La salute ai tempi della crisi

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Tagliare la sanità, come ventilato alle Regioni dal governo italiano? Un bel rischio, soprattutto per i piùpoveri e socialmente fragili. A giudicare dai dati sulla salute ai tempi della crisi, il sistema sanitario pubblico italiano sembra davvero un argine importante, ancora in grado di garantire una tenutadegli italiani colpiti da disoccupazione e recessione. Ma un argine che comincia mostrare alcune crepe. Vediamo quali. E perché.
Alcune sgradevoli verità cominciano ad emergere dal rapporto recentemente pubblicato dallIstat, in cui si confrontano malattie e percezioni soggettive dello stato di salute degli italiani per sesso, età, e regione nel 2005 e nel 2013, cioè prima e durante la crisi economico-finanziaria che ha colpito lintero pianeta.
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Italia, come il resto del mondo, non sfugge ai morsi di miseria e disoccupazione crescenti, anche se molto meno rispetto ad altri paesi. E mentre gli epidemiologi guidati da Giuseppe Costa, dell’Università di Torino, escogitano nuove strategie per una sanità anti-crisi nel Libro Bianco sulle disuguaglianze di salute in Italia (in uscita per i primi di dicembre), lOrganizzazione mondiale della sanità dedica un intero rapporto a come sta lEuropa in un momento storico in cui le differenze di reddito, cultura e occupazione si stanno allargando anziché riducendo. 

CRISI E SISTEMA SANITARIO  

Molti sono gli studi che cominciano a mostrare un peggioramento nelle condizioni di salute a partire dal 2007 a oggi, vuoi per la crescente disoccupazione e impoverimento, vuoi per la politica di austerità che ha infierito sui sistemi sanitari di alcuni paesi come la Grecia, dove hanno dovuto razionare anche medicinali salvavita.
Anziani, giovani, ma anche bambini – come mostra un ultimo studio della rivista The Lancet – hanno risentito in termini di malattie e vite perdute l
approfondirsi delle diseguaglianze durante la crisi che ha colpito di fatto lintero pianeta.
In questo quadro, la buona notizia è che secondo i dati Istat 2005-2013 in Italia questo peggioramento della salute da crisi non si è ancora manifestato, se non per la salute mentale. Difficile dare una spiegazione: se i segnali sono ancora troppo precoci per essere colti o, come ipotizza lo stesso Costa, perché il sistema-Italia mostra comunque una capacità di reazione alle avversità (resilienza) maggiore che altrove, forse per la presenza stessa di un servizio sanitario che copre gratuitamente lintera popolazione.
Per questo i tagli alla sanità che nelle settimane scorse sono stati prospettati dal governo sono tanto preoccupanti, e tanto mal accolti istintivamente dalla maggioranza degli italiani. La crisi ha infatti già operato sforbiciate nel servizio sanitario italiano più che altrove in Europa. Con un 7% del PIL allanno lItalia investe relativamente poco in salute; ma soprattutto investe proporzionalmente sempre meno rispetto agli altri. Se la media dei paesi OCSE infatti ha rallentato la crescita degli investimenti in sanità, litalia è andata sotto zero sia nel 2008 sia nel 2012 e nel 2013.
La spesa per la prevenzione, in realtà molto bassa in quasi tutti i paesi europei, in Italia non supera il tetto che pare irraggiungibile del 5%. Pur essendo secondo molti osservatori la prevenzione la prima leva per ridurre le disuguaglianze di salute nella popolazione e contrastare al meglio gli effetti della recessione. 

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Sanità, si tagliano i servizi e non gli sprechi

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Tagliare la sanità non si può. Ma Sergio Chiamparino, presidente della Conferenza delle Regioni, ha parlato chiaro: i quattro miliardi in meno previsti dalla manovra del governo si tradurranno necessariamente in sforbiciate alla sanità, che si porta via più del 70 per cento del loro budget. E se la spending review imporrebbe razionalizzazioni e costi standard (la celebre siringa che in Veneto costa 4 centesimi e in Sicilia 60) contro gli sprechi, sembra aver ragione il presidente del Veneto Luca Zaia quando dice che Renzi non ha la forza di imporli. Perché, infatti, dopo averne a lungo parlato lascia nelle mani dei governatori la patata bollente, limitandosi a un taglio lineare che saranno loro a dover declinare.

Il rischio è allora che, come è accaduto finora, si finisca con l’erodere i servizi invece che mettere ordine nella spesa, in particolare nelle regioni dove i costi sono già fuori controllo. Insomma, se è vero che i prezzi pagati per le forniture (dalle protesi da impiantare alle lavanderie) sono diversissimi da Asl a Asl, è anche vero che molti direttori generali non sono riusciti, o non hanno voluto razionalizzarli nonostante anni di reprimende pubbliche e tagli. Fare una spending review seria imponeva di usare il bisturi dove si spreca, invece la manovra dà un colpo d’accetta ai fondi statali col rischio di obbligare anche le regioni virtuose a limare servizi essenziali.

