Fascicolo Sanitario Elettronico: a che punto siamo regione per regione

SALUTE – Quando andiamo ad approfondire i dati sullo stato dell’arte del Fascicolo Sanitario Elettronico – che permette al cittadino di consultare tutta la propria storia sanitaria online e di condividerla con il medico, per un servizio più efficace ed efficiente – in Italia ci troviamo di fronte un arlecchino di dati e situazioni, che rende molto complesso fare comparazioni. Aanche nelle regioni dove il servizio è attivo da più tempo (Lombardia, Toscana, Emilia Romagna), con un ampio range di servizi e dove più o meno tutti gli operatori sanitari sono abilitati ad accedere e caricare dati, fra la popolazione ancora è scarsa la percezione dell’esistenza del fascicolo. Chi lo ha attivato lo usa, ma sono in pochi: in Toscana lo ha attivato il 60% degli assistiti, in Lombardia il 40% e in Emilia solo il 9% degli aventi diritto. Nelle altre regioni in cui è attivo in media non si supera l’1-2% degli assistiti.

A gennaio 2018 le regioni italiane si dividono in tre categorie: quelle dove il Fascicolo Sanitario Elettronico è attivo, conforme alla normativa e chiunque fra gli assistiti nella regione può attivarlo; le regioni in cui il fascicolo è attivo ma in fase di sperimentazione su un gruppo di persone e verrà reso disponibile a tutti entro l’anno, infine le regioni che sono pronte per attivarlo ma non lo hanno ancora fatto. A quest’ultima categoria appartengono Abruzzo, Campania, Calabria e Sicilia, ma alcune – ci confermano da AGID, l’Agenzia per l’Italia Digitale responsabile del monitoraggio costante – entreranno presto in regime di sussidiarietà, ovvero si appoggeranno per l’attivazione del fascicolo alla piattaforma pre-costituita recentemente e messa a disposizione dal MEF (Ministero di Economia e Finanza) per velocizzare il processo di attivazione.

I numeri che raccontiamo qui provengono dal sito di AGID, che raccoglie periodicamente i dati inviati dalle regioni intorno a diversi indicatori. Pochi giorni fa sono usciti quelli dell’ultimo trimestre 2017, che completano il quadro dell’anno appena trascorso.

Aver attivato o meno il Fascicolo per come viene inteso dalla normativa (Decreto del consiglio dei Ministri del 29 settembre 2015, n. 178), tuttavia, non significa nel concreto avere o meno in piedi un certo servizio. Alcune regioni sono partite prima di altre con la digitalizzazione e ora si trovano a dover fare il passaggio da un’altra piattaforma, risultando ancora in fase di sperimentazione per quel servizio in riferimento alla sua presenza nel FSE; altre hanno iniziato il percorso di digitalizzazione solo di recente e direttamente inquadrando il servizio nel fascicolo. È il caso per esempio della Sicilia, la prima regione a partire con la ricetta dematerializzata ma che al momento non ha messo in piedi il Fascicolo nel suo complesso. Idem per Veneto e Umbria. Nel Lazio invece non esisteva la ricetta dematerializzata prima dell’introduzione del FSE nel 2017. Al contrario ci sono regioni dove, nonostante la storica presenza del FSE, non si riesce a digitalizzare tutti gli aspetti. Una è la Provincia Autonoma di Trento, dove non si è ancora riusciti a dematerializzare la ricetta specialistica.

* Nota metodologica. Nei grafici prodotti da AGID l’indicatore “% aziende sanitarie che alimentano il FSE” significa la percentuale di referti fra quelli prodotti dall’azienda sanitaria che sono stati caricati nel FSE dei pazienti. Questo valore dipende dall’aver dato oppure no da parte del paziente il consenso al caricamento del referto in fase di attivazione. Si tratta di un dato che ha significato laddove le aziende sanitarie sono un numero congruo per un confronto, come Lombardia, Emilia Romagna e Puglia. L’indicatore “medici/operatori che usano il servizio” va letto come “medici /operatori abilitati ad alimentare il servizio”. Le regioni stanno gradualmente abilitando i professionisti ad avervi accesso. 

