Scuola, perché parlare di inclusione se mancano gli insegnanti di sostegno?

È notizia recente che il Governo ha tagliato i fondi alla scuola a partire dal 2020. Si parla di oltre quattro miliardi di tagli in tre anni, fra cui risorse destinate al sostegno degli alunni in difficoltà. Eppure (dati Istat appena pubblicati) solo una scuola su tre e una su quattro al sud è a norma per quanto riguarda le barriere architettoniche. Inoltre, il 36% degli insegnanti per il sostegno viene selezionato dalle liste curriculari, cioè liste degli insegnanti destinati all’intero gruppo classe, non formati per il sostegno, dal momento che la graduatoria degli insegnanti specializzati per il sostegno non è sufficiente a soddisfare la domanda.

Non dobbiamo essere tratti in inganno dal dato complessivo positivo, e cioè che il rapporto è di 1,5 ragazzi per insegnante di sostegno, in linea con le raccomandazioni ministeriali, che fissano la soglia di 2 ragazzi per insegnante. La realtà dei fatti è che non tutti questi insegnanti di sostegno sono formati in modo idoneo, perché le persone specializzate non sono abbastanza. In altre parole alcuni bambini hanno insegnanti specializzati e altri no.

Un insegnante di sostegno per portare davvero un apporto positivo al bambino deve essere competente. Non ci si improvvisa insegnanti di sostegno. Eppure nel 13% delle scuole italiane nessun insegnante per il sostegno ha frequentato un corso specifico nel corso dell’ultimo anno scolastico, nel 61% delle scuole lo hanno fatto soltanto alcuni di essi, e solo nel 26% delle scuole tutti gli insegnanti di sostegno hanno fatto almeno un corso di formazione.

Quando si parla di “specializzazione” si fa riferimento anche alla didattica inclusiva, che utilizza per esempio la tecnologia per l’apprendimento. Eppure, solo nella metà delle scuole italiane tutti gli insegnanti sono in grado di utilizzare la tecnologia a supporto della didattica inclusiva.

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Oggi tre abitanti della Terra su 10 sono cristiani. La geografia religiosa nel 2050

Secondo le stime del noto centro statistico statunitense Pew Research, oggi tre abitanti della Terra su 10 sono cristiani, 2,5 sono musulmani, 1,6 non sono religiosi (perciò nemmeno battezzati) e 1,5 sono indù. 0,7 su 10 sono i buddisti e 0,02 su 10, cioè 2 persone su 1.000 nel mondo, sono ebree. In numero assoluto si contano oggi 2,3 miliardi di cristiani, 1,8 miliardi di musulmani, 1,2 miliardi di persone non religiose e 1,1 miliardi di induisti. Tuttavia, considerando la bilancia fra nati e morti, si prevede che fra trent’anni, nel 2050, la geografia religiosa sarà diversa. Il numero di musulmani sarà quasi uguale al numero di cristiani in tutto il mondo, e in Europa si prevede che essi costituiranno il 10% della popolazione complessiva, contro 8l’8,4% del 2010.

I cristiani saranno comunque ancora di più dei musulmani (rispettivamente 2,9 miliardi e 2,7 miliardi di persone), anche se questi ultimi passeranno dal rappresentare il 23% degli abitanti dei pianeta al 29% in quarant’anni. È interessante osservare invece che la fetta dei non religiosi andrà assottigliandosi, passando dal costituire l’1,6% dei terrestri nel 2015 all’1,3% nel 2050.

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Crescono le startup femminili in Italia. La nostra fotografia

Sono 1273 le startup iscritte al registro delle imprese a maggioranza femminile in Italia: corrispondono al 13% del totale. Abbiamo deciso di andare a vedere chi sono le nuove imprenditrici d’Italia, convinti che sia da qui che dobbiamo partire per capire come stimolare sempre più donne ad aprire imprese in Italia o a imporsi ai vertici di queste. Un approfondimento che abbiamo potuto realizzare contando sulla collaborazione diUnioncamere e di Valore D, la prima associazione di imprese che promuove la diversità di genere.

La fine dell’anno è infatti tradizionalmente intesa come il periodo migliore per fare i bilanci, tirare le somme di quanto visto e vissuto e noi abbiamo voluto scattare una istantanea del tessuto produttivo italiano, mettendo il focus sul gender gap che lo caratterizza e, per certi versi, lo attanaglia. Argomento che, come è noto ai nostri lettori, ci è sempre stato caro e su cui continuiamo a insistere anche con il supporto delle nostre Unstoppable Woman.

Il nostro Paese resta indietro anche se, a livello europeo, non siamo nemmeno messi poi così male: stando infatti all’ultimo European Startup Monitor relativo al 2016, che raccoglie i dati di 2.515 startup europee e 6.340 founder, l’Italia si collocherebbe al quarto posto per percentuale di fondatrici di startup, dopo Regno Unito, Grecia e Irlanda.

E se il primato della Gran Bretagna non sorprende, ci ha colto più impreparati l’argento dato alla penisola ellenica. Segno che comunque c’è ancora molto da fare proprio a livello europeo, rivoluzionando il Vecchio continente così da contribuire a renderlo un po’ più giovane e, soprattutto, anche un po’ più rosa.

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Aborto e matrimoni gay: come la pensano i cristiani europei?

Nella puntata precedente dedicata al sondaggio di Pew Research sull’essere cristiani in Europa Occidentale avevamo sottolineato che riguardo all’accoglienza delle persone musulmane i cristiani non praticanti hanno posizioni più vicine a quelle dei cristiani praticanti (e quindi una minor predisposizione all’accoglienza) rispetto a quelle dei non religiosi.

Sull’aborto e sui matrimoni omosessuali invece si osserva il contrario. La stragrande maggioranza dei non religiosi e dei cristiani non praticanti è a favore della legalizzazione dell’aborto e dei matrimoni gay. La distanza maggiore è con chi frequenta la chiesa, anche se dobbiamo stare attenti a non generalizzare.

I cittadini europei che si definiscono cristiani, anche se non praticanti, sono circa la metà dei rispondenti, mentre la restante metà si divide equamente fra cristiani praticanti e non religiosi.

In realtà da paese a paese però la situazione varia molto: in Italia in particolare il 40% dei rispondenti è cristiano praticante (la percentuale più alta d’Europa), un altro 40% si dichiara cristiano ma non praticante e il 15% non si sente legato ad alcuna religione. Nei paesi nordici invece la situazione è opposta: in Belgio, Danimarca, Svezia e Finlandia solo il 10% dei cittadini è praticante, e in particolare in Svezia e Norvegia quasi la metà dei rispondenti si è dichiarata non religiosa.

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