Malaria, chikungunya e migranti
Reblogged from Corriere della Sera
Alcuni casi di malattie infettive che vengono riportati dalle cronache inducono a ipotizzare “migranti untori”, carichi di malattie infettive. Di recente è stata la volta di due malattie “esotiche”: la chikungunya e la malaria. Riguardo alla malaria, dopo il caso di Trento del mese scorso, è di alcuni giorni fa la notizia di quattro braccianti extracomunitari, tre magrebini e un sudanese, ricoverati nel reparto Infettivi dell’ospedale di Taranto. A poco sono valse in questo caso le rassicurazioni della stessa ASL sul fatto che questi lavoratori fossero senza dubbio stati infettati, in Italia, vivendo nel nostro Paese da un periodo ben maggiore rispetto ai 20 giorni che richiede l’incubazione della malattia. Approfondendo le caratteristiche dell’incubazione e del contagio di queste malattie, però, e controllando i dati dei controlli alla frontiera sulla salute dei migranti, ci si può rendere conto che gli sbarchi non possono essere messi in relazione con la diffusione di malattie come la malaria o la chikungunya. La stessa Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un documento che recita: «fra migrazioni e malattie trasmissibili non vi è nessuna associazione sistematica».
Dati sulla malaria
«Sia nel caso della chikungunya sia della malaria, si tratta di malattie per la maggior parte importate nel nostro Paese dal turismo, e che molto raramente possono essere veicolate attraverso viaggi lunghi e difficili come quelli affrontati da chi sbarca sulle nostre coste in fuga dal proprio Paese. E in ogni caso, anche qualora davvero si avesse il caso di un migrante che giunge malato in Italia, questi verrebbe individuato ancor prima dello sbarco o nelle fasi immediatamente successive» spiega Giovanni Baglio, epidemiologo dell’INMP, l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e il contrasto delle malattie della povertà, in prima linea nella gestione degli aspetti sanitari degli sbarchi. I dati a conferma si trovano nelle recenti Linee Guida sulla salute dei migranti, pubblicate a giugno 2017. Nel periodo 2010-2015 – si legge – sono stati notificati 3.633 casi di malaria in Italia, che hanno provocato 4 morti. Sono risultati autoctoni (cioè frutto di contagi avvenuti in Italia) 7 casi. Per gli altri 3.626 casi, nell’80% si è trattato di stranieri rientrati temporaneamente nel Paese di origine e lì contagiati prima del loro rientro in Italia (81% di questo 80%) o di richiedenti asilo al primo ingresso in Italia (13% di questo 80%, in ogni caso individuati e curati). Nel restante 20%, la malattia ha riguardato italiani che si erano recati all’estero per lavoro, turismo, volontariato o missione religiosa. Da queste percentuali, emerge che su 3.633 casi di malaria, 2.349 sono di stranieri residenti tornati in visita al Paese di origine e lì contagiati, 725 sono italiani che si erano recati all’estero per turismo o lavoro e solo 377 i migranti giunti in Italia su un barcone.
Come rendere le nostre città più verdi
Reblogged from Rivista Micron
Si fa un gran parlare oggi di città sane, di verde urbano e dei benefici che la sua presenza può portare alla salute della popolazione.
Un tema discusso anche durante la recente sesta Conferenza Ministeriale su Ambiente e Salute, che si è tenuta a metà giugno a Ostrava, in Repubblica Ceca, che fa seguito alla Conferenza di Parma del 2010 e che ha riconfermato con la Dichiarazione di Ostrava l’impegno da parte dei ministri di ambiente e salute dei Paesi europei di lavorare insieme per migliorare la sostenibilità delle nostre comunità da tutti i punti di vista. Compreso l’accesso agli spazi verdi delle città.
Città più verdi però non significa automaticamente sostenibilità dell’intero sistema.
Non basta piantare alberi o portare piante sui nostri tetti per aiutare l’ambiente: dipende che piante scegliamo, sia da un punto di vista tecnico – dal momento che non tutte le piante hanno la medesima capacità di assorbire per esempio gli agenti inquinanti, o di drenare le acque piovane – ma anche in un’ottica che comprenda il rispetto delle piante stesse e un’attenzione al costo complessivo del mantenimento delle specie verdi. Una prospettiva dunque più ampia di sostenibilità e di conservazione. «Per secoli scienziati, poeti e filosofi hanno compreso l’importanza della diversità per
mantenere ecosistemi sani e stabili. Un habitat diversificato produce equilibrio, consentendo alla biosfera di essere adattabile al cambiamento, nonchè bellezza, favorendo l’estrinsecarsi delle migliori qualità dell’uomo. Il verde urbano offre grandi occasioni di riconciliazione tra uomo e natura.