Quando gli antibiotici diventano tossici

SALUTE – Un articolo, pubblicato i giorni scorsi su Nature, riprende la fila sulla querelle intorno ai fluorochinoloni, antibiotici prescritti per infezioni dovute a Escherichia coli, Proteus, Enterobacter, Klebsiella, Citrobacter, Salmonella, Shigella, Yersinia, ma anche Neisseria, Haemophilus, Pseudomonas, anaerobi, Mycobatteri, cioè specialmente per combattere le infezioni delle basse vie urinarie e intestinali.

La questione riguarda la tossicità di questa classe di farmaci, evidenziata da diverse prove ottenute negli ultimi decenni. Diverse persone hanno iniziato a raccontare gli effetti avversi, anche gravi, dopo l’assunzione di antibiotici. Su siti web e gruppi Facebook migliaia di persone – ammalatesi dopo il trattamento con fluorochinoloni – si sono riunite per condividere le loro esperienze. Molti descrivono una condizione devastante e progressiva, che comprende disturbi psichiatrici e sensoriali, problemi muscolare, ai tendini e ai nervi che continuano anche dopo aver smesso di assumere i farmaci. Dagli anni ’80 alla fine del 2015, la Food and Drug Administration statunitense (FDA) ha ricevuto segnalazioni da più di 60.000 pazienti che hanno descritto centinaia di migliaia di “eventi avversi gravi” associati ai cinque fluorochinoloni ancora sul mercato, tra cui 6.575 segnalazioni di decessi.

Le agenzie di regolamentazione sono rimaste a lungo scettiche sulla possibilità che un breve ciclo di antibiotici potesse avere un impatto così devastante a lungo termine. Ma dopo una persistente campagna da parte di gruppi di pazienti, gli atteggiamenti hanno iniziato a cambiare: nel 2008 l’FDA ha annunciato il primo di una serie di forti allarmi sugli effetti collaterali dei fluorochinoloni. Nel 2013 questi comprendevano il rischio di danni irreversibili ai nervi.

Nel novembre 2015, sulla base di 178 casi gravi, la FDA ha votato per riconoscere l’esistenza di una sindrome potenzialmente permanente denominata FQAD (FluoroQuinolones Associated Disability): chi assumeva i fluorochinoloni aveva una percentuale molto più elevata di disabilità rispetto a chi assumeva altri antibiotici. Per questo nel 2016 l’agenzia ha raccomandato che i farmaci fossero prescritti unicamente per infezioni molto gravi. Questa mossa ha innescato altre agenzie di regolamentazione a rivedere gli antibiotici: a inizio 2017 Health Canada ha avvertito i medici di rari casi di effetti collaterali persistenti o disabilitanti e quest’anno anche l’Agenzia europea dei medicinali (EMA) dovrebbe pubblicare i risultati di una revisione di sicurezza in seguito a un’udienza pubblica prevista a giugno, scrive su Nature la giornalista Jo Marchant.

Il punto nodale della faccenda è che i fluorochinoloni non sembrano essere tossici per tutti, ma solo per una minima parte dei pazienti, che rischiano però danni importanti. Da qui il problema di capire chi può essere toccato da problema e chi no. Negli ultimi 30 anni alcuni fluorochinoloni approvati dalla FDA sono stati rapidamente ritirati dal mercato dopo gravi reazioni avverse e diversi decessi. La trovafloxacina, ritirata nel 1999, danneggiava il fegato. Sempre nel 1999 la GlaxoSmithKline ha ritirato la grepafloxacina, dopo che un monitoraggio post-marketing aveva rilevato un certo numero di eventi cardiovascolari gravi.

Oggi i fluorochinoloni sono fra gli antibiotici più frequentemente prescritti. Negli Stati Uniti, nel 2015, i medici hanno distribuito 32 milioni di prescrizioni rendendoli la quarta classe di antibiotici più popolare. Anche in Italia ne facciamo ampio uso. Secondo un recente rapporto ECDC, EFSA ed EMA siamo in pole position per il consumo di una delle categorie più nuove di antibiotici di uso umano (cefalosporine di terza e quarta generazione) e tra i primi proprio per il consumo di fluorochinoloni.

