui secondo il dossier sarebbe stata documentata la presenza di mine, ma non è stato possibile entro ottobre 2014 determinare se e da chi sono state utilizzate. La stessa cosa è accaduta con gruppi armati in Afghanistan, Colombia, Libia, Myanmar, Pakistan, Siria e Yemen.

Il primo fatto da non dimenticare è che di mine attive ve ne sono ancora moltissime, sebbene esista dal 1997 una convenzione internazionale per abolire l’uso, lo stoccaggio, la produzione e il trasporto di questi ordigni e che ne favorisca la definitiva distruzione. Si tratta del Trattato di Ottawa, noto anche come Convenzione internazionale per la proibizione dell’uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione. Al momento però 34 stati al mondo non hanno firmato il trattato e due l’hanno firmato ma non ratificato. E non stiamo parlando di pesci piccoli: fra i non firmatari troviamo la Cina, l’India, la Corea del Nord e la Russia. E anche gli Stati Uniti, che stando però, a quanto riporta il documento, avrebbero annunciato nuove politiche nel giugno dello scorso anno per bandire una volta per tutte la produzione, l’acquisto, lo stoccaggio e soprattutto l’uso di mine, tranne nella penisola coreana.

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Go East! La crescita urbana del Sudest asiatico

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«Singapore, vado a Singapore, vi saluto belle signore». Così recitava un noto ritornello all’inizio degli anni Settanta, oggi più vero che mai. Secondo recenti dati di Euromonitor infatti, più di un terzo di tutte le destinazioni turistiche scelte nel 2013 appartengono proprio alla regione del Sudest asiatico. Sei città della top ten sono asiatiche, compreso l’intero podio, costituito nell’ordine da Hong Kong, Singapore e Bangkok, con una media di 20 mila arrivi annui.

Il Sud-Est Asiatico piace, e forse una delle ragioni è la sua caratteristica di essere, e soprattutto sembrare, sempre in movimento. Nulla è immobile, tutto cresce, crolla, si trasforma, a una velocità a tratti impensabile per il Vecchio Continente. L’espansione urbana è infatti un fenomeno indiscutibile degli ultimi anni per questa regione, e va senza dubbio di pari passo con uno sviluppo economico tangibile. «Fino a qualche decennio fa l’economia mondiale ruotava intorno a quella statunitense e in misura minore a quella europea, mentre oggi la vera locomotiva sono appunto i paesi asiatici, in particolare quelli a reddito medio alto, che stanno mostrando una crescita maggiore e più rapida» ci racconta Alessandro Pio, Scientific Advisor presso l’Istituto di Studi Politici Internazionali (ISPI).

Dell’urbanizzazione in questi paesi parla un recente dossier pubblicato dalla World Bank intitolato East Asia’s changing urban landscape che fornisce un’interessante panoramica sui numeri di questa crescita dal 2000 al 2010. Un primo dato crudo: se tutta la nuova popolazione urbana, circa 200 milioni di persone, si riunisse in un unica nazione, essa occuperebbe la sesta posizione nella classifica mondiale. A oggi la regione del Sudest asiatico allargata (comprendendo quindi anche Cina, Giappone, Corea e Mongolia) ha 869 aree urbane con più di 100 mila abitanti, di cui 8 con oltre 10 milioni e 14 con una popolazione compresa fra i 5 e i 10 milioni. Numeri importanti che necessitano di infrastrutture in proporzione in grado di erogare servizi, generando al tempo stesso profitti e attirando capitali stranieri.

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