Dottori di ricerca, il dilemma della fuga all’estero

Reblogged from pagina99

Vale davvero la pena proseguire i propri studi attraverso un dottorato di ricerca? In un momento in cui il compimento della carriera accademica nel nostro paese è un miraggio, questa domanda se la fanno anche gli studenti più motivati. La Quarta Indagine annuale su dottorato e post doc dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), dal 2008 al 2014 il numero dei posti per futuri dottorandi è sceso del 19%, e solo nell’ultimo anno il numero di corsi di dottorato attivati in Italia è passato da 1.557 a 919.

Un accesso sempre più difficile al livello più alto di istruzione lo conferma anche l’Ocse, che mostra come nel 2011 l’Italia sia stata al 21mo posto su 32 nazioni per percentuale di studenti che intraprendono il dottorato di ricerca.   Anche per chi riesce a vincere una borsa e ottenere il titolo, il percorso accademico è decisamente in salita, specie rispetto alla media europea. Secondo un recente dossier ISFOL sulla situazione occupazionale dei dottori di ricerca italiani del 2006 a sei anni dal conseguimento del titolo, uno su quattro dei residenti all’estero nel 2012, ha avuto o aveva in corso al momento dell’intervista un post-doc. Tra i rimasti in Italia la media non sale sopra il 12%. C’è da dire che ad aver fatto le valigie, per l’estero o per un’altra città italiana, non sono stati poi così in tanti. Quasi uno su cinque, e di questi solo in due hanno varcato la frontiera.

Ma se dentro l’Accademia il dottorato spesso non porta i benefici sperati in termini di realizzazione professionale, fuori dall’Università le cose sembrano andare decisamente meglio, e non solo per chi ha deciso di trasferirsi all’estero. Sempre secondo il rilevamento Isfol, che ha coinvolto quasi 10.000 dottori del 2006, su 100 PhD che nel 2012 partecipano attivamente al mercato del lavoro, soltanto due sono in cerca di occupazione, mentre il tasso di inattività è di circa il 5%.

Nel mercato del lavoro, “l’economia della conoscenza”, come viene definita dall’Europa, sembra pagare più della mobilità in sé e per sé. E a godersi i benefici di essere un PhD non sono solamente quelli che hanno deciso di varcare la frontiera, ma anche chi è rimasto in Italia. Certo, dipende da che vantaggio vogliamo considerare. Dal punto di vista del salario per esempio, chi nel 2012 viveva all’estero guadagnava molto di più. Un reddito medio annuo di 29.000 euro a fronte dei 20.000 in media di chi è rimasto in Italia.   A ben vedere però il dato negativo per gli “emigranti” si trova, e si tinge di rosa. Fra i dottori che nel 2012 vivevano all’estero – rileva sempre Isfol – la differenza fra il tasso di occupazione maschile e femminile è doppia rispetto a quella di coloro che sono rimasti in Italia. Al tempo stesso chi va all’estero fa più ricerca all’interno del proprio lavoro, e quest’ultimo è maggiormente attinente agli studi pregressi. L’85% dei residenti all’estero infatti svolge attività di ricerca nel campo in cui si è specializzato, contro il 63% medio dei colleghi italiani.

Read More

Open Data: una sfida per l’ambiente

From Micron Arpa Umbria

Probabilmente fra cent’anni o magari
anche meno, nei libri di storia dei nostri
nipoti il termine Open Data comparirà
tra le parole chiave di questo nostro decennio.
Dati aperti, dati grezzi, dati crudi,
come vengono da più parti definiti,
Big Data, per utilizzare una locuzione
internazionale, sono senza dubbio nel
periodo che stiamo vivendo sinonimo
di rivoluzione culturale. Gli Open Data
sono infatti un modo di pensare alla
nostra società, la filosofia secondo cui
tutti i dati che vengono prodotti dalle
pubbliche amministrazioni e dagli enti
che sono mantenuti anche dalle tasse dei
contribuenti, devono essere resi pubblici
ai cittadini stessi in maniera libera e
aperta, per fare in modo che tutti possano
leggerli ma, soprattutto, riutilizzarli e
trasformare così questi dati in servizi per
la comunità.
Tra le due parole, Open e Data, la più significativa
è certamente la prima: Open,
che caratterizza il pensiero alla base di
altre comunità che fanno di questo termine
la propria bandiera, come l’Open
Source, che può essere tradotto come
“software aperto”, che offre la possibilità
ad altri programmatori di modificarne il
sorgente per migliorarne le prestazioni
in modo totalmente libero. Oppure l’Open
Access, cioè l’accesso libero a qualsiasi
contenuto di interesse pubblico, come
per esempio tutto il materiale prodotto
dalla ricerca scientifica

Read More

AMS Prize to Bottazzini: “History of mathematics is modern”

Reblogged from Science on the Net

Another international scientific award that speaks Italian. Umberto Bottazzini, Full Professor at the University of Milan and Fellow of the American Mathematical Society, was recently awarded the 2015 Whiteman Prize “For His many works in the history of mathematics, notably on the rise of modern mathematics in Italy and on analysis in the 19th and early 20th centuries.”

His activity concerning history of mathematics is wide and varied, both as a researcher and as a communicator. We interviewed Professor Bottazzini on what it means to study history of mathematics today and what are the most important paths to be covered. The answer he has given to us is simple: nowadays the history of mathematics should serve first of all to the mathematicians themselves, and to do this it is necessary to especially focus on the mathematics of the last two centuries, which is not yet studied enough.

Although they have been very wide, in fact, Bottazzini’s studies have always followed a precise direction: “history must serve primarily to the present, and possibly to the future.” An idea that has been translated over the years into the choice to focus on the mathematics developed after the French Revolution, in particular on the history of real and complex analysis. “If you take any book concerning the history of mathematics, you realize it has a ‘pyramidal structure’ (with very rare exceptions): a wide base devoted to the mathematics in the Antiquity, the works of Euclid, Apollonius and Archimedes. Conversely, as the centuries pass, the pages dedicated to the most recent contributions are always less. I believe that we must reverse the pyramid and investigate what happened in the last centuries, for instance since Napoleonic age.”

Read More