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Reblogged from pagina99

I dati sul lavoro parlano chiaro: la crisi non è finita. Sia per i giovani che per i meno giovani i contratti a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato continuano a diminuire anno dopo anno, mentre aumentano quelli che una volta messa la corona d’alloro al collo assaporano il senso dell’horror vacui.   Le vecchie professioni “sicure” come il medico o l’avvocato non assicurano più i frutti di un tempo, ma ciò non significa che studiare serva sempre meno, anzi. I laureati sono l’unica fascia fra gli under-29 in cui il numero di assunzioni previste a tempo indeterminato, seppure in progressivo calo rispetto al 2010, supera quelli a tempo determinato. Le cose vanno male insomma, ma vanno ancora peggio per chi ha un titolo di studio basso o non ne ha nessuno.   Non si tratta del solito allarmismo basato sui racconti dei molti che a più di un anno dal temine degli studi non sano più dove sbattere la testa, ma di un trend la cui evidenza è dimostrata dalla banca dati ufficiale Excelsior costruita da Unioncamere a partire dal 2010, che fa il punto sui nuovi contratti di lavoro dichiarati dalle aziende italiane. Il dato meno incoraggiante emerge considerando i contratti non stagionali a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato, esclusi gli ”interinali”, i contratti di apprendistato e le sostituzioni.   È evidente che il mercato del lavoro è oggi assai più complesso rispetto al binomio indeterminato-determinato: ci sono parecchie tipologie contrattuali, oltre all’avanzare del fenomeno del lavoro sommerso e dei sempre più numerosi casi delle “false partite iva”. Quello che emerge dai dati Unioncamere è dunque un calo progressivo dei contratti di lavoro standard per come siamo stati abituati a intendere il lavoro negli ultimi decenni.

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