Riportare l’equilibrio in sanità

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In un mondo in cui il successo di una nazione e i progressi dei sistemi sanitari si misurano sempre di più in termini di crescita, e quindi di prodotto interno lordo, di scaglioni di reddito e patrimoni, la potenza del messaggio di sir Michael Marmot è l’urgenza di poggiare gli aspetti politici e sociali della questione sanitaria anzitutto sul piano morale, e di farlo con il metodo scientifico.

Quella che propone Marmot nel suo ultimo folgorante libro “La salute disuguale” (Il Pensiero Scientifico Editore), è infatti una filosofia evidencebased, basata su decenni di solidi dati, studi, osservazioni, a partire dal primissimo studio Whitehall I all’inizio degli anni Settanta. Il bisogno, l’urgenza, di uno sguardo di sintesi su un problema, quello del ruolo delle disuguaglianze sociali sulla salute, che si misurasse con le domande di senso del nostro stare al mondo. Capire – per citare il titolo del primo capitolo del libro – come si articola “l’organizzazione della miseria”. È un termine azzeccatissimo – miseria – perché connota un concetto di povertà che non riguarda solo il reddito, ma tutti i diversi ambiti che sfiorano le vite delle persone, e che incidono come veri e propri “marchi sui loro corpi”, per usare una recente definizione di Paolo Vineis .

Il dato di fatto è che oggi viviamo in un mondo profondamente disuguale, da tutti i punti di vista. E maggiori sono le disuguaglianze, ci mostra la letteratura, minore è la mobilità sociale. Per chi si trovasse in difficoltà nel credere alle parole di Marmot, è sufficiente guardare qualche dato sull’intenzione di proseguire gli studi dopo la laurea fra gli studenti italiani in relazione alla classe sociale di appartenenza.

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La povertà? Fa perdere due anni di vita

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Lo ha messo in luce proprio in questi giorni un sondaggio condotto da Eurispes: quasi la metà delle famiglie italiane non arriva a fine mese e per una famiglia su 4 un problema medico è un problema enorme per il portafoglio. Un primo risultato “intermedio” di questo fenomeno lo ha mostrato il Censis non più di sei mesi fa: 11 milioni di italiani nel 2016 hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno per ragioni economiche, 2 milioni in più rispetto al 2012. Il risultato finale di tutto questo è facilmente intuibile: a parità di malattia, chi guadagna meno muore prima. Nei paesi “ricchi”, fra cui anche l’Italia, sarebbero infatti 2,1 gli anni di vita persi fra i 40 e gli 85 anni, a causa delle scarse condizioni socioeconomiche. Un rischio paragonabile a quello dei più noti fattori di rischio: fumo, diabete, obesità, cattiva alimentazione e scarsa attività fisica. Nell’era del lavoro full-time pagato a suon di voucher a 7,50 l’ora senza alcuna forma di tutela, stage a 400 euro al mese, co.co.co e contratti a chiamata, è uno scenario che non possiamo permetterci di ignorare.

È quello che emerge da uno studio pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista The Lancet  che presenta i primi risultati di Lifepath, un progetto dell’Unione Europea, nato con lo scopo di fornire dati aggiornati, significativi e innovativi sulla relazione fra disuguaglianze sociali e diseguaglianze di salute.

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