Continuare a studiare dopo la laurea: quanto pesano le differenze di reddito

Reblogged from Scienza in Rete

In Italia, lo sappiamo, ci sono pochi laureati rispetto agli altri paesi europei. Ci sono però altri due aspetti che vengono solitamente meno sottolineati: il primo è che dal 2007 a oggi sono sempre meno i giovani che decidono di proseguire gli studi dopo la laurea, il secondo è la scarsa mobilità sociale del sistema universitario italiano, che fa sì che statisticamente chi proviene da contesti familiari meno favorevoli finisca per accontentarsi di un titolo di studio inferiore. Insomma, nonostante il sistema universitario italiano grazie a borse di studio e case dello studente favorisca l’accesso alla migliore istruzione di chi ha meno possibilità meglio di come fanno altri paesi, non si può proprio dire che produca come output una reale equità. I dati di cui stiamo parlando sono quelli raccolti da Almalaurea, pubblicati alla fine di aprile, e riguardano il 2015.

Read More

Laureati: quanti stage e quanti posti di lavoro?

Reblogged from datajournalism.it

La corsa al tirocinio si fa sempre più veloce settimana dopo settimana, ma solo per una piccola parte questa opportunità significherà davvero entrare nel mondo del lavoro. Recentemente il Governo ha reso noti gli ultimi dati relativi a Garanzia Giovani, aggiornati al 1 giugno 2016: 918.360 ragazzi dai 15 ai 29 registrati, di cui 703.449 presi in carico da parte dei Servizi per l’Impiego. Alla metà di questi, precisamente a 339.597 giovani, è stata proposta almeno una qualche posizione occupazionale, fra tirocini, stage, servizio civile, e formazione gratuita.

Un boom anche per il progetto “Crescere in Digitale” a cui sono iscritti 62.558 e 2.441 imprese, che si sono rese disponibili ad accogliere 3.255 tirocinanti (il 5% degli iscritti) grazie al Super Bonus Occupazionale che riconosce fino a 12.000 Euro alle aziende ospitanti. Leassunzioni previste dalle aziende però, cioè tutto ciò che non è stage, voucher e tirocini, sono molte di meno.

Dei 284 mila neolaureati stimati nel 2015, circa 138 mila saranno quelli che proveranno a immettersi nel mondo del lavoro, e uno su 3 provenendo da una laurea in ambito umanistico. La buona notizia è che più della metà dei laureati (neolaureati o meno) è previsto in entrata con un contratto a tempo indeterminato, quella cattiva che su le assunzioni previste dalle aziende nel 2015 sono solo 82.900 e solo la metà di queste, 43.700 sono le assunzioni aperte anche a neolaureati. Per i diplomati, come si diceva, le cose vanno un po’ meglio: con 178.500 neodiplomati che si sono immessi nel mercato del lavoro nel 2015 per circa 130 mila assunzioni previste per neodiplomati.

Read more

Come se la cava l’università italiana

Reblogged from Rivista Micron

Un divario profondo fra grandi e piccoli atenei e fra Nord e Sud quanto a tasse universitarie e numero di iscritti, un personale docente in calo rispetto al 2013, con 6000 ricercatori in meno, e una scarsa mobilità all’interno del corpo docente, dal momento che nel periodo 2013-2015 il 50% dei bandi era rivolto esclusivamente a interni all’istituzione che erogava il bando. Ma c’è anche una buona notizia: dopo anni di declino e stagnazione, si ricomincia a vedere una crescita del numero di immatricolazioni di giovani neo diplomati e sempre meno ragazzi che abbandonano l’università. Forse perché comunque, lo scarto fra laureati e non, è in aumento a favore di chi ha in tasca il famoso “pezzo di carta”.
Questi alcuni dati illustrati all’interno dell’ultimo rapporto di ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca) che fa il punto della situazione a 3 anni dall’ultima pubblicazione. In questa prima puntata raccontiamo i caratteri del sistema universitario italiano, mentre nella prossima parte vedremo come sta il mondo della ricerca.

RIPRENDONO LE IMMATRICOLAZIONI, MA VERSO NORD
Partiamo dal dato positivo: nonostante il tasso di laureati italiani sia fra i più bassi in Europa, e sebbene negli ultimi anni abbiamo assistito a un calo delle iscrizioni, si inizia a scorgere un’inversione di tendenza con un +1,6% di nuove immatricolazioni. Non ovunque però: sono le università del nord a farla da padrona, con il 3,2% di nuove iscrizioni e, limitando l’analisi ai soli giovani con età pari o inferiore ai 20 anni, il nord ha registrato un +4,1%, contro l’1,1% del Centro e lo 0,8% del Mezzogiorno. In generale, la quota di residenti nel Mezzogiorno che si immatricolano in un ateneo del centro-nord è salita da circa il 18% della metà dello scorso decennio al 24%. Il medesimo trend si riscontra anche nella scelta della laurea magistrale: dal 2007/08 al 2013/14 la quota di laureati triennali in atenei del sud è crescita costantemente, passando dal 10,8% al 18%, e nelle isole si sfiora il 30%

Read More

Educazione imprenditoriale a scuola: Italia maglia nera

Reblogged from datajournalism.it

Come raccontavamo qualche settimana fa, in Italia a scegliere la libera professione non sono in molti rispetto al resto d’Europa. Le ragioni che emergono da studi e sondaggi sono molte, dalla pressione fiscale elevata, alla burocrazia asfissiante. Ci siamo però chiesti se non ci fosse di mezzo in qualche modo anche la formazione imprenditoriale.

Non si può dire con certezza che si tratti di una conseguenza diretta, ma sicuramente nel sistema scolastico italiano – a differenza della maggior parte dei paesi europei – non c’è spazio per l’educazione imprenditoriale, intesa come fiducia in se stessi, presa di iniziativa, creatività, progettualità e pianificazione, competenze finanziarie minime, capacità di gestire le risorse e il rischio, di lavorare in team e di saper cogliere le occasioni per crearsi un proprio business. E non siamo parlando solamente di formazione universitaria: il gap con il resto d’Europa quanto a educazione imprenditoriale nasce fra i banchi della scuola primaria.

Il risultato è da un lato che gli italiani hanno in media competenze finanziarie più scarse rispetto ai colleghi europei (dato OCSE PISA 2012), dall’altro una scarsa percezione dell’importanza della formazione imprenditoriale nel proprio percorso scolastico. Secondo gli esperti, l’Italia mostra uno dei tassi più bassi di percezione di quanto la formazione imprenditoriale è incorporata nella formazione scolastica. A raccontarlo un recente report della Commissione EuropeaEntrepreneurship Education at School in Europe pubblicato lo scorso febbraio.

Read more