Italia, lavoro non è sinonimo di impresa

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Lo sappiamo bene: oggi entrare nel mondo del lavoro anche con un’elevata istruzione richiede una qualche dose di creatività, che si traduce spesso anche nel provare a mettersi in proprio, crearsi una professionalità in continua formazione. Una formazione che spesso non è la più ovvia conseguenza del percorso di laurea da cui si proviene. Ma quali sono i numeri di questo fenomeno in Italia?  A quanto pare, nonostante le premesse, il nostro paese non è la patria delle giovani partite iva. Sono molte è vero, ma solo in relazione alla forza lavoro, che fra i giovani con meno di 30 anni è fra le più basse in Europa.

Siamo bombardati da più e più parti dall’idea secondo cui il nostro paese starebbe diventando il paese dei giovani imprenditori, fra chi decide consapevolmente di mettersi in proprio e chi lo è solo sulla carta, per necessità del proprio datore di lavoro. Si riempiono pagine di giornali di storie di makers, artigiani digitali, start-up innovative e spin-off, ma per quanto queste storie siano molte e spesso davvero incoraggianti, le statistiche che cercano di tirare le somme di un sistema paese vanno in tutt’altra direzione. Un paese con un tasso di crescita di liberi professionisti e imprese fra i più bassi in Europa, e con un enorme ritardo quanto a formazione universitaria in materia di imprenditorialità.

Insomma, i giovani “imprenditori” sembrano tanti, ma solo perché i giovani che lavorano nel complesso sono pochi. Secondo il report di Istat Noi Italia 2015, il numero dei NEET italiani (giovani che né studiano né lavorano) era nel 2013 il più alto d’Europa dopo la Grecia. Inoltre, il numero delle partite iva aperte da giovani con meno di 35 anni è stato nel 2015 il più basso degli ultimi 6 anni. Per non parlare del gap salariale: oggi il reddito medio di un giovane professionista dai 25 ai 30 anni, che svolge una delle professioni regolamentate da un albo professionale (non si parla qui solo di partite iva) è di poco più di 12 mila euro e fra i 30-35 enni si sale ad appena 17 mila euro (dato AdEPP – Associazione Enti Previdenziali Privati, 2014).

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Ocse: scenari allarmanti se non cambierà la politica ambientale

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Quasi tutti semafori rossi: nel 2050 quasi tutti gli ambiti di salute che sono correlati con fattori ambientali rappresenteranno scenari allarmanti, almeno secondo le previsioni dell’OCSE, contenute nel report OECD ENVIRONMENTAL OUTLOOK TO 2050, basate sulcosiddetto Baseline Scenario. Inquineremo sempre di più e di conseguenza assisteremo a percentuali sempre più alte di morti premature dovute all’inquinamento dell’aria, in particolare a causa dell’esposizione a particolati, ozono e sostanze chimiche considerate pericolosissime. Un pochino meno allarmanti – l’OCSE le dipinge come semafori gialli – le previsioni riguardanti l’inquinamento indoor, la mortalità infantile per diarrea e la malaria.

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Quote latte 30 anni dopo

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Pochi mesi fa, il 1 aprile 2015 sono terminati i 30 anni di quote latte, introdotte per la prima volta il 31 marzo 1984 dalla Comunità Economica Europea. Una misura assai contestata, che prevedeva un prelievo finanziario per ogni chilogrammo di latte prodotto, con lo scopo di disincentivare la sovrapproduzione di latte. Una produzione sempre maggiore avrebbe avuto come conseguenza un calo dei prezzi.
Ora, dopo 31 anni di quote latte siamo ritornati al libero mercato. Ma quali sono stati i risultati di questo trentennio di multe e restrizioni? A fine novembre Eurostat ha pubblicato i suoi primi dati sull’argomento, che arrivano fino al 2014 e vale la pena darci un’occhiata.
Gli esperti Eurostat definiscono le quote latte un esperimento “very effective”, cioè assai fruttuoso per lo scopo che si era prefissato. Dal 1983 a oggi la produzione di latte a livello europeo non solo non è aumentata, ma è diminuita dell’1%, con una media annuale del -0,3%. Dal 1991 la diminuzione della produzione è stata più marcata: da 159 milioni di tonnellate a 153,8 milioni del 2013.

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Il lavoro è ancora una questione di “genere”

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Se sei donna sei un “capitale umano” che, a parità di costo, renderà di meno a lungo termine. Viviamo in una società in cui una donna laureata produce nel corso della propria vita lavorativa 1,2 volte quanto è costato istruirla, mentre un uomo 2,5 volte tanto. In termini di denaro, si intende, ma sono numeri, questi, che colpiscono se vogliamo parlare di gender gap professionale. Specie alla luce del fatto che le donne nei Paesi ricchi oggi studiano almeno quanto gli uomini. Sono gli ultimi dati OCSE, contenuti all’interno dell’edizione 2015 di Education at a Glance, che si riferiscono alla media dell’area OCSE.
E in Italia? Nel nostro Paese una donna laureata renderà allo Stato di meno di quello che ritorna da aver istruito un uomo. Almeno – magra consolazione – una laureata produce più guadagno per un Paese in termini ancora una volta meramente economici, rispetto a una donna diplomata: 65 mila dollari in media, contro i 48 mila di una donna diplomata. Un uomo laureato – per contro – rende allo stato 127 mila dollari, un diplomato 70 mila. Questo perché un laureato in media guadagnerà più di un diplomato, e quindi pagherà più tasse rispetto a una persona dal reddito inferiore.

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