Oggi una delle linee di ricerca riguarda il danno mitocondriale. Beatrice Golomb dell’Università della California di San Diego lavora da un decennio con le persone affette da fluorochinoloni, come David Melvin, un ufficiale di polizia e appassionato ciclista ora in sedia a rotelle dopo aver assunto levofloxacina per sospetta epididimite nel 2007. Le prove accumulate – afferma Golomb – suggeriscono che i fluorochinoloni danneggino i mitocondri, quegli organelli all’interno delle cellule umane che si sono evoluti a partire da miliardi di cellule  simili ai batteri. Questo tipo di danno può colpire dunque ogni cellula del nostro corpo. Si tratta però di un approccio discusso, dal momento che non esiste ancora un biomarcatore affidabile che i ricercatori possano utilizzare per testare il danno mitocondriale negli esseri umani, come invece possiamo fare studiando le linee cellulari.

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Droga, gli italiani ai primi posti in Europa. Ecco chi consuma cosa

Quanto a consumo di droghe il nostro paese è fra i peggiori in Europa, con il 22% degli adulti fra i 15 e i 64 anni che nel 2017 ha fatto uso di una qualche sostanza. La stessa percentuale dell’Olanda.

Se consideriamo la percentuale di persone dai 15 ai 64 anni che nell’ultimo anno ha assunto una qualsiasi droga, l’Italia si colloca in terza posizione dopo Repubblica Ceca e Francia. Per quanto riguarda il consumo di cannabis siamo addirittura in seconda posizione a pochissima distanza dalla Francia, e in quarta per assunzioni di cocaina.
Non siamo invece fra i principali consumatori in Europa di Ecstasy e Amfetamine.

Numericamente, come consumi è la cannabis a risultare predominante, mentre la cocaina è la principale sostanza confiscata nel nostro paese e l’eroina (un oppiaceo) la prima causa di morte per overdose.

Secondo gli ultimi dati pubblicati dal bollettino annuale EMCDDA (Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze) a farla da padrona è la cannabis, sia in Italia che in Europa, consumata da 23,5 milioni di persone (il 7% della popolazione), di cui 17,1 milioni di giovani under 34 (il 13,9% di loro). L’87% degli europei ha dichiarato di aver consumato cannabis almeno una volta nella vita. Sono tuttavia i giovani a consumarla di più: il 21% dei 15-24 enni, il 16% dei 25-34 enni, il 7% dei 35-44 enni, il 3,6% dei 45-54 enni e solo l’1% degli over 55.

La Cocaina è stata assunta da 3,5 milioni di individui (l’1% del totale) di cui 2,3 milioni di giovani con meno di 34 anni (l’1,9%), l’Ecstasy (MDMA) da 2,7 milioni (lo 0,8% della popolazione), per la maggior parte giovani (2,3 milioni, cioè l’1,8% del totale); infine, le amfetamine sono state assunte negli ultimi 12 mesi da 1,8 milioni di persone (lo 0,5% della popolazione) di cui 1,3 milioni di under 34 (l’1,1% della popolazione).

E gli oppiacei, come metadone, buprenorfina, morfina e ossicodone? Si stimano in Europa ben 1,3 persone a rischio di complicanze dal punto di vista sanitario, dal momento che l’81% delle overdosi del 2017 hanno registrato la presenza di uno più oppiacei.

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Infertilità maschile e disfunzione erettile. Come stanno le cose

SALUTE – Di recente è apparso su Nature Reviews Urology, un articolo a firma di due ricercatori italiani dell’Università di Firenze – il dottor Francesco Lotti e il professor Mario Maggi – sull’infertilità maschile e sulla disfunzione erettile. Un articolo che fa il punto sui dati a livello mondiale in merito a questi due problemi e alla loro correlazione. L’infertilità colpisce il 7-12% degli uomini e, fra chi ha problemi di infertilità, la percentuale di persone che soffre di disfunzioni sessuali (quali problemi di erezione, eiaculazione e scarso desiderio sessuale) è elevata. Ne abbiamo parlato con Francesco Lotti, endocrinologo e andrologo.

