Je suis charlie – Numero speciale di Expost Magazine

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LA REDAZIONE DI CHARLIE HEBDO, magazine satirico di Parigi, è stata attaccata alle 11.20 del 7 gennaio 2015. Due uomini con il passamontagna nero, in tenuta da guerra, e armati di Kalashnikov AK-47 e fucile a pompa, sono entrati nel palazzo del giornale. Una postina ha assistito alla scena: “Ero nel palazzo, in un fondo al corridoio. Ho visto due uomini mascherati e armati che cercavano la redazione, e si sono messi a sparare in aria per spaventarci. Volevano sapere dove fosse l’ingresso, ma sono riuscita a scappare”. I terroristi hanno costretto un addetto alla manutenzione, Fréderic Boisseau,a dirgli che la redazione si trovava al secondo piano e a quel punto l’uomo non serviva più, e lo uccidono. E’ la prima vittima del massacro alla redazione di Charlie Hebdo.

I due uomini armati da quel momento sanno dovesi trova la redazione e salgono al secondo piano, dove trovanola disegnatrice Corinne Rey, la firma “Coco”, che era appena andata a cercre la figlia all’asilo. “Ero andata a prendere miafiglia al Kindergarten e, arrivata con lei davanti alla porta del palazzo del giornale, due uomini incappucciati ed armati cihanno brutalmente minacciate. Volevano entrare, salire. Ho aperto la porta con il codice numerico” – ha raccontato la vignettista di Charlie Hebdo. A quell’ora si teneva la riunionedi redazione del settimanale. Non era quindi un orario a caso.

Attorno al tavolo, per la riunione di redazione, c’erano il direttore Stephane Charbonnier, Charb, la sua guardia del corpo Franck Brinsolaro, che lo proteggeva dal 2006, e le firme: Georges Wolinski, Jean Cabut alias Cabu, Bernard Verlhac alias Tignous, Philippe Honoré, l’economista e editorialista Bernard Maris, il correttore di bozze Moustapha Ourrad. E c’erano anche Elsa Cayat, psicologa e giornalista, e Michel Renaud, ex consigliere del sindaco di Clermont.

All’interno della redazione, il primo a morire è stato l’agente di scorta del direttore. Lo hanno ucciso con più colpi, senza lasciargli il tempo di reagire. Subito dopo è toccato a Charb, l’obiettivo principale del commando. I terroristi avrebbero chiesto ai giornalisti di dire il loro nome, per sparare a colpo sicuro: avevano dei bersagli.

“Hanno sparato su Wolinski e Cabu. È durato cinque minuti, mi ero rifugiata sotto la scrivania. Parlavano perfettamente francese: hanno rivendicato di essere di Al Qaeda“ – prosegue il racconto della disegnatrice Coco. Raggiunto il loro obiettivo, i terroristi sono tornati in strada e si sono diretti verso una Citroën nera dove c’era un terzo uomo ad aspettarli per la fuga.

Nello stesso edificio finito sotto attacco c‘è la sede della Agenzia Premieres Lignes, e i giornalisti che si erano rifugiati sul tetto hanno filmato con gli smartphone gli attentatori in strada che sparavano colpi di kalashnikov al grido di “Allah Akbar“.

I terroristi sono fuggiti in auto verso il vicino Boulevard Richard Lenoir, passando da Alléè Verte, dove hanno incontrato un‘auto della polizia. Gli assalitori avrebbero aperto il fuoco e gli agenti hanno risposto. Gli attentatori, per sfuggire al blocco, hanno fatto un‘inversione di marcia ma dopo poche centinaia di metri sono incappati in un‘altra pattuglia, con cui hanno ingaggiano un‘altra sparatoria.

“Allah Akbar!”, gridavano, e sembravano sul punto di rientrare in auto quando hanno visto avvicinarsi un agente di polizia in bicicletta, lungo il boulevard Richard Lenoir. Gli sparano e il poliziotto cade a terra.

Uno dei due assassini cammina deciso verso di lui. Il ferito sembra immobile, si volta leggermente e alza un braccio, per proteggersi o implorare pietà. E viene finito con un colpo alla testa. Si chiamava Ahmed Merabet, 42 anni, lavorava al commissariato centrale dell’XI arrondissement di Parigi.

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La Silicon Valley dell’ottica resiste nella terra del Vajont

Riportato da pagina99

Belluno. Il 9 ottobre del 1963  pag99vajontuna gigantesca frana fece tracimare il bacino artificiale del Vajont riversando a valle un’onda di cinquanta milioni di metri cubi d’acqua che spazzò via in pochi minuti i paesi di Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè, facendo 1.917 morti. Tra i fattori che hanno determinato la rinascita, anche economica, di quelle terre c’è la decisione delle grandi aziende del distretto bellunese dell’occhiale di trasferire proprio lì, a partire dalla fine degli anni Ottanta, la loro sede o i principali centri di produzione. L’ultimo stabilimento in zona la Marcolin Eyewear, che insieme alla De Rigo Vision Spa oggi ha sede proprio a Longarone, lo ha acquistato un mese fa: 3.500 metri quadri per 5 milioni di euro nella vicina Fortogna. La produzione inizierà la prossima primavera e darà lavoro ad altre 50 persone.

