Creare un mondo 3D (e una realtà ibrida) con lo smartphone

Reblogged from StartupItalia

Immaginiamo di fotografare un palazzo con il nostro smartphone e una volta tornati a casa di sederci al nostro tavolo da lavoro, proiettare il modello 3D del palazzo ed “entrarci”, per abbattere muri, spostare stanze, porte e finestre. In maniera virtuale, certamente, ma con la stessa veridicità tridimensionale che percepiremmo se fossimo realmente dentro l’edificio e quei muri li stessimo abbattendo davvero. Un esempio di quella che viene definita “realtà ibrida”, una nuova frontiera che mette insieme le tecnologie nel campo della realtà virtuale e della realtà aumentata.

Un progetto che parla italiano

Il progetto europeo REPLICATE (cReative-asset harvEsting PipeLine to Inspire Collective-AuThoring and Experimentation) ha proprio questo obiettivo: mettere a punto un sistema che sfrutti i più sofisticati sensori presenti in smartphone e dispositivi mobili, per permettere una ricostruzione accurata e affidabile di oggetti e ambienti in 3D, che poi possono essere utilizzati per progettare e comporre nuovi oggetti e per simulare processi reali.

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Fame, un mondo diviso tra denutriti e obesi

Reblogged from L’Espresso

In un ipotetico gruppo di 10 persone, sedute in cerchio una accanto all’altra, ne troveremmo una denutrita e 4 in sovrappeso. Ancora oggi nel mondo l’11 per cento della popolazione, cioè 1 persona su 9, è denutrita, mentre il 40 per cento è sovrappeso o addirittura – 1 su 10 – obesa.

Se il gruppo fosse composto da bambini, a essere denutriti sarebbero 2,5 bambini su 10, e altri 1,5 su 10 sarebbero gravemente sottopeso. Insomma, non è vero che ovunque nel mondo stiamo riuscendo a sconfiggere la fame: non è così in Africa Subsahariana e non è così nelle regioni meridionali e occidentali dell’Asia e in Oceania, dove oggi le persone hanno meno disponibilità di cibo rispetto a 25 anni fa.

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Giovani, freelance e laureati per 1000 euro al mese

Reblogged from datajournalism.it

Nel precedente post di questa serie rilevavamo come il nostro paese non sia certo la patria dell’imprenditoria giovanile, a causa di una formazione imprenditoriale pressoché inesistente nel percorso scolastico, ma anche di difficoltà legate alla troppa burocrazia e al peso fiscale. Ma c’è anche un altro problema che non può essere lasciato da parte: mettersi in proprio in Italia non paga. O meglio: non paga i giovani, che magari per esercitare quella professione hanno sudato durante gli anni universitari, il tirocinio e, magari, studiato per superare un esame di stato.

In media un trentenne iscritto a una cassa di categoria guadagna un quarto di un cinquantenne che fa lo stesso lavoro e un quarantenne guadagna la metà rispetto a un collega di circa 10 anni più vecchio.

E la situazione è ancora peggiore fra chi svolge una professione non regolamentata da un ordine professionale. Qui la media dei redditi fra le diverse classi di età è di 15 mila euro annui lordi per le partite iva e i 18 mila euro circa per iparasubordinati (dato 2012). Per i lavoratori a progetto non si toccano i 10 mila euro annui lordi.

Ma a preoccupare maggiormente è il divario di genere fra liberi professionisti: le donne, altrettanto laureate, guadagnano in media due terzi rispetto agli uomini.

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