Perché ci siamo seccat* parecchio con il Festival della Bellezza, punto per punto

Ieri sera avevo letto la risposta di Mogol a proposito del dibattito sul Festival della Bellezza e mi ero detta “Cristina, per una volta lascia stare, hai già rotto le scatole parecchio sul tema”. Però era davvero un capolavoro di logica booleana: “praticamente ha inteso le polemiche come ‘si parla di bellezza quindi bisogna invitare più donne’ ” per citare il commento che mi ha mandato su WhatsApp la mia amica Rossella. Poi stamattina ho letto il tweet di Morgan, e niente, non ce l’ho fatta. In sostanza, dice, dobbiamo smetterla di colpevolizzare i maschi e concentrarci invece su quanto sono malefiche le altre donne. Perché ogni uomo ama le donne e vorrebbe circondarsi di donne. Però “è uno scandalo” che non ce ne fossero all’evento, quello sì.

Avanti al centro contro gli opposti estremismi, per citare Guccini.

Breve prologo: esce la locandina del Festival della Bellezza all’Arena di Verona. Tema: Eros e Bellezza. Capi d’accusa: sostanzialmente sono #tuttimaschi e viene scelto un logo che ritrae una bambina triste che pare seminuda, recante fiore. Per me è già sufficiente per inviare una segnalazione, in forma di tweet e di email alla direzione artistica. Poi si scopre che l’autrice dell’opera — Maggie Taylor, vivente — non sapeva nulla del fatto che avrebbero usato questa immagine, e lo dice sui social, prendendo le distanze dall’uso fatto, perché si è ben resa conto che la sua opera abbinata alla parola Eros, anche no, ecco.

Io che sono ingenua penso: beh, nessuno può difendere queste scelte artistiche nel 2020, sono oggettivamente indifendibili. Chiederanno scusa e sarà stato un modo per crescere insieme. E invece no. Cresci Cristina, cresci. Gli organizzatori si dicono “dispiaciuti” (non si scusano) e portano come argomento il fatto che avevano invitato delle donne tipo Patty Smith, Charlotte Rampling, Ute Lemper, Jane Birkin, che sono state impossibilitate a partecipare per le problematiche relative al Covid. “Molte altre figure femminili sono state invitate, ma non se la sono sentita di intervenire in un periodo difficile in un contesto particolare come l’Arena di Verona.” Eh cavolo, se non ce la sentiamo! Intanto io vorrei vedere i nomi. Su twitter si sono scatenate un sacco di intellettuali donne, segno che quantomeno nessuna di loro era stata invitata. Nomi noti eh. In ogni caso, nessuna parola sul logo, se non che lo hanno sempre usato. Le trovate nell’articolo di Michela Murgia su Repubblica.

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La risposta alla mia email.

Sulla manifestazione dei Negazionisti a Roma

Secondo me l’immenso Ravasi oggi sul Domenicale ha scritto la cosa più intelligente che ho letto in queste ore sulla manifestazione dei Negazionisti di ieri a Roma. O almeno, io ho inteso questo articolo in tal senso, anche se si parla di qualcosa di apparentemente molto lontano.

L’enorme mole di commenti sprezzanti di ieri nei confronti di queste persone mi ha nauseata, tanto che ho proprio chiuso Facebook e twitter anche se mi volevo informare. Mi ha nauseata anche l’immane aggressività delle parole dette dai manifestanti, chiaramente.

Ma una volta di più ho pensato che forse stiamo sbagliando, nel complesso, a interpretare questo tipo di eventi. L’uomo non può (ancora?) permettersi di bypassare la riflessione su che cos’è la Credenza. Abbiamo invece troppo velocemente lasciato la questione a filosofi della religione e teologi (che sono due cose diverse).

E se invece fosse questo il vero terreno comune da cui ripartire? Mi pare sia un errore pensare di essere in una fase “successiva”, scientocratica, in cui qualcuno – sfigato e tocco – è rimasto indietro.

A livello cognitivo siamo sempre gli stessi: maiali che cercano lapislazzuli nel fango melmoso della Credenza; solo che da un 100 anni la maggior parte di noi ha riconosciuto un metodo che reputa sufficiente a colmare la propria fame di senso su molte questioni, seppur non tutte.

Sappiamo ancora così poco delle basi fisiche della nostra coscienza – e basta leggere i libri di Oliver Sacks o delle collane di neuroscienze di Raffaello Cortina Editore per rendersi conto delle dimensioni – che forse dobbiamo fare un passo indietro e ricominciare a ragionare massivamente non solo su come raccontare il metodo scientifico, ma su come funzionano i sistemi di credenza di noi esseri umani.

Non significa che non continuerò a impegnarmi ogni giorno per diffondere la cultura della razionalità, del dato, chiaramente.

Perché #BoycottManels

Prima di mettermi al lavoro volevo condividere un’esperienza recente, nella speranza che muova qualche considerazione e qualche azione. Non si parla di COVID ma di partecipazione femminile.Da qualche mese è attivo questo gruppo Facebook #Boycottmanels, che identifica le persone che a loro volta si identificano nell’istanza di cominciare a boicottare i panel solo o a elevata prevalenza maschili in tavole rotonde, festival, convegni, congressi, ecc. Sono iscritta, anche se personalmente trovo una community di questo tipo, seppure interessante perché fa sentire di non essere sol*, portatrice di un forte bias di conferma: ci leggiamo fra noi e ci autoalimentiamo.

