La Silicon Valley dell’ottica resiste nella terra del Vajont

Riportato da pagina99

Belluno. Il 9 ottobre del 1963  pag99vajontuna gigantesca frana fece tracimare il bacino artificiale del Vajont riversando a valle un’onda di cinquanta milioni di metri cubi d’acqua che spazzò via in pochi minuti i paesi di Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè, facendo 1.917 morti. Tra i fattori che hanno determinato la rinascita, anche economica, di quelle terre c’è la decisione delle grandi aziende del distretto bellunese dell’occhiale di trasferire proprio lì, a partire dalla fine degli anni Ottanta, la loro sede o i principali centri di produzione. L’ultimo stabilimento in zona la Marcolin Eyewear, che insieme alla De Rigo Vision Spa oggi ha sede proprio a Longarone, lo ha acquistato un mese fa: 3.500 metri quadri per 5 milioni di euro nella vicina Fortogna. La produzione inizierà la prossima primavera e darà lavoro ad altre 50 persone.

Insieme a Luxottica e Safilo, gli altri due colossi dell’industria ottica locale, De Rigo e Marcolin si spartiscono la quasi totalità dei marchi di moda esistenti e coprono la maggior parte del mercato mondiale dell’accessorio forse più glamour che l’industria dello spettacolo del Novecento abbia prodotto. Così oggi se camminiamo per le strade di Roma, New York, Rio de Janeiro o Rostov, sul Don, possiamo essere certi che la maggior parte degli occhiali da sole e da vista che ci scrutano sono creati nelle Dolomiti. Perché se gran parte del Made in Italy – dall’auto ai collant, passando per le caffettiere – oggi fatica a rimanere ancorato al nostro Paese, tutte le grandi aziende dell’ottica mantengono lo zoccolo duro in Val Belluna.

Il cuore di Luxottica per esempio continua a rimanere ad Agordo e il suo braccio destro a Sedico, un paesino di poco più di 10 mila abitanti che ospita 36 mila metri quadrati di stabilimento dal quale ogni giorno partono oltre 200.000 pezzi distribuiti in tutto il mondo. Una macchina da guerra che nel 2013 ha prodotto un fatturato da capogiro, 7,3 miliardi di euro. Ma anche Safilo, De Rigo e Marcolin hanno registrato, nello stesso anno, fatturati record: rispettivamente, 1,2 miliardi, 370 milioni e 345 milioni di euro. Il binomio occhiale-Val Belluna non equivale infatti solo a Luxottica. Certo, l’azienda di Leonardo Del Vecchio è ancora la locomotiva indiscussa del settore, con il fatturato in crescita costante alla faccia della crisi, più di 73 mila dipendenti e 77 milioni di pezzi venduti solo nel 2013. Ma è il distretto nel suo complesso ad aver cambiato negli ultimi cinquant’anni volto all’intera valle (si veda il box in basso). Ogni giorno a Belluno si gestiscono occhiali destinati a tutti i continenti: Luxottica e Safilo distribuiscono in più di 130 Paesi, Marcolin in 127 e De Rigo in 80. Nonostante passaggi di proprietà, fondi di investimento e crisi strutturali, le fila logistiche sono sempre rimaste saldamente qui, con le spalle ai monti e lo sguardo a valle.

Tutto ha inizio nei primi anni Sessanta, quando alcuni imprenditori della zona cominciano a costruire occhiali in modo semi artigianale. Un’arte che attecchisce in fretta. Tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, la Valle del Piave diventa una sorta di Silicon Valley dell’ottica. Ogni paesino ha la sua fabbrica di occhiali e una rete di persone che assembla, pulisce, controlla pile e pile di lenti ogni giorno, anche da casa. L’espansione è rapida e travolgente. Basti pensare che in soli vent’anni, dal 1971 al 1991, si passa da 137 imprese operanti in provincia, a 745. Un mercato la cui varietà oggi è pressoché scomparsa, con molte piccole imprese indipendenti che non ce l’hanno fatta o che sono state acquisite dalle aziende più grosse.

Basta entrare in una qualunque delle tante agenzie interinali del territorio per scoprire che non c’è più aria da Silicon Valley. Rimane tuttavia il fatto che, a differenza di altri settori, qui si punta ancora sulla territorialità del Made in Italy. «Nel 2014 speriamo di superare il record storico di oltre 3 miliardi di valore dell’export italiano di occhiali, un record che in buona parte si realizzerà nel bellunese», dichiara a pagina99 Cirillo Coffen Marcolin, presidente Anfao, l’associazione nazionale dei produttori di articoli ottici che aderisce a Confindustria. Un ottimismo che pare essere condiviso anche dai sindacati. «Certamente i terzisti, stanno sentendo di più la crisi rispetto ai grandi colossi», racconta Nicola Brancher, segretario generale della Cisl di Belluno e Treviso, «ma nulla di particolarmente stringente». «Oggi il punto dove discutiamo di più come sindacati è migliorare ulteriormente la flessibilità degli orari di lavoro, specie per le donne», aggiungono Giuseppe Colferai, segretario generale della Filctem Cgil di Belluno e Rosario Martines segretario generale della Uiltec.