Insieme a Luxottica e Safilo, gli altri due colossi dell’industria ottica locale, De Rigo e Marcolin si spartiscono la quasi totalità dei marchi di moda esistenti e coprono la maggior parte del mercato mondiale dell’accessorio forse più glamour che l’industria dello spettacolo del Novecento abbia prodotto. Così oggi se camminiamo per le strade di Roma, New York, Rio de Janeiro o Rostov, sul Don, possiamo essere certi che la maggior parte degli occhiali da sole e da vista che ci scrutano sono creati nelle Dolomiti. Perché se gran parte del Made in Italy – dall’auto ai collant, passando per le caffettiere – oggi fatica a rimanere ancorato al nostro Paese, tutte le grandi aziende dell’ottica mantengono lo zoccolo duro in Val Belluna.

Il cuore di Luxottica per esempio continua a rimanere ad Agordo e il suo braccio destro a Sedico, un paesino di poco più di 10 mila abitanti che ospita 36 mila metri quadrati di stabilimento dal quale ogni giorno partono oltre 200.000 pezzi distribuiti in tutto il mondo. Una macchina da guerra che nel 2013 ha prodotto un fatturato da capogiro, 7,3 miliardi di euro. Ma anche Safilo, De Rigo e Marcolin hanno registrato, nello stesso anno, fatturati record: rispettivamente, 1,2 miliardi, 370 milioni e 345 milioni di euro. Il binomio occhiale-Val Belluna non equivale infatti solo a Luxottica. Certo, l’azienda di Leonardo Del Vecchio è ancora la locomotiva indiscussa del settore, con il fatturato in crescita costante alla faccia della crisi, più di 73 mila dipendenti e 77 milioni di pezzi venduti solo nel 2013. Ma è il distretto nel suo complesso ad aver cambiato negli ultimi cinquant’anni volto all’intera valle (si veda il box in basso). Ogni giorno a Belluno si gestiscono occhiali destinati a tutti i continenti: Luxottica e Safilo distribuiscono in più di 130 Paesi, Marcolin in 127 e De Rigo in 80. Nonostante passaggi di proprietà, fondi di investimento e crisi strutturali, le fila logistiche sono sempre rimaste saldamente qui, con le spalle ai monti e lo sguardo a valle.

Tutto ha inizio nei primi anni Sessanta, quando alcuni imprenditori della zona cominciano a costruire occhiali in modo semi artigianale. Un’arte che attecchisce in fretta. Tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, la Valle del Piave diventa una sorta di Silicon Valley dell’ottica. Ogni paesino ha la sua fabbrica di occhiali e una rete di persone che assembla, pulisce, controlla pile e pile di lenti ogni giorno, anche da casa. L’espansione è rapida e travolgente. Basti pensare che in soli vent’anni, dal 1971 al 1991, si passa da 137 imprese operanti in provincia, a 745. Un mercato la cui varietà oggi è pressoché scomparsa, con molte piccole imprese indipendenti che non ce l’hanno fatta o che sono state acquisite dalle aziende più grosse.

Basta entrare in una qualunque delle tante agenzie interinali del territorio per scoprire che non c’è più aria da Silicon Valley. Rimane tuttavia il fatto che, a differenza di altri settori, qui si punta ancora sulla territorialità del Made in Italy. «Nel 2014 speriamo di superare il record storico di oltre 3 miliardi di valore dell’export italiano di occhiali, un record che in buona parte si realizzerà nel bellunese», dichiara a pagina99 Cirillo Coffen Marcolin, presidente Anfao, l’associazione nazionale dei produttori di articoli ottici che aderisce a Confindustria. Un ottimismo che pare essere condiviso anche dai sindacati. «Certamente i terzisti, stanno sentendo di più la crisi rispetto ai grandi colossi», racconta Nicola Brancher, segretario generale della Cisl di Belluno e Treviso, «ma nulla di particolarmente stringente». «Oggi il punto dove discutiamo di più come sindacati è migliorare ulteriormente la flessibilità degli orari di lavoro, specie per le donne», aggiungono Giuseppe Colferai, segretario generale della Filctem Cgil di Belluno e Rosario Martines segretario generale della Uiltec.

La versione pubblicata e completa, oggi in edicola su pagina99

LIBRI – La trottola di Sofia

OggiScienza

kovalevskaja---310-310LIBRI – I bambini sono forse i più grandi amanti di storie del mondo. Non è importante che parlino di eroi greci, draghi, folletti o principesse, quello che conta è che abbiano un racconto interessante da narrare, voci di viaggi e di persone. Per questa ragione anche la vita di uno scienziato, di un matematico addirittura, può rivelarsi un’esplorazione incredibile anche per i più piccoli.

Sofia Kovalevskaja è certamente uno di questi personaggi, con un dottorato in matematica al tempo in cui alle donne non era nemmeno concesso iscriversi all’università. La sua storia è raccontata da Vichi De Marchi in La trottola di Sofia (Editoriale Scienza, 2014, dagli 11 anni),in cui l’autrice ripercorre la vita della piccola Sofia a partire dall’infanzia in Russia, dove viene sbeffeggiata da genitori e fratelli per la sua goffaggine. Ma è proprio grazie a loro che, senza saperlo, impara la matematica leggendo ogni…

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