Non sono d’accordo al 100% su tutte le sottoistanze: non penso cioè che dobbiamo boicottare, quindi agire alzando altri muri e nutrendo il bipolarismo, ma piuttosto che dobbiamo chiedere rompere le scatole imparando a porre la domanda quando si viene invitat*. Sono sempre ottimista. Tutto questo premesso: per la prima volta l’ho fatto anch’io, davanti alla proposta di moderare 4 uomini, separatamente, senza vedere un programma complessivo (ovvio eh, ancora si stava formando). Nella fattispecie non serviva, e io lo sapevo, perché il contesto dove sono stata invitata è attento a questi temi, e – per dire – c’è un altro moderatore che modera 4 donne. So che chi mi ha invitata leggerà questo post, e capirà la mia esigenza di raccontarlo.

L’ho fatto perché qualche anno fa ero io dall’altra parte nell’organizzare un grande convegno, e qualcuno me lo fece notare: avevamo 9 maschi su 10. A me, femminista dichiarata, che va in piazza, vieni a dire una cosa del genere? Certo, hai fatto bene, amica mia.Al tempo risposi ciò che molti mi rispondono, cioè che la vera parità è non badare nemmeno al sesso, invitare il migliore.Già, sarebbe così, ma non è ancora così. Non ricordo dove, ma qualche giorno fa sentivo un video (o in radio) qualcuno dire che forse fra 1500 anni avremo nella testa e quindi nella società la questo genere di parità. Che non significa, nella mia visione, che tutte le donne nasconderanno le tette perché costrutto patriarcale, per capirci. E soprattutto, nessun* dice che le donne sono migliori degli uomini. Per carità, stiamo parlando di ben altro.

“Meglio un super professionista uomo che una professionista meno brillante donna”. Anni fa avrei risposto di sì, ora dico di no. Oggi osservare quanta presenza femminile c’è nei panel è prima di tutto un atto simbolico, che va fatto per un fine, con uno sguardo a lungo termine, per imparare a vedere donne e uomini (non in termini di peni e vagine, ma di ruolo sociale e di potere) ben equilibrat* quando si tratta di sedersi a tavoli decisionali.Vi confesso che però nel chiedere “prima di accettare vorrei capire se c’è un buon bilanciamento di genere perché ho aderito a #BoycottManels” mi sono sentita in imbarazzo.Già. E a questo punto l’ho visto come un ulteriore segno di quanto sia importante farlo.

Un esempio: prendiamo atto del fatto che ci sono poche donne giornaliste che si occupano di economia e di politica. Provate a fare una ricerca.

Ho capito che il femminismo è un percorso, come la coscienza di genere, di classe, e come l’amore.

Murgia, al solito:

Senza matematica non c’è democrazia. Visioni di una società data-driven

La matematica è una disciplina che favorisce la diffusione della democrazia” scrive bene Chiara Valerio ne “La matematica è politica”, prezioso libro di poco più di cento pagine appena uscito per Einaudi. “[Essa] non ammette principio di autorità giacché nessuno possiede la verità da solo, le verità sono asserzioni verificabili da chiunque, o se non da chiunque (alcune volte è difficile) almeno da un certo numero di persone. Inoltre, la matematica è un linguaggio, una grammatica. Per discutere di matematica bisogna accettarne le regole.”
Chi segue il nostro lavoro qui su Infodata sa che l’atteggiamento di fondo con cui proviamo ad accostarci alle notizie è quello di farci aiutare anche dalla matematica nel decifrare i fenomeni sociali. Voglio essere onesta: mai come in questi mesi di pandemia mi sono resa conto (qui parlo per me soltanto) di quanto sia difficilissimo e frustrante provarci. Il motivo – mi sono risposta – è un fraintendimento di fondo ben descritto in questo libro: la matematica non vuole eliminare l’incertezza, la vuole spiegare, pur non contemplando l’errore. Per questo pare complessa, e richiede esercizio. Come la democrazia.
Per questo per chi come me vede la matematica come uno degli strumenti fondamentali e più equi dell’esercizio della democrazia, risulta doloroso sentirsi accusare spesso di autoritarismo, o di non amare la libertà di pensiero, o – peggio – di non voler bene ai nostri lettori, diffondendo allarmismo. Il mio maggior dolore è quando mi si dice che mi faccio scudo con la matematica (e quindi con la scienza) pensando di aver vinto il dubbio. È capitato per esempio quando abbiamo raccontato perché il Contact tracing è un fattore chiave e come monitorarlo, o come quantificare il concetto di “rischio calcolato”, o come leggere i dati relativi all’andamento della pandemia negli altri paesi Europei.
È l’opposto: la matematica (e la scienza) non avanzano per certezze, ma per ipotesi: è l’unico metodo sviluppato dall’uomo a essere falsificabile. “Le verità della scienza evolvono. E pensare agli scienziati come ai sacerdoti della soluzione o della guarigione è un modo di delegare la responsabilità politica. Oltre che di istituzionalizzare come scienza qualcosa che è il contrario della scienza: la certezza fideistica.

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