Parliamo di salute prima del concepimento

SALUTE – Una donna in salute al momento del concepimento ha più probabilità di avere una gravidanza di successo e un bambino sano, ma anche le condizioni di salute del padre giocano un ruolo importante.

Diversi studi osservazionali hanno mostrato nel tempo forti legami tra lo stato di salute prima della gravidanza e i risultati in termini di salute materna e infantile, con conseguenze che possono estendersi tra generazioni; ma la consapevolezza di queste relazioni non è così diffusa. E soprattutto quello della salute preconcezionale non è un tema molto presente nelle agende per il miglioramento delle condizioni di vita di donne e bambini nei paesi a basso reddito.

Il 17 aprile The Lancet ha pubblicato una serie di tre articoli sul tema della salute nel periodo preconcezionale, che spiegano in dettaglio come la salute di uomini e donne, prima ancora di concepire un bambino, possa avere un profondo impatto sulla salute della loro prole, in termini per esempio di peso alla nascita e di sviluppo del cervello. L’epidemiologia ha identificato il periodo intorno al concepimento come cruciale per i processi che mediano le influenze dei genitori sulla salute della prossima generazione. Durante questo periodo, dalla maturazione dei gameti fino allo sviluppo embrionale precoce, lo stile di vita dei genitori può influenzare negativamente i rischi a lungo termine della progenie di problemi cardiovascolari, metabolici, immunitari e neurologici

La prima domanda da porsi – sottolinea il primo degli articoli – è come definire il periodo di preconcepimento, che va in genere dai 3 ai 6 mesi prima se non ci sono particolari patologie da correggere. Il punto è che generalizzare eccessivamente è pericoloso: i tempi sono del tutto personali e variano a seconda della gravità del problema da risolvere, che sia grave sovrappeso, grave malnutrizione, diabete o altro. Per questa ragione prendersi per tempo nel porsi il problema del proprio stato di salute prima di iniziare una gravidanza è il primo passo per assicurare al bambino un buono stato di salute di partenza.

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Come dobbiamo parlare di povertà infantile

APPROFONDIMENTO – Nei giorni scorsi è apparso sul New York Times un interessante articolo a firma di Mark Rank, sociologo della Brown School alla Washington University di St. Louis, e studioso di disuguaglianze sociali e social welfare, dal titolo molto chiaro: “The Cost of Keeping Children Poor”, quanto ci costa non combattere adeguatamente la povertà infantile.

La tesi di fondo è che al capitalismo stesso ridurre la povertà infantile conviene.

Abbattere la povertà infantile è fondamentalmente una scelta politica – chiosa Rank – e se vogliamo iniziare a cambiare davvero la direzione delle cose dobbiamo discutere la questione in termini di benefici economici. Dobbiamo iniziare a pensare a questo come a un dovere giustificato non solo da una prospettiva di giustizia sociale, ma anche dal punto dei vista del rapporto costi-benefici. Altrimenti detto: un capitalismo senza bisogno della povertà è non solo possibile ma addirittura sostenibile.

Il concetto di fondo non è nuovo, ed è quello secondo cui “un grammo di prevenzione vale un chilo di cura”. Rank e colleghi, in uno studio pubblicato lo scorso marzo su Social Work Research, hanno calcolato che per ogni dollaro speso per ridurre la povertà in età evolutiva, un sistema paese come gli Stati Uniti risparmierebbe 7 dollari di spesa per affrontare le conseguenze della povertà sociale.
Certo – viene da aggiungere – per rendere il circolo davvero virtuoso è necessario che poi questi 7 dollari risparmiati vengano a loro volta spesi in prevenzione e in servizi per tutti.

Certo, tutto questo senza dimenticare di insistere parallelamente sul valore morale di combattere la povertà infantile, come commenta su Twitter Sir Michael Marmot.

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Povertà, lavoro, istruzione: Italia lontana dagli obiettivi delle Nazioni Unite per il 2030

Stando ai dati Eurostat, dal punto di vista del raggiungimento degli Obiettivi di sostenibilità dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite l’Italia non ne esce benissimo rispetto al resto dell’Unione Europea. Per lo meno analizzando gli obiettivi che riguardano la povertà, il mondo del lavoro, le disuguaglianze sociali ingiuste e la salute della popolazione.

La popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale è maggiore in proporzione in Italia rispetto alla media europea (30% contro 23,5% medio), e soprattutto dal 2010 a questa parte le cose sono andate peggiorando: 8 anni era a rischio povertà un italiano su 4, oggi uno su 3. Come conseguenza, la percentuale di popolazione che vive in condizioni di grave deprivazione materiale è quasi doppia rispetto alla media UE: il 12,1% contro il 7%. Nel 2010 era il 7,4% degli italiani a vivere in queste condizioni.
Un esempio concreto: abbiamo il doppio di cittadini che nel 2016 non avevano abbastanza risorse per riscaldare la propria casa adeguatamente: il 16% della popolazione. E se in media nell’Unione Europea si è riusciti in 6 anni a ridurre questa fetta di persone, in Italia siamo riusciti ad allargarla. Un quinto degli italiani vive i case che sono definite povere, o fatiscenti.

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Depressione e infarto: un legame importante da considerare

SALUTE – La depressione, anche se non è diagnosticata, può avere molti effetti negativi su persone che soffrono di malattie cardiovascolari, tra cui una pessima percezione dell’esperienza sanitaria, che si può tradurre in una peggiore aderenza terapeutica, un maggiore utilizzo delle risorse sanitarie e quindi costi sanitari più elevati. Lo affermano alcuni risultati preliminari che sono stati presentati in occasione della American Heart Association’s Quality of Care and Outcomes Research Scientific Sessions 2018.

Circa un quinto dei pazienti con malattie cardiovascolari soffre di depressione, anche se spesso non si sa bene quale delle due condizioni abbia preceduto l’altra.

“Anche se non sappiamo se sia la malattia cardiovascolare ad aver originato la depressione, oppure se quest’ultima preesistesse nel soggetto, quello che pare certo è che la depressione è un marker di rischio per le malattie cardiovascolari, nel senso che se hai una malattia cardiovascolare, c’è una maggiore probabilità che tu possa anche soffrire di depressione, rispetto alla popolazione generale” ha affermato Victor Okunrintemi, ricercatore presso la Baptist Health South Florida a Coral Gables, in Florida, e autore principale di un paio di studi significativi sull’argomento.

In uno studio, Okunrintemi e colleghi hanno valutato da una parte l’esperienza del paziente, dall’altra la spesa sanitaria e l’uso delle risorse, all’interno di un’ampia popolazione di pazienti adulti con malattie cardiovascolari. Il campione è stato diviso in due gruppi: quelli a cui era stata diagnosticata la depressione e coloro i quali non avevano avuto una diagnosi di questo tipo. Sulla base delle risposte fornite all’interno di un questionario, gli individui appartenenti al secondo gruppo erano divisi in pazienti ad alto rischio e a basso rischio di depressione.

Ebbene, confrontando questi due gruppi di persone senza diagnosi per la depressione ma con malattia cardiaca, i ricercatori hanno osservato che quelli ad alto rischio di depressione spendono in genere di più per spese sanitarie complessive e out-of-pocket ogni anno rispetto ai pazienti nel gruppo a basso rischio. I pazienti ad alto rischio per la depressione avevano addirittura più del doppio della probabilità di essere ospedalizzati rispetto agli altri, oltre cinque volte la probabilità di avere uno stato di salute auto-percepito povero, e quasi quattro volte la probabilità di essere insoddisfatti della loro assistenza sanitaria.
Ma c’è di più: i non diagnosticati ufficialmente ma considerati ad alto rischio di depressione presentavano in realtà una gestione peggiore della malattia cardiaca rispetto a chi era stato diagnosticato anche per la depressione. I non adeguatamente diagnosticati presentavano peggiori esperienze sanitarie, maggiore uso del pronto soccorso, scarsa percezione del proprio stato di salute e una minore qualità della vita.

In un secondo studio, confrontando l’utilizzo delle risorse sanitarie e le spese tra i pazienti con infarto con e senza depressione, Okunrintemi e colleghi hanno scoperto che i pazienti con infarto miocardico a cui era stata diagnosticata anche una depressione avevano il 54% più probabilità di essere ospedalizzati e il 43% in più di probabilità recarsi al pronto soccorso. E, soprattutto, queste persone hanno speso in media circa 4.381 dollari in più ogni anno per spese sanitarie, rispetto ai non depressi.

Infine, un ulteriore ricerca, condotta da un altro gruppo di ricercatori su oltre 1.600 pazienti che avevano avuto un ictus con lo stesso grado di gravità, analizzandone lo stato funzionale una volta dimessi dall’ospedale a tre e a sei mesi, ha evidenziato che i pazienti con ictus con precedente depressione diagnosticata avevano una maggiore probabilità di riportare un declino funzionale e un peggioramento della qualità della vita anche dopo mesi dall’evento.

“Secondo noi – conclude l’autore – alla luce di questi risultati è bene raccomandare di eseguire maggiori accertamenti sulla presenza o meno di uno stato di depressione all’interno delle visite di follow-up per i pazienti con infarto”.

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