Iniziamo con qualche numero: quanto è diffusa l’ infertilità maschile e quali sono le cause?

L’infertilità affligge circa una coppia su dieci e nel 50% dei casi l’uomo ha una certa responsabilità, da solo o come concausa. Tuttavia, solo nella metà dei casi siamo in grado di individuare la causa dell’infertilità maschile. Nel resto degli uomini l’origine può essere pre-testicolare (15% dei casi), testicolare (75%) e post-testicolare (10%); nel 15% dei casi è attribuibile ad anomalie genetiche. Le cause pre-testicolari comprendono il cosiddetto ipogonadismo ipogonadotropo o disfunzioni sessuali severe. L’ipogonadismo ipogonadotropo, congenito o acquisito, si caratterizza per la presenza di bassi livelli di testosterone plasmatico secondari e alterazioni dell’ipotalamo e/o dell’ipofisi, la ghiandola del cervello assimilabile ad una “centralina di controllo” che secerne ormoni di regolazione per altri organi endocrini periferici. Le disfunzioni sessuali che si associano a infertilità maschile invece sono quelle caratterizzate da un difetto nella deposizione del seme in vagina, quali l’aneiaculazione, ovvero l’assenza patologica di emissione del liquido seminale, e le forme più severe di disfunzione sessuale, come l’inabilità alla penetrazione e l’eiaculazione precoce ante portam, cioè prima di entrare in vagina.

Le cause testicolari invece comprendono qualsiasi affezione del testicolo associata a una compromissione della spermatogenesi e includono quelle congenite, quali anomalie del cariotipo e microdelezioni del cromosoma Y, e quelle acquisite come orchite, torsione e trauma testicolare, chemio e radioterapia. Infine, le cause post-testicolari comprendono cause congenite quale l’agenesia bilaterale dei dotti deferenti, che spesso dipende da una mutazione del gene della fibrosi cistica, e cause acquisite, quali l’ostruzione dei dotti eiaculatori post-infezione o infiammazione o associata a cisti prostatica mediana, la vasectomia e gli anticorpi anti-spermatozoi.

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Stiamo sconfiggendo la Tubercolosi troppo lentamente

SALUTE – Secondo quanto emerge da un rapporto pubblicato dall’ECDC il 24 marzo scorso in occasione della Giornata Mondiale sulla Tubercolosi, il numero di nuove diagnosi nella regione europea è sceso del 4,3% ogni anno nell’ultimo decennio, ma si tratta di un progresso troppo lento rispetto a quanto prevedono la Strategia End TB delle Nazioni Unite e gli obiettivi di Sviluppo Sostenibile per il 2030. Nel complesso in dieci anni i casi di TB sono diminuiti di un terzo, passando dai 410 mila del 2007 ai 290 mila del 2016.

Nel 2016 in Europa sono stati segnalati infatti 297.132 casi di tubercolosi provenienti da 52 paesi, pari a 28 casi per 100.000 abitanti. Di questi, 58.994 afferivano ai 30 paesi UE, con un tasso di incidenza pari a 11,4 casi per 100.000 abitanti. Per l’Italia c’è una buona notizia: abbiamo avuto 4032 casi di tubercolosi nel 2016, un numero molto inferiore rispetto a Germania, Gran Bretagna, e Francia.

In proporzione inoltre, si muore sempre meno. I tassi di mortalità nell’Unione Europea si sono dimezzati in 10 anni, e in Italia siamo stabili su 0,6 decessi per 100 mila. In totale abbiamo avuto 330 morti per TB in Italia nel 2016.

Tuttavia, dal punto di vista delle cure, e quindi anche della mortalità, i due problemi principali oggi della Tubercolosi sono da una parte il connubio con l’HIV e dall’altra le sue forme resistenti ai farmaci. Due problemi che purtroppo spesso si sovrappongono. Il 4,4% dei casi di TB nel 2016 ha riguardato individui con l’HIV: 826 persone. Fra i paesi non UE la percentuale sale al 14%.

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