Ecco come il deficit pubblico mangia i risparmi degli italiani

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L’Italia è il paese con il più alto capitale privato fra i paesi ricchi, ma più di un terzo del risparmio privato è stato assorbito negli ultimi decenni dal deficit pubblico.

Dalla metà degli anni Ottanta il nostro paese ha visto una crescita notevole della percentuale di patrimonio nazionale in mano ai privati, molto di più rispetto agli altri paesi ricchi. Il 15% del reddito nazionale è dovuto al risparmio privato, ma allo stesso tempo il risparmio nazionale complessivo non ha toccato il 10%. Ciò sta a significare che un terzo di questo risparmio privato se lo sarebbe mangiato il deficit pubblico. Una situazione non isolata fra i paesi ricchi, ma che in Italia assume proporzioni maggiori.

A mettere in luce questa situazione così peculiare del nostro paese è nientemeno che Thomas Piketty nel suo famoso “Capitale”. Un’opera che per quanto discussa, ha il pregio di raccogliere e presentare un’enorme mole di dati economici, che Wired prova per la prima volta a raccontare.

 

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Perché al Sud ci sono più scuole ma poche cattedre

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Il Premier Renzi ha dichiarato di essere molto soddisfatto dei numeri de La Buona Scuola, che secondo i conteggi starebbe assumendo oltre 55 mila docenti. Non tutti però la pensano così, come dimostrano gli scioperi dei mesi scorsi.

Non appena erano state rese pubbliche le prime nomine, un paio di mesi fa, avevamo pubblicato un articolo che raccontava i numeri delle assunzioni proposte da #labuonascuola, facendo notare come al Sud le cattedre offerte siano molte di meno rispetto al Nord. Un nostro lettore tramite twitter ci aveva pungolato con una domanda: quali sono le ragioni che obbligano chi vive al Sud a spostarsi verso il settentrione? Sebbene quello che segue non costituisca certo una risposta, abbiamo cercato di fotografare la scena, e lo abbiamo fatto come piace a noi: con i dati. Questi dati, riferiti all’anno scolastico 2013-14, sono liberamente accessibili sul sito del Miur.

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Il lavoro è ancora una questione di “genere”

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Se sei donna sei un “capitale umano” che, a parità di costo, renderà di meno a lungo termine. Viviamo in una società in cui una donna laureata produce nel corso della propria vita lavorativa 1,2 volte quanto è costato istruirla, mentre un uomo 2,5 volte tanto. In termini di denaro, si intende, ma sono numeri, questi, che colpiscono se vogliamo parlare di gender gap professionale. Specie alla luce del fatto che le donne nei Paesi ricchi oggi studiano almeno quanto gli uomini. Sono gli ultimi dati OCSE, contenuti all’interno dell’edizione 2015 di Education at a Glance, che si riferiscono alla media dell’area OCSE.
E in Italia? Nel nostro Paese una donna laureata renderà allo Stato di meno di quello che ritorna da aver istruito un uomo. Almeno – magra consolazione – una laureata produce più guadagno per un Paese in termini ancora una volta meramente economici, rispetto a una donna diplomata: 65 mila dollari in media, contro i 48 mila di una donna diplomata. Un uomo laureato – per contro – rende allo stato 127 mila dollari, un diplomato 70 mila. Questo perché un laureato in media guadagnerà più di un diplomato, e quindi pagherà più tasse rispetto a una persona dal reddito inferiore.

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