Perché, al netto di questa revisione capillare dei costi delle forniture, negli ospedali italiani “grasso che cola” non ce n’è proprio più. Il sistema sanitario al momento tiene. Ma già scricchiola. E i dati indicano che erodere ancora i budget potrebbe avere conseguenze serie sulla salute degli italiani. Così gli epidemiologi guidati da Giuseppe Costa dell’università di Torino sono al lavoro per escogitare nuove strategie anti-crisi nel Libro Bianco sulle disuguaglianze di salute in Italia (che sarà reso noto nei primi giorni di dicembre). Strategie, non altri tagli perché le mille manovre dei governi Berlusconi, Monti e Letta già mostrano i loro effetti e l’Istat, confrontando malattie e percezioni soggettive dello stato di salute degli italiani nel 2005 e nel 2013, cioè prima e durante la crisi, ha scoperto che il nostro paese comincia a stare assai peggio che in passato.

È vero però che altre nazioni (Grecia in testa) se la passano peggio, come mostra un ultimo studio della rivista “The Lancet”. Noi abbiamo certamente goduto dello scudo del Ssn che copre gratuitamente l’intera popolazione. Ma fino a quando potrà farlo? Se già oggi vediamo che non ci sono soldi per la prevenzione; che anche il ceto medio non riesce a pagare il ticket e rinuncia alle cure; che le madri disertano i pediatri e si taglia la salute delle generazioni future.

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Agricoltura biologica sempre più forte, soprattutto al Sud

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Il boom del bio non si arresta, Sicilia in primis, e con chi produce aumenta anche chi acquista. Crescono moltissimo però anche le importazioni, e ci piacciono le patate egiziane e i fagioli cinesi

Che l’agricoltura biologica sia letteralmente un fiore all’occhiello della nostra economia è accertato da tempo. Solo nel 2013 si è registrato un aumento del 5,4% degli operatori del settore rispetto al 2012 e un 12,8%  in più di terreno adibito a coltivazioni bio, per un totale di 1.317.177 ettari complessivi lungo tutto lo stivale,grosso modo come Abruzzo e Molise messi insieme.

A trainare questa esplosione la Sicilia, dove si registra un incremento del 25% degli operatori che operano nel settore rispetto all’anno precedente.

Anche limitandoci all’agroalimentare, nessun’altro settore ha registrato negli ultimi anni incrementi simili. Cresce chi il biologico lo produce, ma anche chi lo acquista, italiano o no che sia. Al contempo infatti sono aumentate sensibilmente anche leimportazioni, il 12% in più rispetto al 2012.
Questi i dati forniti dal recentissimo dossier Bio in cifre 2014prodotto da SINAB – Sistema d’Informazione Nazionale sull’Agricoltura Biologica su rilevamenti del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali (MiPAAF), che confermano anche per quest’anno i dati relativi all’anno precedente. (Wired ne aveva parlato qui, in un articolo a firma di Marco Boscolo).

Boom siciliano, ma il sud non cresce. Per la Sicilia nel 2013 è proprio il caso di parlare di esplosione bio. Un aumento degli operatori del 25% in un solo anno, un incremento più che significativo se consideriamo che la media italiana si attesta intorno al 2,8% e che la seconda regione come tasso di crescita nel settore, le Marche, si ferma al +7,7%. A ben vedere però il sud non se la cava molto bene. La media risulta infatti pesantemente influenzata dal +25% siciliano: se non consideriamo la Sicilia, la media delle altre regioni del sud mostra addirittura una flessione negativa rispetto al 2012 ( -0,35%), e la media italiana si ferma a +1,6%.

È invece il nord a registrare gli incrementi più alti, in particolare il nord est (ivi compresa l’Emilia Romagna), mentre il centro rimane – anche se di poco – sotto la media.

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Tutti i debiti che lo Stato non ha ancora saldato

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Pubblica amministrazioneStato, Regioni ed enti locali non hanno ancora pagato quanto dovevano entro l’estate, come annunciato da Renzi nel salotto di Bruno Vespa. In totale 75 miliardi di euro. Dal 2013 a oggi ne sono stati stanziati 57 finiti soprattutto in sanità.

La pubblica Amministrazione non ha saldato i suoi debiti entro la fine dell’estate come promesso dal presidente del consiglio Renzi. E’ passato un mese e per pagare pagari i 75 miliardi di euro di spesa commerciale dovuti, sono stati resi disponibili per il momento 57 miliardi di euro, di cui 38,4 miliardi sono già stati erogati agli enti debitori e 31,3 miliardi, cioè il 53%, sono già stati pagati agli enti creditori.   Sono tanti, sono pochi questi 38,4 miliardi di euro? In realtà, se andiamo a vedere i dati, questo 53% rappresenta una media poco significativa, dal momento che 10 miliardi di questi 57 sono quelli previsti dalle leggi promulgate negli ultimissimi mesi, e dunque non è così strano che grossa parte delle risorse non sia ancora stata effettivamente erogata. Bisogna insomma, guardare passo a passo cosa è stato fatto e cosa no.   I 57 miliardi sono la somma totale finora stanziata dal governo in quattro momenti, rispettivamente dal D.L. 35/2013 che ha messo a disposizione la fetta più grossa cioè i primi 40 miliardi di euro, dal D.L. 102/2013 che ne ha messi sul tavolo altri 7,2 miliardi, dalla Legge di Stabilità 2014 che ne ha aggiunti altri 0,5 miliardi e infine dal D.L. 66/2014 che ne ha sommati ulteriori 9,3 miliardi, per un totale appunto di 57.

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