Cosa è la sostenibilità aziendale? Le imprese restano pigre

Nei giorni scorsi Oxfam ha pubblicato il rapporto Walking the Talk 2018, che analizza quello che 76 fra le maggiori aziende private del mondo stanno facendo per abbracciare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, i cosiddetti Sustainable Development Goals (SDGs),adottati ormai da tre anni quale griglia comune di riferimento per la messa a punto delle politiche e private dei prossimi 15 anni.

Il bilancio secondo le valutazioni di Oxfam sembra essere per il momento negativo: nel complesso l’introduzione degli SDGs non ha modificato l’approccio delle imprese alla sostenibilità aziendale. Solo in un paio di casi le aziende hanno inserito i 17 Obiettivi all’interno delle linea guida per la definizione della propria strategia di sostenibilità. Circa la metà di esse dispone di informazioni su nuove azioni o obiettivi correlati ai 17 Obiettivi.

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La nuova questione meridionale dell’Italia del no profit

Secondo quanto riportato in un censimento di Istat  pubblicato in questi giorni, nel Meridione il no profit è un settore oggi molto meno presente rispetto al nord, sia come numero di enti fra associazioni, cooperative sociali e fondazioni, che di dipendenti. Si contano poco più di 91 mila istituzioni fra sud e isole per un totale di 164 mila dipendenti, contro i 175 mila enti al nord, che danno lavoro a 465 mila dipendenti. Se consideriamo il numero di istituzioni non profit ogni 10 mila abitanti vediamo che al centro-nord tale tale rapporto assume valori prossimi se non superiori a 60 (a Nord-est si tocca addirittura quota 68,2 per 10 mila abitanti), mentre nelle isole e al sud è pari rispettivamente a 48,1 e 42,2 per 10 mila persone. I valori più bassi si riscontrano in Campania e in Calabria con rispettivamente 55 e 56 dipendenti che lavorano nel no profit per 10 mila abitanti, mentre a Trento se ne contano 238, in Alto Adige 199 e in Lombardia 180.

Nelle regioni meridionali tuttavia in proporzione si contano più cooperative sociali rispetto al nord, dove invece prevalgono le associazioni e le fondazioni. Inoltre, sempre al sud si nota una netta predominanza di no profit dedicate allo sviluppo economico alla coesione sociale e all’assistenza sindacale, mentre è notevole il divario circa la presenza di associazioni culturali ricreative e filantropiche, come anche di enti che operano nell’ambito della cooperazione internazionale.

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Altro che social network, siamo ancora l’Italia della televisione

Nei giorni scorsi il Censis ha pubblicato un rapporto sulla tecnologia presente nelle case degli italiani, che ha messo in luce ancora una volta come a farla la padrone sia oggi come ieri la televisione. Ben più della rete. Il 97,1% delle famiglie intervistate (20 mila in tutto) ha almeno un apparecchio televisivo, ma solo il 22,1% un pc desktop, il 48,1% un portatile e il 26,4% un tablet.
Nelle case degli italiani ci sono infatti oltre 43 milioni di televisioni e solo 5,6 milioni di pc fissi, 14 milioni di portatili e 7,4 milioni di tablet. L’82% delle famiglie italiane possiede un collegamento internet (il 98% fra le famiglie giovani, con meno di 34 anni), ma solo la metà di esse ha sia un connessione domestica che mobile, e una su tre (il 44,6% tra i giovani fino a 34 anni) utilizza solo la connessione tramite mobile. I disconnessi, cioè le famiglie senza connessione a internet, sono il 17,8% degli intervistati, pari a 4,3 milioni di persone.
Riguardo alla frequenza di utilizzo della televisione ci vengono in aiuto i dati Istat delle persone la guardano, tra questi l’86% lo fa ogni giorno, e i gruppi più numerosi sono i giovanissimi e gli anziani, in particolare i 6-14enni e i 65-74enni.

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I lavoratori più anziani sono più produttivi dei più giovani?

La maggiore longevità nel settore occupazionale è un onere o un dividendo? Secondo quanto emerge da una ricerca condotta dall’International Longevity Center nel Regno Unito  che ha coinvolto 35 paesi utilizzando i dati raccolti dall’OCSE, chi invecchia in buona salute sarebbe addirittura più produttivo rispetto ai colleghi più giovani.
Con l’aumento dell’età media l’aspettativa di vita in salute dei lavoratori aumenterebbe infatti anche la loro efficienza sul lavoro. Un aumento sia in termini di produttività oraria, che per lavoratore che pro capite, che si tradurrebbe in un beneficio economico per tutta la comunità. Il condizionale è d’obbligo, anche perché non è chiaro dall’articolo se oltre alla comunità, anche i diretti interessati beneficino del fatto di continuare a lavorare intens(iv)amente mentre gli anni passano.

Il fattore più potente attraverso il quale l’aspettativa di vita può generare un aumento della produzione è l’istruzione: a parità di altre condizioni, vivere di più aumenta il rendimento degli investimenti fatti per la propria formazione. Purtroppo però non sempre è così. Uno dei vantaggi più tangibili di vivere e lavorare più a lungo è la conservazione delle capacità e delle conoscenze, ma serve una formazione continua, che in Italia non è la prassi.

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