Negli ultimi anni studi di coorte condotti in Nord America e in Europa hanno evidenziato chiaramente che l’esposizione a lungo termine a polveri sottili come il PM2.5 è associata a un aumento del rischio di mortalità. Tuttavia, questa associazione raramente è stata quantificata per concentrazioni ambientali più elevate e nei paesi a basso e medio reddito, come la Cina, che sono spesso le aree del mondo con una maggiore presenza di inquinanti in atmosfera.
Lo ha fatto per la prima volta un team internazionale di ricercatori cinesi e statunitensi, che ha stimato il rischio di mortalità per tutte le cause per esposizione prolungata a PM2.5 (da 7 a 113 μg/m3) fra una coorte di popolazione anziana in 22 delle 31 province della Repubblica Popolare Cinese, che rappresentano l’85% della popolazione del paese. I risultati sono stati pubblicati in questi giorni su The Lancet Public Health.
I dati provengono dal Longitudinal Healthy Longevity Survey(CLHLS) cinese, uno studio prospettico che ha coinvolto uomini e donne di età pari o superiore a 65 anni dal 2008 al 2014. Precedenti analisi avevano mostrato evidenze sul fatto che l’esposizione a lungo termine a PM2.5 aumentasse il rischio di mortalità per tutte le cause, ma questa ricerca è la prima a considerare in particolarmente gli anziani e sia gli uomini che le donne.
Ambiente & epidemiologia
Nel 2068 Milano sopra 32 gradi per 45 giorni. A Roma più caldo
Un 30 enne di oggi nato e cresciuto a Milano, a 80 anni avrà visto passare il numero di giorni dove la temperatura supera i 32 gradi centigradi da una settimana a un mese e mezzo l’anno. Nel 2068 Milano supererà quota 32 gradi per 45 giorni, oggi per 22 giorni, mentre nel 1988 era un evento decisamente raro: 8 giorni l’anno.
A Roma sarà leggermente più caldo, con quasi due mesi dove si supereranno i 32 gradi nel 2068, il doppio rispetto a oggi e oltre quattro volte quello che accadeva nel 1988. A Caserta, la città più calda d’Italia, trent’anni fa si superavano i 32 gradi 44 giorni l’anno, oggi 68 e fra 50 anni 86.
Questo è quello che ci racconta un’analisi a livello mondiale condotta per il The New York Times dal Climate Impact Lab, un gruppo di scienziati del clima, economisti e analisti di dati del Rhodium Group, dell’Università di Chicago, della Rutgers University e dell’Università di Berkeley, in California. Le proiezioni sono basate sulle promesse di riduzione delle emissioni di gas serra sottoscritte con l’accordo di Parigi, anche se la maggior parte dei paesi non sembra al momento in grado di soddisfare tali impegni. In ogni caso, le mappe mostrano chiaramente che anche se le cose dovessero andare come promesso, il futuro sarà comunque più caldo del presente, anche se si tratterà comunque di un aumento più contenuto rispetto agli ultimi 30 anni.
Fra le altre cose il problema delle “ondate di calore” sarà dunque una questione tutt’altro che secondaria fra 50 anni per il 30 enne di oggi.
West Nile Fever: i dati sulla situazione 2018
APPROFONDIMENTO – La prima cosa da dire riguardo ai casi di West Nile Fever nel nord Italia(in particolare in Veneto, Emilia e Friuli) è che ogni anno si registrano dei casi in tutta Europa, anche se quest’anno la diffusione è molto maggiore ed è iniziata prima rispetto agli anni precedenti. “La ragione di questo boom è facilmente individuabile nella presenza di forti piogge e del grande caldo a inizio stagione, in particolare a giugno, anche se già ora ad agosto in Italia il numero di zanzare si è stabilizzato e siamo ritornati ai numeri degli anni precedenti” spiega a OggiScienza Claudio Venturelli, Entomologo presso la AUSL della Romagna.
La West Nile è una malattia il cui contagio avviene per puntura di zanzara Culex e i serbatoi di infezione sono gli uccelli migratori e gli animali domestici, nei cui corpi il virus può persistere da alcuni giorni a qualche mese. “La malattia non si trasmette da persona a persona, e una zanzara non può infettarsi pungendo una persona infetta diventando vettore della malattia, come invece avviene con Zika, Dengue e Chikungunya – continua Venturelli – perché nell’uomo, così come nel cavallo, in una goccia di sangue non è presente sufficiente DNA virale di WNV affinché la zanzara riesca a replicarlo.
Qual è la diffusione in Italia?
Il virus West Nile (WNV) è stato segnalato in Europa a partire dal 1958 ed è considerato il flavivirus più diffuso al mondo, mentre il meno noto virus Usutu (USUV), anch’esso un flavivirus, è stato osservato per la prima volta in Europa nel 1996.
Stando all’ultimo bollettino dell’ISS, che riporta i dati aggiornati al 22 agosto, da giugno sono stati segnalati 255 casi umani di infezione da West Nile Virus (WNV), e di questi 103 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva (34 in Veneto di cui 1 segnalato dalla Regione Friuli Venezia Giulia di un residente ricoverato a Trieste ma che ha soggiornato in Provincia di Venezia, 62 in Emilia- Romagna, 2 in Lombardia, 3 in Piemonte, 2 in Sardegna). 40 sono invece i contagiati identificati in donatori di sangue (21 in Emilia-Romagna, 9 in Veneto, 5 in Piemonte, 3 in Lombardia, 2 in Friuli Venezia Giulia).
Attualmente i morti sono stati 10: 3 in Veneto e 7 in Emilia- Romagna), mentre 112 sono i casi di febbre confermata (35 in Emilia-Romagna, 73 in Veneto, 2 Lombardia, 2 Veneto).
Come i reati ambientali hanno rovinato l’Italia negli ultimi 10 anni. Tutti i dati
Negli ultimi 10 anni, dal 2007 al 2016, sono state intraprese oltre 53 mila azioni penali per reati connessi alla gestione dei rifiuti in Italia, a cui si aggiungono altri 25 mila procedimenti che sono stati archiviati. Sono invece 12 mila le azioni penali per reati connessi all’inquinamento delle acque reflue, più altri 5 mila procedimenti archiviati. A questi si aggiungono 745 procedimenti penali avviati per trasporto non autorizzato di rifiuti e altrettanti per traffico non autorizzato di rifiuti. Facendo i conti precisi significa un totale di 67.332 azioni penali intraprese e 31.761 procedimenti archiviati dall’entrata in vigore del Testo Unico Ambientale (TUA) nel 2006.
Sono i numeri allarmanti sugli illeciti ambientali contenuti all’interno del rapporto di Istat “I reati contro ambiente e paesaggio: i dati delle procure” pubblicato il 10 luglio scorso.
Solo nel 2016 si sono contate 5943 azioni penali intraprese (di cui 998 riguardanti le acque reflue e 4794 la gestione dei rifiuti) e più 4229 procedimenti archiviati (648 riguardo alle acque reflue e 3398 per gestione rifiuti). Un totale di oltre 10 mila violazioni del Testo Unico Ambientale solo nel 2016, un numero che è raddoppiato rispetto al 2007, quando se ne contavano 4774.