I 10 libri di scienza da leggere quest’estate

CULTURA – Come ogni anno, non può cominciare l’estate nella redazione di Oggiscienza senza aver prima fatto il punto per i nostri lettori su quali sono le principali novità letterarie da portarsi in vacanza sui temi scientifici e tecnologici.

Anche quest’anno ce ne è per tutti i gusti. Iniziamo con la fisica, e in particolare con l’Universo, che affascina sempre grandi e piccini, ma che spesso scoraggia ad avvicinarsi, per la complessità di alcuni aspetti: Qual è la natura dello spazio e del tempo? Che posto occupiamo nell’Universo? Che posto occupa l’Universo dentro di noi? Sicuramente “Astrofisica per chi va di fretta”scritto da Neil deGrasse Tyson e pubblicato in italiano da Raffaello Cortina Editore, può essere un buon punto di partenza.

Ma se l’Universo affascina, non è che la Terra sia da meno, specie se la si esplora dal punto di vista della sua storia. “Il giro del mondo in 6 milioni di anni” di Guido Barbujani e Andrea Brunelli (Il Mulino) offre la possibilità di un viaggio incredibile iniziato sei milioni di anni fa, per ricostruire la diaspora, mai conclusa, che ha iniziato quando l’essere umano ha iniziato a scendere dagli alberi, dando il via alla lunga catena di migrazioni attraverso la quale i nostri antenati hanno colonizzato il pianeta.
Un libro molto curioso che racconta la chimica e il suo ruolo nella storia delle società umane. raccontandone la storia è invece I bottoni di Napoleone. Come 17 molecole hanno cambiato la storia di Penny Le Couteur e Jay Burreson (TEA), che racconta come spesso la Storia sia frutto non tanto delle scelte fatte dall’uomo, ma delle possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnologia.

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La clamidia sta cambiando

APPROFONDIMENTO – Qualche settimana fa The Lancet ha pubblicato un editoriale a firma di Nicola Low, dell’Istituto di Medicina Sociale e Preventiva dell’Università di Berna, che racconta come si sta evolvendo la prevalenza della clamidia, causata dal batterio Clamydia trachomatis, che si trasmette durante i rapporti sessuali e per via materno-fetale, fra la popolazione e sulle conseguenti difficoltà di trattare i casi in maniera adeguata. Nella donna se non curata, la clamidia può provocare importanti conseguenze, tra cui possibili danni alle tube di Falloppio, malattia infiammatoria pelvica, gravidanza extrauterina e insorgenza di infertilità.
Nell’uomo invece si possono manifestare infezioni dell’epididimo (il tubicino che consente il passaggio dello sperma), danni ai testicoli e infezioni alla prostata.

L’autore annovera tre punti su cui la medicina preventiva dovrebbe focalizzarsi: primo, sono state introdotte raccomandazioni per lo screening della clamidia senza prove randomizzate e controllate dei benefici effettivi dello screening sulla diminuzione della prevalenza. Anzi, a quanto sembra dagli ultimi studi condotti su questo tema in Gran Bretagna, siamo ancora davanti a un gap fra ciò che predicono i modelli matematici utilizzati dai ricercatori e l’effettiva prevalenza della malattia.

Secondo, la maggior parte delle infezioni da clamidia sono asintomatiche, quindi non esiste alcun segnale affidabile nei dati di sorveglianza che distingua tra i cambiamenti nell’incidenza e nei test.

Infine, anche volendole fare, le indagini di prevalenza annuali con copertura e precisione adeguate sarebbero finanziariamente irrealizzabili.

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Quante morti premature potevamo evitare nel 2015?

APPROFONDIMENTO – Nei giorni scorsi Eurostat è stato lapidario: una morte su 3 avvenuta in Europa nel 2015 prima dei 75 anni (570 000 persone) poteva essere evitata, perché le risorse per farlo, in termini di conoscenze mediche e tecnologiche non mancano.

Il comparto delle malattie cardiovascolari è al primo posto: gli attacchi di cuore fatali evitabili sarebbero stati 180.500, il 32% del totale delle morti in persone di età inferiore a 75 anni. Seguono gli ictus (più di 89600 morti evitabili, 16% del totale), i tumori del colon-retto (più di 66800 morti evitabili prima dei 75 anni, il 12% del totale), e tumori al seno (circa 49900 decessi, il 9%), le malattie ipertensive (30400 morti premature evitabili, il 5% del totale) e infine la polmonite, che ha prodotto quasi 26000 decessi che potevamo evitare, il 5% del totale delle morti.

L’Italia in questo si trova pienamente nella media europea con circa 52.000 decessi l’anno, ma come è prevedibile i tassi di mortalità prematura evitabile variano molto da paese a paese: in Romania si sfiora il 50%, in Francia non si tocca il 25%.
Il punto è che Eurostat differenzia fra quella che è la mortalità trattabile (amenable) e quella prevenibile (preventable), che insieme costituiscono quella che definiamo – appunto – mortalità evitabile (avoidable).

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In Italia i rifiuti speciali crescono ancora

Nei giorni scorsi ISPRA ha pubblicato un rapporto che fa il punto sulla situazione dei rifiuti speciali, fra quanti ne produciamo e come li trattiamo, in relazione a quanto ci impone il Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti. La cattiva notizia è che a quanto pare sia per i rifiuti pericolosi che per quelli non pericolosi siamo piuttosto lontani dal raggiungimento degli obiettivi previsti.
Il Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti fissa infatti una riduzione del 5% della produzione dei rifiuti urbani per unità di PIL, una riduzione del 10% della produzione dei rifiuti speciali pericolosi per unità di PIL e una riduzione del 5% della produzione dei rifiuti speciali non pericolosi per unità di PIL.

Riguardo ai rifiuti speciali non pericolosi, la variazione del rapporto tra produzione di rifiuti per unità di PIL, rispetto ai valori registrati nel 2010, risulta ancora positiva e quindi ancora lontana dagli obiettivi fissati dal Programma. Dal 2010 al 2011 la produzione di rifiuti speciali non pericolosi per unità di PIL è cresciuta dell’1,1%, nel 2012 dello 0,16%, nel 2013 dello 0,48%, per poi subire un’accelerata dal 2014 al 2016, dove la variazione è stata del +4,67% nel 2014, del 6,1% nel 2015 e del 7,03% nel 2016.

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