Impulsività decisionale e Parkinson: nessun effetto negativo dopo la stimolazione cerebrale profonda

Da Trieste arriva una buona notizia: sottoporsi da malati di Parkinson a un intervento di stimolazione cerebrale profonda (Deep Brain Stimulation – DBS) del nucleo subtalamico non sempre porta a essere più impulsivi nelle proprie scelte, esponendo se stessi a maggiori situazioni di rischio. Ricerche precedenti avevano evidenziato che questo intervento può esporre i pazienti a cambiamenti nel comportamento e nei processi decisionali, attraverso ossessioni o atteggiamenti compulsivi, come la tendenza ad assumere rischi ingiustificati nel gioco o a non saper resistere alle tentazioni del cibo.

Davanti alla famosa domanda: ‘meglio un uovo oggi o una gallina domani?’ le persone operate mostrano un trend di comportamento simile non solo agli altri malati non trattati con DBS, ma anche alle persone sane. La ricerca è stata condotta da un’equipe guidata da Marilena Aiello, neuroscienziata, e da Raffaella Rumiati, direttrice del Laboratorio Neuroscienze e Società della SISSA in collaborazione con gli “Ospedali Riuniti” di Trieste e l’Azienda Ospedaliera Universitaria “Santa Maria della Misericordia” di Udine. È stata pubblicata su Journal of Neurology.

L’operazione di DBS consiste nell’introduzione di un elettrodo che stimola il nucleo subtalamico – un’area del cervello che nei malati di Parkinson mostra un’attività eccessiva – e lo silenzia, riducendo i sintomi della malattia.

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Abbattere lo spreco alimentare con la circular economy

Si stima che lo spreco di cibo a monte nella grande distribuzione in Italia, cioè già da mettere in conto nel momento stesso in cui un prodotto sale su un camion per essere distribuito, vari dal 40% al 60%. Come dire che su dieci mele appena raccolte, sappiamo già che mediamente la metà non sarà venduta. In filiere di altro tipo, come le cosiddette filiere corte o acquistando direttamente dai produttori senza intermediari, lo spreco si riduce al 5% al 10%. Un bel salto. Ampliando lo sguardo, la FAO stima che oltre un terzo del cibo prodotto al mondo vada perso.

Il grosso problema dello spreco alimentare

Le parole usate anche in questo ambito hanno il loro peso. Finalmente nel 2017 è stata varata la Legge 166 sullo spreco alimentare che ha sostituito la Legge 155/2003 detta “del buon samaritano”, regolamentando per la prima volta la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici non più commerciabili, a fini di solidarietà sociale. La nuova legge ha sostituito soprattutto il termine rifiuto, passando a parlare di eccedenza come valore, in linea con le logiche della Circular Economy.

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Donne, la lotta per l’emancipazione si misura anche con gli assorbenti

Non è un caso se Period. End of Sentence (in italiano Il ciclo del progresso) diretto da Rayka Zehtabchie da qualche giorno visibile su Netflix, ha vinto il premio Oscar 2019 come miglior cortometraggio documentario. Sicuramente si tratta di un buon segnale da raccontare l’8 marzo, nella Giornata Internazionale della Donna, per ricordarci che la lotta per l’emancipazione femminile corre a diverse velocità e se di lotta si parla dobbiamo mantenere uno sguardo ampio.
Nei segmenti di popolazione più ricchi del mondo si discute di gender pay gap, di fare in modo che l’uguaglianza statistica raggiunta in termini di accesso all’istruzione si traduca in una reale parità di diritti sul luogo di lavoro. Ma nel frattempo in uno dei tanti villaggi dell’India solo una ragazza su dieci, secondo quanto racconta il documentario, ambientato appena fuori Delhi, ha modo di utilizzare gli assorbenti. Le altre nove non sanno nemmeno che cos’è, un assorbente. E si finisce per lasciare la scuola a 12 anni solo perché non si hanno panni puliti.
Il segnale meno positivo è che anche cercando online, di dati su questo fenomeno se ne trovano ancora molto pochi. Si tratta di un fenomeno ancora prevalentemente non mappato. Solo UNICEF ha stimato che in Africa una ragazza su dieci non frequenti la scuola durante le mestruazioni, con assenze medie di quattro giorni ogni quattro settimane. Ma si tratta di valori basati su studi condotti a livello locale.

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Il mio cancro al seno da libera professionista

“Il dato di fatto è che ancora oggi, a distanza di quattro anni dall’inizio del mio percorso, fatturo la metà di quanto guadagnavo prima della malattia. Di cancro al seno guariamo in tante, sempre di più, oggi è normale trovarsi a condividere un ‘anch’io’ con un’altra donna mentre fai la fila per il pane, o sei in autobus. Anche se sei una persona che da trent’anni lavora e paga le tasse e la propria cassa di previdenza, anche se ti attrezzi con un’assicurazione, anche se hai i risparmi da parte. Anche se di lavoro sei una consulente in ambito biomedico e anche se da sempre lavori su te stessa per apprendere tecniche per superare i momenti di avversità, al di là della malattia”.

Carla Fiorentini non è certo una persona che potrei definire fragile. L’ho incontrata la prima volta di persona un paio d’anni fa, in occasione di un corso di formazione per specialisti sanitari. Eravamo state invitate entrambe come relatrici. Carla, ben più grande di me di età, è un vulcano e mi colpisce subito per la sua grande capacità di saperti tenere attento mentre parla. Oggi, mentre mi racconta la sua storia di paziente con un tumore al seno individuato già a uno stadio avanzato, me la immagino con tutta la sua grinta a combattere fino a uscirne salva. Una grinta che non tutte le donne hanno. Per questo Carla ha raccontato la sua storia in un libro “Quattro passi in galleria. Quando non vedi la fine del tunnel, arredalo” (Youcanprint, 2018) con prefazione di Geppi Cucciari.

Quattro anni fa a Carla viene diagnosticato un tumore al seno. Si tratta – le dicono in un primo momento – di un piccolo nodulo di cinque millimetri. In realtà a un esame più approfondito condotto in un altro centro, sono due i noduli, uno a destra e uno a sinistra, e il più grande ha un diametro di cinque centimetri, non millimetri. “L’aspetto sconcertante è che io, essendo paziente a rischio, ero da anni coinvolta nello screening che prevede la mammografia e l’ecografia ben prima dei quarant’anni. Eppure, come può capitare talvolta, il tumore non viene individuato. Anzi, nel momento della diagnosi ci si accorge che ha già coinvolto i linfonodi”.

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