Aborto e matrimoni gay: come la pensano i cristiani europei?

Nella puntata precedente dedicata al sondaggio di Pew Research sull’essere cristiani in Europa Occidentale avevamo sottolineato che riguardo all’accoglienza delle persone musulmane i cristiani non praticanti hanno posizioni più vicine a quelle dei cristiani praticanti (e quindi una minor predisposizione all’accoglienza) rispetto a quelle dei non religiosi.

Sull’aborto e sui matrimoni omosessuali invece si osserva il contrario. La stragrande maggioranza dei non religiosi e dei cristiani non praticanti è a favore della legalizzazione dell’aborto e dei matrimoni gay. La distanza maggiore è con chi frequenta la chiesa, anche se dobbiamo stare attenti a non generalizzare.

I cittadini europei che si definiscono cristiani, anche se non praticanti, sono circa la metà dei rispondenti, mentre la restante metà si divide equamente fra cristiani praticanti e non religiosi.

In realtà da paese a paese però la situazione varia molto: in Italia in particolare il 40% dei rispondenti è cristiano praticante (la percentuale più alta d’Europa), un altro 40% si dichiara cristiano ma non praticante e il 15% non si sente legato ad alcuna religione. Nei paesi nordici invece la situazione è opposta: in Belgio, Danimarca, Svezia e Finlandia solo il 10% dei cittadini è praticante, e in particolare in Svezia e Norvegia quasi la metà dei rispondenti si è dichiarata non religiosa.

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I numeri degli “altri” nativi digitali

Ripartire dalla scuola: lo dicono tutti gli analisti politici che si rispettano. Eppure i nuovi “Sciuscià”, i ragazzini italiani che non si sentono in diritto di appartenere al mondo dell’istruzione sono ancora tanti, troppi. I dati Eurostat mostrano che l’Italia è oggi quarta fra i paesi europei per quota di giovani che lasciano prematuramente gli studi. Nonostante siamo migliorati negli ultimi anni, la distanza con paesi come la Germania, la Gran Bretagna e la Francia è ancora elevata: il 14% dei 18-24 enni italiani non porta a termine un percorso di studi anche professionale dopo la scuola media. Questo gruppo rappresentava il 20% dieci anni fa, ma nei paesi sopra nominati oggi non si va oltre il 10%.
Nei giorni scorsi Istat ha pubblicato la Banca dati degli indicatori territoriali per le politiche di sviluppo  , che ci permette di dettagliare questa situazione a livello regionale e di correlare questi dati con i numeri dei minori che vivono in condizioni di povertà ed esclusione sociale.
Sì perché la correlazione c’è, eccome.

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Una malattia professionale costa 200 mila euro l’anno. Prevenirla molto meno

Secondo recenti stime del Centro Studi della Fondazione Ergo, mediamente fra costi assicurativi e previdenziali una malattia professionale costa all’Italia oltre 200 mila euro, un costo che complessivamente rappresenta circa lo 0,5% del PIL.
Una notizia forse positiva per l’Italia che riguarda il 2017 viene dai dati Inail, secondo i quali si sarebbe registrata nell’ultimo anno un’inversione di tendenza, cioè una diminuzione del numero di denunce pari al 3,5%, un calo dovuto prevalentemente alle minori denunce in Agricoltura: -10,2%. L’aspetto interessante, secondo gli esperti di Ergo, è che le denunce sono calate nonostante l’occupazione sia aumentata, cosa mai accaduta negli ultimi anni, forse per una maggiore sensibilità delle aziende ad attuare misure di prevenzione.

La maggior parte delle denunce del settore industria e servizi, il 44%, riguarda il sistema muscolo-scheletrico: 20 mila protocollate solo nel 2017, il 20% in più rispetto al 2011, anche se leggermente in calo rispetto al 2016. Il resto delle denunce, ulteriori 26 mila, sono cresciute del 18% rispetto al 2011. Dal 2011 al 2017 l’Inail si è visto pervenire 132 mila denunce per malattie dell’apparato muscolo-scheletrico e oltre 170 mila per altre malattie.

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Università: Master per pochi. Ma poi si trova lavoro?

È notizia di qualche giorno fa che 14 atenei italiani hanno dato il via a 14 lauree triennali professionalizzanti, coordinati, si legge, “in stretta collaborazione con collegi e ordini professionali”, in tre ambiti: Ingegneria, Edilizia e Territorio, Energia e Trasporti. Anche se, si legge nel comunicato stampa, al momento il titolo di studio non è comunque abilitante per accedere agli ordini professionali.
Il fatto che si sia sentita la necessità di introdurre delle lauree definite come “professionalizzanti” fa riflettere su quanto poco lo siano i corsi di laurea attualmente attivi. Polemica? No, dati. Secondo il Rapporto sul Profilo dei laureati del 2018 di Almalaurea  il 42% dei laureati italiani non ha svolto alcuna esperienza di tirocinio o lavoro riconosciuto.
Potenziare la professionalità dei corsi di laurea triennali e magistrali è certamente una scelta che va nella direzione di una maggiore equità sociale, di cui il nostro sistema educativo ha bisogno. In Italia ormai è ben salda l’idea che se vuoi trovare un lavoro il prima possibile, devi conseguire un master, possibilmente non uno qualsiasi, ma un corso prestigioso e quindi – non serve dirlo – costoso.
Secondo quanto emerge da un nuovo rapporto di Almalaurea sui master italiani , a un anno dal conseguimento del master lavora l’86,6% dei ragazzi e delle ragazze intervistati (quasi 10 mila), la metà dei quali con un contratto a tempo indeterminato. Per arrivare a questo tasso occupazionale con la semplice laurea magistrale ci vogliono cinque anni. Senza master, a un anno dalla laurea lavora il 73% dei ragazzi.
Di fronte a questi dati verrebbe da dire: un giovane “furbo” sceglie un master invece che una laurea magistrale. Semplificare in questo modo tuttavia significa fare i conti senza l’oste. Anzitutto perché master universitari non sono per tutti: i costi medi sono ben superiori ai 5000 euro annui e stando alle rilevazioni Almalaurea solo un posto su cinque è coperto da borsa di studio o finanziamento di supporto, in percentuale maggiore tra i diplomati di secondo livello (il 26,7% ha ottenuto un aiuto) rispetto al 19,4% di quelli di primo livello. Solo il 9,3% ha potuto tuttavia contare sulla copertura totale dei costi di iscrizione. Il 19% dei finanziamenti è stato erogato dall’università, il 46% da altri enti pubblici e il 26% da enti privati.

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