Regioni dove il FSE è attivo per tutti gli assistiti

Basilicata

Al 16 gennaio 2018 3.478 cittadini assistiti lucani avevano attivato il fascicolo, circa l’1% delle persone che ha un medico di base. Il tasso di utilizzo è però nullo. Negli ultimi tre mesi solo a 53 cittadini è stato fornito un referto elettronico, ma nessuno di essi l’ha consultato tramite FSE. Solo il 10% degli operatori sanitari ha al momento accesso al fascicolo, il 9% dei medici.

Emilia Romagna

L’Emilia Romagna è una regione capofila nella storia dell’attuazione del fascicolo. Al 30 gennaio 2018 il 60% degli operatori sanitari aveva attivato il servizio, quasi il 100% dei medici lo aveva usato ed era presente nel FSE il 10% dei referti dei pazienti. Sono 397.531 gli assistiti che hanno attivato il FSE, il 9% dei 4,3 milioni di assistiti regionali; è il doppio rispetto a due anni fa, anche se le percentuali non sono altissime rispetto ad altre regioni. Molto buono è il risultato in termini di utilizzo effettivo. Il 56% delle persone a cui è stato reso disponibile un referto online negli ultimi 90 giorni ha effettuato l’accesso al referto tramite FSE: oltre 214 mila accessi solo nell’ultimo trimestre del 2017. Ci sono stati periodi, come il primo trimestre 2017, dove addirittura il 70% dei referti è stato consultato tramite FSE.

Friuli Venezia Giulia 

Tra la fine del 2016 e l’inizio del 2018 il Friuli ha visto crescere le attivazioni: da 840 mila a 990 mila (l’82% degli assistiti). Il 95% delle aziende sanitarie carica i propri dati ma l’utilizzo effettivo è molto basso: si sono registrati solo 16 accessi negli ultimi 90 giorni.

Lazio 

La regione Lazio ha visto le prime attivazioni proprio nel 2017 ma sono pochissime (uno zero virgola rispetto al totale degli assistiti). In un anno sono stati 4.436 gli assistiti laziali che hanno attivato il servizio, ma tutti i 1220 referti che sono stati resi disponibili nel fascicolo nell’ultimo trimestre sono stati effettivamente consultati attraverso lo stesso.

Liguria

Al 31 gennaio 2018 solo il 2% degli assistiti liguri ha attivato il fascicolo: 38.502 persone, una situazione sostanzialmente uguale a quella di un anno e mezzo prima. Tuttavia, il 60% di chi ha ricevuto un referto nell’ultimo trimestre ha usato il servizio. L’1,29% degli operatori sanitari e 2% dei medici è abilitato ad alimentare il servizio.

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Malattie professionali: aumentano le denunce, ma calano quelle accettate

SALUTE – Il principale problema nel mappare la prevalenza di malattie professionali (dove c’è un rapporto causale, o concausale, diretto tra il rischio professionale e la malattia) rispetto ad esempio agli infortuni, è che in molti casi i lavoratori non denunciano il proprio disturbo a INAIL. Tuttavia, anche solo analizzando l’ultimo rapporto annuale di INAIL al 31 dicembre 2016, si notano alcuni aspetti interessanti fra chi lo ha fatto.

Primo, che nel 2016 ci sono state 60.260 denunce di malattia professionale, e una su tre in media è stata accettata. Una percentuale che scende alla metà fra chi ha lavorato per conto dello Stato: solo una denuncia su sei è stata effettivamente accettata da INAIL come dovuta al lavoro svolto.
In generale, dal 2012 a questa parte le denunce sono aumentate sensibilmente, mentre è andata calando la percentuale di quelle accettate. Si è passato dalle 46 286 denunce del 2012 alle oltre 60 000 del 2016, ma da una percentuale di accettazione del 44% a una del 32%. Nel 2016 si registra inoltre un 4% di denunce in istruttoria.

