Il primo numero di The Lancet Planetary Health in sintesi

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Possiamo affermare senza esitare che oggi lo studio dei benefici di un’azione congiunta contro i cambiamenti climatici è incluso nelle agende di molti, fra piani nazionali, ricerche scientifiche e organizzazioni internazionali, fra le quali non da ultima l’OMS, che ha addirittura un ufficio deputato a questo tema, lo European Centre for Environment and Health (ECEH), che ha sede a Bonn. Non dimentichiamo poi che la Sesta Conferenza Ministeriale (l’ultima delle quali è stata quella di Parma nel 2010), che si terrà quest’anno a Ostrava, in Repubblica Ceca, sarà dedicata ad ambiente e salute.
Anche la nota rivista scientifica The Lancet non si è tirata indietro, scegliendo di fondare una nuova “sotto-rivista” (insieme alle varie The Lancet Oncology, The Lancet HIV, The Lancet Haematology e via dicendo, dal titolo The Lancet Planetary Health, che si pone – si legge – come insieme unione di The Lancet Public Health e The Lancet Global Health, nonché come terzo pilastro dell’Open Access Programme della rivista.
Dopo oltre un anno di preparazione, finalmente ad aprile è stato pubblicato il tanto atteso primo numero, che contiene, oltre all’editoriale, 3 articoli scientifici e 8 commenti, firmati da alcuni fra i maggiori esperti mondiali in materia.
Quello che emerge è anzitutto la scelta, o forse la necessità oramai, di concentrarsi non tanto sulle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma sull’impatto delle nostre azioni per mitigare queste conseguenze, una valutazione che per essere Evidence-based deve basarsi ovviamente su solidi dati. È questa la sfida, e non è facile, dal momento che ogni ecosistema vive dinamiche proprie, frutto dell’intersezione di una serie di variabili differenti. Trovare risposte comuni non è semplice.

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In ufficio l’inquinamento atmosferico riduce la produttività

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Le evidenze scientifiche lo dicono da anni: la salute della popolazione passa anche dal lavoro, inteso sia come reddito, che determina i comportamenti e lo stile di vita più o meno sano, che come salute sul luogo di lavoro, che comprende per esempio l’esposizione a sostanze inquinanti, a stress, a carichi di lavoro logoranti e via dicendo.
All’interno di questa ragnatela il fattore produttività gioca un ruolo primario, dal momento che in moltissimi casi a esso sono legati i volumi di reddito dei lavoratori: se produci quanto prefissato allora puoi continuare a farlo, se non ci riesci il tuo posto può essere facilmente ceduto a qualcun’altro. È il caso questo per esempio dei lavoratori di call center – ma non è certo questo l’unico settore che esaspera questo sistema – dove la produttività si basa sulla vulnerabilità dei lavoratori, finendo per accrescerla.
Quello che evidenzia un recente working paper pubblicato dal National Bureau of Economic Research statunitense è che l’inquinamento agisce anche sulla produttività delle persone, aumentandone appunto la vulnerabilità. La ricerca in questione ha coinvolto due call center in Cina, uno a Shanghai e l’altro a Nantong, incrociando i dati sulle concentrazioni di inquinanti e quelli sulla produttività dei lavoratori, evidenziando come livelli più elevati di inquinamento atmosferico sembrino associati a una diminuzione della produttività in termini di riduzione del numero di chiamate che i lavoratori completano ogni giorno, in relazione all’aumento del numero di pause effettuate.

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La società dell’industria 4.0

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In questi giorni a Davos, in Svizzera, si è tenuto il meeting annuale World Economic Forum, che quest’anno aveva come focus la gestione della Quarta Rivoluzione Industriale, quella dell’Internet delle Cose (Internet of Things – IOT), dei Big Data, dell’automazione: la rivoluzione della connettività. Una sfida importante anche dal punto di vista energetico, poiché una rivoluzione industriale oggi deve essere prima di tutto sostenibile.
«La quarta rivoluzione industriale deve prevedere un dimezzamento delle emissioni ogni decennio da qui al 2050, fino a raggiungere le zero emissioni» commenta a Davos Johan Rosckstrom, dello Stockholm Resilience Centre. Il problema è che renderla tale è estremamente complesso, perché in ballo ci sono dinamiche che vanno ben oltre il piano energetico o economico in senso stretto. In ballo ci sono infatti le supply-chains, le migrazioni, gli interessi geopolitici, le guerre per le risorse energetiche, la crisi fiscale e, non da ultimo, le iniquità sociali.

LA MAPPA DEI RISCHI GLOBALI
Qualche giorno fa sempre il World Economic Forum ha pubblicato il Global Risk Report 2017, che fa il punto sui rischi globali a cui siamo sottoposti, e dal quale emerge il peso specifico delle questioni ambientali per il pianeta nei prossimi decenni, in relazione a un mondo che cambia e a una rivoluzione industriale che in realtà ci vede già coinvolti. L’unico modo oggi per comprendere un fenomeno complesso, come il rischio ambientale ed energetico a livello globale, è osservarlo a 360 gradi, studiarne le interconnessioni con altri fenomeni, in quadro geografico mondiale.
Ragionare insomma in termini di mappe. L’aspetto maggiormente interessante di questo rapporto sono proprio le sue mappe, come quella qui sotto, che mostrano le interconnessioni fra i vari fenomeni che stanno accadendo a livello planetario, evidenziando senza vie di fuga come ogni politica, ogni azione individuale e collettiva sia intimamente connessa con altre dinamiche apparentemente distanti. L’“epistemologia della complessità”, che ha mosso i suoi primi passi oltre 50 anni fa, è un tema centrale oggi più che mai.

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