La versione pubblicata e completa, oggi in edicola su pagina99

Come i green jobs creano lavoro: 7 grafici

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L’Italia che innova c’è, ed è parecchio verde. Un settore, quello dell’impresa green, che secondo i dati più recenti produce più occupazione, più innovazione e un maggior fatturato rispetto a chi non scommette su servizi e prodotti eco-sostenibili ed eco-efficienti. Sia che si tratti di misure per ridurre l’impatto inquinante dato dalla propria produzione, della costruzione di nuovi edifici che puntano sulle smart grid, o di offrire servizi ai cittadini volti a ridurne l’impronta ecologica, nel gran mar della crisi, pare esista almeno un settore in cui si intravede un barlume di speranza, specie per i giovani.

Secondo i dati Unioncamere, raccolti nel report GreenItaly 2014, le assunzioni nell’ambito dei green jobs – cioè le nuove figure professionali legate all’innovazione verde delle imprese – stimati per l’anno in corso sarebbero 50.700, cioè il 13,2% del totale previsto per il 2014. Numeri importanti, se solo cinque anni fa, nel 2009, rappresentavano il 10% del totale delle nuove assunzioni. E considerando anche il gruppo dei lavoratori definiti “ibridi”, il cui lavoro non è finalizzato in modo diretto alla produzione di beni o servizi green, la percentuale diventa del 61%. In altre parole il 61% delle nuove assunzioni previste per il 2014, che sono 234 mila, riguarderà figure che gravitano più o meno direttamente intorno allo sviluppo della green economy.   –

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Istruzione: l’Italia migliora ma l’Europa è lontana

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Un mese fa sono stati assegnati i Premi Nobel e anche se quest’anno non abbiamo portato a casa nessuna medaglia, è altrettanto vero che l’Italia è al settimo posto nel mondo con 20 premi da quando il premio è stato istituito.
Nobel a parte, fra i 3.200 ricercatori più citati del mondo, 55 sono italiani.
Per non parlare per esempio di una realtà come quella del Cern di Ginevra, dove tra un tunnel e l’altro si parla parecchio l’italiano. Fabiola Gianotti è stata appena nominata Direttore generale del Cern.
Il punto è che anche se da un lato assistiamo con orgoglio ai premi vinti dai nostri connazionali – da ultimo il prestigioso Lise Meitner Prize vinto da Paolo Giubellino, responsabile del progetto ALICE proprio al Cern – al tempo stesso nel nostro Paese, specie nelle regioni del sud, ci sono realtà in cui i bambini frequentano la scuola in modo discontinuo, sfuggendo alle maglie dell’istruzione obbligatoria. In altre parole, manca l’omogeneità. E proprio questa disomogeneità è il grande dato che emerge dal recente report annualmente redatto da OCSE. Disomogeneità soprattutto rispetto al resto d’Europa.
La notizia è che il report rileva in realtà un miglioramento della qualità dell’istruzione di base, specie per le donne, e in particolare nelle discipline scientifiche. Secondo dati OCSE infatti, in Italia il 40% delle nuove lauree in ingegneria sarebbe stato conseguito dalle donne, quasi il doppio di Germania (22%) e Regno Unito (23%). Non solo oggi si va a scuola di più, ma pare che addirittura chi ottiene un titolo di studio oggi sia più preparato rispetto ai coetanei di 10 anni fa. Ma, l’avversativo sembra d’obbligo dal momento che se è vero che rispetto all’anno 2000 nei test PISA e PIAAC gli italiani sono migliorati, è anche parallelamente vero che rispetto agli altri paesi europei siamo ancora uno dei fanalini di coda, insieme Spagna e Turchia. Per non parlare della fetta dei cosiddetti NEET (i giovani non occupati e che non studiano) ambito in cui siamo ancora una volta tra i peggiori d’Europa. In altri termini: buone notizie rispetto agli anni passati, ma c’è ancora molto da lavorare per raggiungere gli standard europei, sia come risultati, che come finanziamenti.

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Asili e bonus da 80 euro, per le neo-mamme il problema è il lavoro

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Fare figli nell’età della grande depressione è una scelta non scontata. Ci sono i costi da affrontare in termini di asili nido, pannolini ed eventuale latte in polvere. Poi ci sono i costi possibili in termini di vita professionale per le neo mamme, il 22% delle quali nel 2012 ha lasciato il lavoro a due anni dalla nascita del proprio figlio. Nelle regioni del Sud questa fetta copre un terzo del totale. Nel 2005, prima della crisi, la media nazionale era del 18%.   In questo contesto il bonus di 80 euro mensile alle neomamme proposto dal Governo per il 2015 difficilmente produrrà effetti in termini di aumento delle nascite – e meno che mai in termini di partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Più significativo dovrebbe rivelarsi invece l’impegno del “1000×1000”, preso lo scorso settembre del Premier Renzi: istituire 1000 asili nido in 1000 giorni. Se quanto a coperture statali per le scuole materne l’Italia è ai primi posti in Europa, finiamo infatti al limite della classifica per quanto riguarda i servizi dedicati alla primissima infanzia.   Quel che emerge oggi dalle rilevazioni Istat è sì che le neomamme potranno comprare qualche pacco di pannolini in più, ma se non fossero costrette a rimanere a casa perché gli asili nido costano troppo o perché l’azienda non può per varie ragioni concedere loro un part-time, forse quegli 80 euro al mese potrebbero spenderli comunque e le risorse risparmiate potrebbero essere disponibili per gli asili.

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