Accanto a questi 60 000 casi di malattia professionale, nel 2016 si sono avuti 543.494 infortuni, 100 000 in meno del 2012. Al 31 dicembre erano in essere 745 000 rendite, per inabilità permanente e ai superstiti (l’1,95% in meno rispetto al 2015), mentre le rendite per inabilità di nuova costituzione sono circa 17 000. Non dobbiamo stupirci, dal momento che fra le aziende controllate ben l’87,6% è risultato irregolare per qualche aspetto, un totale di 20 000 aziende: solo nel 2016 – dice INAIL – sono stati regolarizzati 52.783 lavoratori irregolari e oltre 5 000 in nero.

La maggior parte delle malattie professionali colpisce gli uomini (72%) e chi lavora nel settore dell’industria e servizi: quasi 47 000 persone alle quali si aggiungono 16 000 casi di malattia professionale in agricoltura e 733 fra chi ha lavorato per conto dello Stato.

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Il rischio di cancro è associato tanto alle malattie croniche, quanto allo stile di vita

Reblogged from Oggiscienza

SALUTE – Già altri studi avevano messo in luce che alcune malattie croniche come il diabete o le patologie renali possono predisporre allo sviluppo del cancro, generalmente valutando la singola cronicità. Non ci sono però molti dati finora su come la combinazione di malattie croniche e di stili di vita non sani possa portare o meno allo sviluppo di tumori o  aumentare la mortalità nei pazienti.
Un nuovo studio, pubblicato su BMJ e condotto da un nutrito gruppo di ricercatori americani e taiwanesi ha evidenziato che le malattie croniche contribuiscono a oltre un quinto dei tumori e a più di un terzo delle morti per cancro, percentuali analoghe al contributo combinato dei cinque noti fattori di rischio nello stile di vita (fumo, consumo di alcol, scarsa attività fisica, obesità e basso consumo di frutta e verdura nella dieta).
Si tratta di uno studio osservazionale che ha coinvolto 405.878 partecipanti, per i quali sono stati misurati per un periodo di circa otto anni otto marcatori: pressione arteriosa, colesterolo totale e frequenza cardiaca, diabete, marcatori della malattia renale cronica (proteinuria e velocità di filtrazione glomerulare), malattia polmonare e marcatore dell’artrite gottosa (acido urico).

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La differenza di genere è anche una questione di cuore

Reblogged from Bollettino Ordine Medici di Milano (p. 26 e segg)

La medicina di genere è nata verso la ne degli anni Ottanta da una presa di coscienza: la necessità di percorsi differenziati (per esempio nelle terapie o nel dosaggio dei farmaci) che tenessero conto delle differenze, tutt’altro che secondarie ma ignorate dalla medicina del secolo scorso, fra il corpo maschile e quello femminile. Peraltro, ancora oggi, sebbene vi siano farmaci per intere aree terapeutiche in cui la popolazione prevalente è femminile, è molto basso il coinvolgimento delle donne negli studi clinici che verificano efficacia, sicurezza e dosaggio di questi farmaci.

“I due aspetti principali che differenziano il corpo maschile da quello femminile sono il metabolismo e il sistema immunitario” spiega Adriana Maggi, docente di Farmacologia presso l’Università Statale di Milano. “Nell’evoluzione uomini e donne hanno giocato ruoli diversi, e la maternità e l’allattamento hanno richiesto strategie metaboliche diverse al corpo femminile, cioè una diversa gestione delle risorse energetiche e del cibo. Inoltre, che uomini e donne siano anatomicamente diversi è evidente e noto a tutti, che lo siano anche biologicamente un po’ meno. molto si è scoperto e molto altro si sta capendo, anche di organi o apparati, come quello cardiovascolare, la cui funzionalità sembrava poco in uenzata dalla variabilità di genere il corpo femminile, sempre in ragione della sua predisposizione alla maternità, ha un sistema immunitario che si è per così dire adattato ad accogliere il figlio, che è qualcosa di estraneo per il corpo”. Questi elementi importanti non sono stati al centro dello sviluppo della medicina del XX secolo. La mancata definizione di dosaggi in base al genere può almeno in parte spiegare quel 50% di effetti collaterali in più che si manifesta nelle donne. Inoltre, non si adottano strategie differenziate rispetto al sesso per la prevenzione e la cura di malattie metaboliche o autoimmuni, come il diabete, il lupus eritematoso sistemico e la tiroidite di Hashimoto.

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