Reazioni avverse da vaccino: i dati reali di AIFA

APPROFONDIMENTO – In questi giorni abbiamo assistito a una sentenza che farà storia: alcune associazioni antivax modenesi sono state condannate a una sanzione, seppure minima di 400 euro, per aver diffuso falsi numeri di eventi avversi dovuti alle vaccinazioni attraverso manifesti con scritto “Non speculate sui bambini, vogliamo la verità sui vaccini: 21.658 danneggiati nel triennio 2014-16 secondo i dati AIFA”.

I numeri di AIFA sono altri e non preoccupanti come da più parti viene fatto credere. Nel 2017 sono state inserite nel sistema di farmacovigilanza 1.307 segnalazioni, otto su 10 non gravi. Le segnalazioni di sospette reazioni avverse considerate gravi erano nella maggior parte dei casi a carattere transitorio, con risoluzione completa dell’evento segnalato e non correlabili alla vaccinazione.

Lo mette nero su bianco il Rapporto Vaccini 2017, che descrive le attività di vaccinovigilanza condotte in Italia nell’anno in esame dall’Agenzia Italiana del Farmaco, in collaborazione con l’Istituto Superiore di Sanità e con il Gruppo di Lavoro per la Vaccinovigilanza.

Le vaccinazioni, così come qualsiasi altro farmaco, possono avere degli effetti collaterali, comunque molto rari e per la quasi totalità non gravi. Per i rarissimi casi di eventi più gravi, si tratta comunque di fenomeni transitori e risolvibili.

Anche nel 2017 le cose sono andate come si prevedeva: circa l’80% delle 1.307 segnalazioni sono state classificate come “non gravi” (75% per i soli vaccini dell’obbligo), in linea con gli anni precedenti.

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In Italia i rifiuti speciali crescono ancora

Nei giorni scorsi ISPRA ha pubblicato un rapporto che fa il punto sulla situazione dei rifiuti speciali, fra quanti ne produciamo e come li trattiamo, in relazione a quanto ci impone il Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti. La cattiva notizia è che a quanto pare sia per i rifiuti pericolosi che per quelli non pericolosi siamo piuttosto lontani dal raggiungimento degli obiettivi previsti.
Il Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti fissa infatti una riduzione del 5% della produzione dei rifiuti urbani per unità di PIL, una riduzione del 10% della produzione dei rifiuti speciali pericolosi per unità di PIL e una riduzione del 5% della produzione dei rifiuti speciali non pericolosi per unità di PIL.

Riguardo ai rifiuti speciali non pericolosi, la variazione del rapporto tra produzione di rifiuti per unità di PIL, rispetto ai valori registrati nel 2010, risulta ancora positiva e quindi ancora lontana dagli obiettivi fissati dal Programma. Dal 2010 al 2011 la produzione di rifiuti speciali non pericolosi per unità di PIL è cresciuta dell’1,1%, nel 2012 dello 0,16%, nel 2013 dello 0,48%, per poi subire un’accelerata dal 2014 al 2016, dove la variazione è stata del +4,67% nel 2014, del 6,1% nel 2015 e del 7,03% nel 2016.

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I rifiuti più comuni sulle spiagge? Mozziconi di sigaretta, e tanta plastica

Si chiama citizen science: una forma di attività scientifica condotta dai cittadini in collaborazione con scienziati o sotto la direzione di scienziati professionisti e istituzioni scientifiche. Un esempio concreto di citizen science è Marine Litter Watch, un’iniziativa dell’Agenzia europea dell’ambiente (EEA) che mira a combattere il problema dei rifiuti sulle spiagge europee. Ogni anno si stima per esempio che 8 milioni di tonnellate di plasticafiniscano negli oceani del mondo. Oltre a richiedere costi elevati per la pulizia, e considerando che non tutta finisce per essere riciclata, la plastica danneggia anche l’ambiente marino e influisce negativamente sulla salute degli habitat oceanici.

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Antibiotico-resistenza: un problema anche climatico

I batteri sviluppano resistenza agli antibiotici in gran parte a causa dell’esposizione ripetuta dovuta a una prescrizione eccessiva. Ma potrebbero esserci in gioco anche pressioni ambientali molto più grandi?
Cercando di comprendere meglio la distribuzione della resistenza agli antibiotici in tutti gli Stati Uniti, un team multidisciplinare di epidemiologi del Boston Children’s Hospital e dell’Università di Toronto ha scoperto che temperature locali e densità di popolazione più elevate sono correlate a un più alto grado di resistenza agli antibiotici nei più comuni ceppi batterici. I risultati sono stati pubblicati su Nature Climate Change
“Gli effetti del clima sono sempre più riconosciuti in una varietà di malattie infettive, ma per quanto sappiamo questa è la prima volta che i cambiamenti climatici sono implicati nella distribuzione della resistenza agli antibiotici sulle aree geografiche”, spiega Derek MacFadden, primo autore dello studio, “Abbiamo addirittura trovato un segnale del fatto che le associazioni tra resistenza agli antibiotici e la temperatura potrebbero aumentare nel tempo”.
Il team ha assemblato un ampio database di informazioni sulla resistenza agli antibiotici negli Stati Uniti relative a Escherichiacoli, Klebsiella pneumoniaee Staphylococcus aureus, utilizzando dati sulla sorveglianza ospedaliera, dati di laboratorio, raccolti tra il 2013 e il 2015. Complessivamente, il loro database comprendeva oltre 1,6 milioni di patogeni batterici da 602 record unici in 223 stabilimenti e in 41 stati.
Confrontando il database con le coordinate di latitudine e con le temperature medie locali, i ricercatori hanno scoperto che temperature locali minime più elevate erano maggiormente correlate con una più alta resistenza agli antibiotici. In particolare, un aumento della temperatura minima media di 10 gradi Celsius era associato ad aumenti rispettivamente del 4,2% 2,2% e 3,6% dei ceppi resistenti agli antibiotici di Escherichiacoli, Klebsiella pneumoniaee Staphylococcus aureus.Un dato ancora più inquietante emerge osservando il legame fra farmaco-resistenza e la densità della popolazione: un aumento di 10.000 persone per miglio quadrato era associato a un aumento della resistenza del 3% per l’Escherichia coli e del 6% per la Klebsiella pneumoniae, che sono entrambe specie Gram-negative.

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