Una popolazione più sana? Meno spesa per l’assistenza sanitaria e di più per i servizi sociali

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APPROFONDIMENTO – Michael Marmot, epidemiologo noto a livello mondiale, nel corso delle sue ricerche le ha dato addirittura un nome: “Status Syndrome”. Chi è più in alto nella scala sociale, percepisce una libertà di controllo sulle proprie azioni e nel concreto vive più a lungo rispetto a chi si trova a vivere uno status socio-economico peggiore nel corso della propria vita. Per citare un detto Newyorkese “Più piccola è la taglia del vestito, più grande l’appartamento”, ovvero – spiega Marmot – particolarmente fra le donne delle nazioni ad alto reddito, peggiore è lo stato sociale, maggiore è la prevalenza dell’obesità. La domanda da cui partì Marmot è la seguente: “Perché curare le persone e riportarle alle condizioni che le hanno fatte ammalare?” In altre parole, come eliminare lo svantaggio sociale, cioè la causa delle cause di anni persi in salute, se non addirittura di morte prematura?

Un anno fa esatto, uno studio pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista The Lancet e condotto nell’ambito del progetto Lifepath dell’Unione Europea, mostrava che nei paesi “ricchi”, fra cui anche l’Italia, le scarse condizioni socioeconomiche si tradurrebbero in 2,1 anni di vita persi fra i 40 e gli 85 anni.

Oggi un nuovo studio, questa volta canadese, pubblicato sul Canadian Medical Association Journal, evidenzia come l’aumento della spesa sociale (parliamo dei determinanti sociali della salute come il reddito, l’accesso all’istruzione, la dieta e l’attività fisica) sia stato associato a miglioramenti della salute a livello di popolazione, mentre gli aumenti della spesa sanitaria non sortirebbero alla prova dei fatti lo stesso effetto. Non solo dunque investire di più sui servizi per ridurre le disuguaglianze sociali di partenza è altrettanto importante rispetto a investire nell’assistenza sanitaria, ma addirittura produrrebbe effetti migliori in termini di salute generale della popolazione.

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I carburanti europei sono a norma?

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L’EEA (Agenzia Europea per l’Ambiente) ha pubblicato i dati  relativi al monitoraggio sulla conformità dei carburanti venduti nei paesi europei per il trasporto su strada nel 2016. Risultato? Nel 2016 si sono registrate 507 situazioni di non conformità nella benzina venduta in Europa e 101 non conformità fra i carburanti diesel.
I superamenti della tensione di vapore nel periodo estivo sono stati segnalati in 14 Stati membri, i superamenti del RON (il Research Octane Number, la prova per testare il potere antidetonante di un combustibile) in 11 paesi, mentre i superamenti nei parametri relativi ai composti aromatici sono stati individuati in 14 Stati.
Il paese che mostra la situazione peggiore è il Belgio, dove sono emerse ben 256 non conformità nella benzina venduta (la metà delle non conformità di tutta Europa!) e 50 tra i diesel. La seconda nazione per risultati negativi è il Portogallo con rispettivamente 64 e 5 non conformità, mentre in Danimarca sono state individuate 33 non conformità per la benzina e 19 in Germania. Possiamo osservare inoltre che i paesi del nord Europa sono quelli che hanno mostrato gli output peggiori.
Per contro, 17 Stati membri hanno riportato meno di 10 non conformità per la benzina, e cinque paesi addirittura la piena conformità (Grecia, Lituania, Paesi Bassi, Slovenia e Svezia). In Italia le cose non sono andate male. L’EEA ha individuato 3 non conformità per la benzina e 4 per il diesel.
In generale continua a crescere in Europa l’utilizzo di diesel (71,8% del carburante venduto) mentre diminuisce l’uso della benzina (28,2%): nel 2016 in Europa sono stati venduti 100.838 milioni di litri di benzina e 257.206 milioni di litri di diesel. In Italia, il rapporto oggi è addirittura di 1 a 3: nel 2016 sono stati venduti 10.129 milioni di litri di benzina e 29.953 milioni di litri di diesel.
La forbice poi continua ad aprirsi: nel 2001 “solo” il 55,6% dei veicoli europei funzionava a diesel. Inoltre, siamo il secondo paese in Europa per quantità di carburante venduto: solo in Germania se ne sono venduti nel 2016 oltre 24 milioni di litri di benzina e ben 45 mila milioni di litri di carburante diesel.

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Africa Sub-sahariana: la prima mappa degli ospedali pubblici

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APPROFONDIMENTO – La distanza dall’ospedale più vicino può fare la differenza, non solo in caso di emergenza riducendo la mortalità, ma anche per quanto riguarda la gestione di malattie croniche e la loro prevenzione. Uno degli obiettivi dell’Agenda per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite per il 2030 è migliorare l’accesso alle cure riducendo ledisuguaglianze sociali, ma finora non esisteva un database che mappasse concretamente la situazione in Africa Sub-sahariana, cioè che contasse quanti ospedali pubblici sono attualmente attivi in ogni paese e soprattutto dove sono localizzati con precisione, in modo da capire quante persone vivono a oltre due ore distanza da essi.

Ci è riuscito per la prima volta un team internazionale, che ha pubblicato i suoi risultati in questi giorni su The Lancet, mostrano come l’accesso fisico alle cure ospedaliere di emergenza fornite dal settore pubblico in Africa rimanga scarso e – come era prevedibile – estremamente diseguale fra zone urbane e rurali.

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«Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America» di Giulio D’Antona

Mentre leggevo questo libro – che è un dipinto amaro ma divertito dell’editoria contemporanea (non ho ancora capito se più amaro o più divertito..) mi sembrava di essere insieme allo scrittore fittizio Marcus Goldman (il protagonista de “La verità sul caso Harry Quebert”, romanzo eccezionale) mentre beve il suo caffè mattutino nel patio della sua casa di fronte all’Oceano, nel New Hampshire, e pensa alle complesse dinamiche dell’editoria americana.

Non è un mestiere per scrittori. Vivere e fare libri in America” di Giulio D’Antona (Minimum Fax) è un testo che si legge molto volentieri, specialmente per le note, che sono delle vere chicche.

Il mondo dell’editoria oggi è una bestia ammaliante e feroce, ma lucidissima, e questo libro te lo fa capire molto chiaramente, facendo i nomi e i cognomi, raccontando le storie degli scrittori (di libri, di racconti, di sceneggiature, di tv..) di ieri ma soprattutto di oggi. Non ci si annoia per nulla, non c’è retorica e neanche quella sorta di coaching che dà pure fastidio.. sono solo storie (vere) e intanto il quadro prende colore.

È bene avere coscienza di come funziona quest’industria.