Continuare a studiare dopo la laurea: quanto pesano le differenze di reddito

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In Italia, lo sappiamo, ci sono pochi laureati rispetto agli altri paesi europei. Ci sono però altri due aspetti che vengono solitamente meno sottolineati: il primo è che dal 2007 a oggi sono sempre meno i giovani che decidono di proseguire gli studi dopo la laurea, il secondo è la scarsa mobilità sociale del sistema universitario italiano, che fa sì che statisticamente chi proviene da contesti familiari meno favorevoli finisca per accontentarsi di un titolo di studio inferiore. Insomma, nonostante il sistema universitario italiano grazie a borse di studio e case dello studente favorisca l’accesso alla migliore istruzione di chi ha meno possibilità meglio di come fanno altri paesi, non si può proprio dire che produca come output una reale equità. I dati di cui stiamo parlando sono quelli raccolti da Almalaurea, pubblicati alla fine di aprile, e riguardano il 2015.

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Come se la cava l’università italiana

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Un divario profondo fra grandi e piccoli atenei e fra Nord e Sud quanto a tasse universitarie e numero di iscritti, un personale docente in calo rispetto al 2013, con 6000 ricercatori in meno, e una scarsa mobilità all’interno del corpo docente, dal momento che nel periodo 2013-2015 il 50% dei bandi era rivolto esclusivamente a interni all’istituzione che erogava il bando. Ma c’è anche una buona notizia: dopo anni di declino e stagnazione, si ricomincia a vedere una crescita del numero di immatricolazioni di giovani neo diplomati e sempre meno ragazzi che abbandonano l’università. Forse perché comunque, lo scarto fra laureati e non, è in aumento a favore di chi ha in tasca il famoso “pezzo di carta”.
Questi alcuni dati illustrati all’interno dell’ultimo rapporto di ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) che fa il punto della situazione a 3 anni dall’ultima pubblicazione. In questa prima puntata raccontiamo i caratteri del sistema universitario italiano, mentre nella prossima parte vedremo come sta il mondo della ricerca.

RIPRENDONO LE IMMATRICOLAZIONI, MA VERSO NORD
Partiamo dal dato positivo: nonostante il tasso di laureati italiani sia fra i più bassi in Europa, e sebbene negli ultimi anni abbiamo assistito a un calo delle iscrizioni, si inizia a scorgere un’inversione di tendenza con un +1,6% di nuove immatricolazioni. Non ovunque però: sono le università del nord a farla da padrona, con il 3,2% di nuove iscrizioni e, limitando l’analisi ai soli giovani con età pari o inferiore ai 20 anni, il nord ha registrato un +4,1%, contro l’1,1% del Centro e lo 0,8% del Mezzogiorno. In generale, la quota di residenti nel Mezzogiorno che si immatricolano in un ateneo del centro-nord è salita da circa il 18% della metà dello scorso decennio al 24%. Il medesimo trend si riscontra anche nella scelta della laurea magistrale: dal 2007/08 al 2013/14 la quota di laureati triennali in atenei del sud è crescita costantemente, passando dal 10,8% al 18%, e nelle isole si sfiora il 30%

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Diritto allo studio: ancora troppe borse “virtuali”

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Nell’anno accademico 2013-14, l’ultimo di cui possediamo i dati, sono stati oltre 46mila gli studenti universitari italiani dichiarati idonei a ricevere una borsa di studio, ma che non l’hanno ricevuta, che non sono cioè fra i cosiddetti “beneficiari”. In media, su 10 studenti considerati idonei, i borsisti effettivi sono solo 7. E le cose vanno sempre peggio: negli anni della crisi il numero di studenti idonei per una borsa di studio a livello universitario è scesa del 4,16%, e il numero dei borsisti addirittura del 9,17%. In controtendenza rispetto a Francia, Germania e Spagna, dove i beneficiari sono aumentati rispettivamente del 34%, del 33% e del 59% nel periodo 2007-2012.

CHI PAGA LE BORSE DI STUDIO? GLI STUDENTI

L’aspetto più interessante è che molta parte delle borse di studio erogate sono a tutti gli effetti pagate dagli studenti stessi, attraverso la tassa regionale studenti, che nel 201-14 copriva oltre il 40% delle borse. Il rimanente 60% se lo spartivano le regioni tramite i propri fondi (23,6%) e il Fondo Statale (34,2%).

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Lavoro, i giovani italiani lo cercano troppo tardi

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Fanno sempre notizia le storie dei giovani talenti che bruciano le tappe, da ultima la vicenda di Adele Brunitto, la ragazza nata ad Aversa ma naturalizzata negli Stati Uniti, che a soli 21 anni ha conseguito la laurea magistrale in Management alla Luiss di Roma. Una storia ricca di speranze, in linea con l’idea di unmercato del lavoro molto competitivo dove il fattore età è primario.

Il punto è che in Italia l’età media alla laurea magistrale non è 21 anni, e nemmeno 24, che sarebbe l’età di un laureato “in corso”, ma27,7 anni. E non stupisce più di tanto, dal momento che l’età media alla laurea triennale è 25 anni, quando uno studente in corso dovrebbe laurearsi a 22.

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