Un lungo saluto: vivere la malattia mitocondriale di un figlio

“Mi sono chiesta spesso se avrei pensato a un altro figlio sapendo che poteva nascere con la stessa malattia incurabile di Francesco. La vita ha fatto sì che il problema non si ponesse, perché quando mio figlio ha ricevuto la sua diagnosi definitiva nel frattempo ero già diventata mamma di una bimba che aveva allora un anno e mezzo, e che fortunatamente non ha la mutazione genetica che origina la malattia mitocondriale.

Alla fine penso che no, non avrei rischiato consapevolmente, perché anche se sono passati nove anni da quando mio figlio è mancato, io un senso di quello che è capitato non lo trovo. Eventualmente sento di avere un compito: fare qualcosa per gli altri, cosa che ho messo in atto attraverso l’associazione Mitocon che ho contribuito a creare  nel 2007. Ma nessuna ragione, solo una sofferenza atroce e una vita che non è vita. Io non lo so come ho fatto a vivere quegli anni senza capitolare, facendo notti e giorni di fila senza dormire per l’ossessione di addormentarmi e non sentire il suono del saturimetro. Non so dove ho trovato quella forza.”

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Il 16,4% delle famiglie con pensionati è oggi rischio di povertà

I più recenti dati Istat lo confermano: in media i pensionati attenuano il rischio di disagio economico nelle famiglie e assicurano – sempre in media – un’importante rete di protezione sociale. Sebbene il reddito mediano delle famiglie italiane dove sono presenti pensionati sia più basso rispetto a quello del resto delle famiglie (la categoria di “famiglie” comprende anche i nuclei di soli pensionati) le prime sono meno a rischio di povertà e grave deprivazione materiale. Nel complesso il 16,4% delle famiglie con pensionati è oggi rischio di povertà, circa 8 punti percentuali di meno di quello dei nuclei familiari senza pensionati.
Addirittura la presenza di un pensionato all’interno di nuclei definiti “vulnerabili”, come per esempio quelli dei genitori soli, dimezza il rischio di povertà (da 33,4% a 16,1%) e il cumulo di pensioni e redditi nello stesso nucleo abbassa il rischio di povertà dal 18,4% al 3,8%. Nelle famiglie con figli avere o meno nel proprio nucleo un pensionato significa un rischio di povertà rispettivamente del 12,7% e del 20,8%.
La povertà però non è tutta uguale, e se andiamo a

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Pensione, il 18% delle donne non la riceve. Il nodo dell’autonomia di genere

Secondo gli ultimi dati Istat, nel 2017 i pensionati sono in calo rispetto al 2016: un totale di circa 16 milioni di persone di cui 7,6 milioni uomini e 8,4 milioni donne, includendo sia le pensioni da lavoro che quelle assistenziali. Questo perché i nuovi pensionati sono meno numerosi dei pensionati cessati, quelli cioè che nello stesso periodo hanno smesso di percepire trattamenti pensionistici.
Il gap di genere risulta forte e svantaggioso per tutti, con buona pace di chi ancora sostiene che il modello tradizionale di famiglia dove l’uomo lavora e la donna si occupa della famiglia sia il solido pilastro economico del nostro paese. La donna che non era autonoma ieri, non lo è neanche oggi, ed è un costo per tutti e per tutte. Le pensionate che ricevono integrazioni al minimo sono 2,5 milioni, l’82,1% del totale dei destinatari di tali integrazioni. l’INPS riconosce infatti a chi ha una pensione al di sotto del cosiddetto minimo vitale, pari a 507,42 euro mensili, un integrazione di tale pensione fino a quest’importo. Dal 2019, in previsione del reddito di cittadinanza, l’ammontare minimo è pari a 780 euro al mese.

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Due dollari a persona per combattere l’antibiotico resistenza

Allarme sempre più rosso. Secondo le stime proposte recentemente da OCSE in dieci anni in Italia la proporzione di infezioni resistenti agli antibiotici è praticamente raddoppiata, crescendo dal 17% del 2005 al 30% del 2015, mentre la media europea è passata dal 14% al 17%. Siamo al primo posto di tutte le tristi classifiche: per tasso di mortalità per antibiotico resistenza, per anni di vita persi in salute, per giorni extra di ospedalizzazione dovuti a questo problema.
Parliamo di 10.780 italiani deceduti ogni anno a causa di un’infezione da uno degli otto batteri antibiotico resistenti e si ritiene che nei prossimi 30 anni moriranno per questo motivo 450 mila persone. Per fare un paragone si tratta di un italiano attualmente vivente su 130.

Nei paesi in via di sviluppo le cose vanno ancora peggio: la resistenza è già elevata e si prospetta crescerà a gran velocità. In Brasile, Indonesia e Russia per esempio fra il 40% e il 60% delle infezioni sono attualmente resistenti ai farmaci. Percentuali ben distanti dal 17% della media OCSE.

Eppure, secondo il modello utilizzato dagli esperti OCSE, tre su quattro di queste morti sarebbero evitabili con soli due dollari investiti a persona all’anno per potenziare le misure di prevenzione basate sull’igiene, su campagne mediatiche di promozione di buone pratiche, su una diagnostica più efficace e – elemento cruciale – su una prescrizione finalmente più prudente degli antibiotici.
L’Europa Meridionale è drammaticamente interessata da questo fenomeno: oltre all’Italia, anche la Grecia e il Portogallo sono in cima alla lista dei paesi OCSE per il tasso di mortalità da AMR.

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