Più tumori dove la qualità ambientale è bassa

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Un nuovo studio rivela un’associazione tra l’esposizione prolungata a fattori ambientali dannosi (traffico, inquinamento dell’aria, eccetera) e l’incidenza del cancro negli Stati Uniti. I risultati – che confermano ancora una volta ciò che già sappiamo bene – emergono dalle pagine di Cancer. Il team di ricercatori della Chicago School of Public Health ha esaminato la situazione delle diverse contee statunitensi, quindi a un livello di dettaglio migliore rispetto agli studi su scala nazionale, in relazione a cinque “domini”: aria, acqua, terra, ambiente urbano e fattori sociodemografici, che determinano l’articolarsi della vita quotidiana degli abitanti, e dunque la loro esposizione a fattori inquinanti.
Comparando il quintile delle contee con una qualità ambientale peggiore con il quintile delle contee con qualità ambientale migliore è apparsa evidente la correlazione fra livelli di incidenza maggiore di cancro con il primo dei due quintili, sia negli uomini che nelle donne. I dati hanno inoltre indicato che l’incidenza diminuisce all’aumentare della qualità ambientale. In particolare, il cancro alla prostata e al seno sono i tumori che hanno mostrato la correlazione più evidente fra tassi di incidenza elevati e la scarsa qualità ambientale.
In media, considerando tutti i tipi di cancro, il tasso di incidenza è stato di 451 casi per 100.000 persone, mentre le contee con una scarsa qualità ambientale hanno mostrato un’incidenza di 39 casi in più sempre su di 100.000 persone – rispetto alle contee con elevata qualità ambientale.

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Ecco come predire i cambiamenti climatici con maggior precisione

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Lo ha illustrato sulle pagine di Science di maggio un gruppo di ricercatori provenienti da Princeton, da Harvard e dall’Environment Defence Fund statunitense: per una valutazione il più possibile aderente alla realtà degli effetti delle alte concentrazioni di gas serra come diossido di carbonio e metano sui cambiamenti climatici è necessario sempre di più esaminare in parallelo due situazioni: lo scenario fra 100 anni e quello fra 20 anni. Prediligere, come spesso accade, lo scenario a lungo termine per la valutazione delle azioni da mettere in campo è uno sguardo che alla lunga si rivelerà miope.
I cosiddetti Global warming potentials (GWPs), l’unità di misura che esprime l’impatto di un certo gas serra relativamente all’effetto della CO2, sono diventati oggi un elemento essenziale delle politiche climatiche. Questo – si legge – nonostante si basino su un bias ben noto: i GWPs non evidenziano il gap fra gli obiettivi a breve termine e quelli a lungo termine. Lo scenario più comune, il GPW100 si focalizza infatti su una scala temporale di 100 anni, diluendo in qualche modo gli effetti a breve termine degli inquinanti climatici, ma ciò fa sì che il modello consideri anche l’effetto di inquinanti che nella realtà non sarebbero più presenti in atmosfera dopo un paio di decenni.

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Il primo numero di The Lancet Planetary Health in sintesi

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Possiamo affermare senza esitare che oggi lo studio dei benefici di un’azione congiunta contro i cambiamenti climatici è incluso nelle agende di molti, fra piani nazionali, ricerche scientifiche e organizzazioni internazionali, fra le quali non da ultima l’OMS, che ha addirittura un ufficio deputato a questo tema, lo European Centre for Environment and Health (ECEH), che ha sede a Bonn. Non dimentichiamo poi che la Sesta Conferenza Ministeriale (l’ultima delle quali è stata quella di Parma nel 2010), che si terrà quest’anno a Ostrava, in Repubblica Ceca, sarà dedicata ad ambiente e salute.
Anche la nota rivista scientifica The Lancet non si è tirata indietro, scegliendo di fondare una nuova “sotto-rivista” (insieme alle varie The Lancet Oncology, The Lancet HIV, The Lancet Haematology e via dicendo, dal titolo The Lancet Planetary Health, che si pone – si legge – come insieme unione di The Lancet Public Health e The Lancet Global Health, nonché come terzo pilastro dell’Open Access Programme della rivista.
Dopo oltre un anno di preparazione, finalmente ad aprile è stato pubblicato il tanto atteso primo numero, che contiene, oltre all’editoriale, 3 articoli scientifici e 8 commenti, firmati da alcuni fra i maggiori esperti mondiali in materia.
Quello che emerge è anzitutto la scelta, o forse la necessità oramai, di concentrarsi non tanto sulle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma sull’impatto delle nostre azioni per mitigare queste conseguenze, una valutazione che per essere Evidence-based deve basarsi ovviamente su solidi dati. È questa la sfida, e non è facile, dal momento che ogni ecosistema vive dinamiche proprie, frutto dell’intersezione di una serie di variabili differenti. Trovare risposte comuni non è semplice.

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