A Riace l’ambulatorio dove si cura la povertà senza guardare la cittadinanza

RIACE, in Calabria, è da tempo un modello di accoglienza fruttuoso, dove non solo non si chiudono i porti, ma si aprono case e botteghe. Qui italiani e immigrati vivono insieme nelle abitazioni di un paese ormai svuotato dalle diaspore degli ultimi decenni, e insieme lavorano e creano una comunità.

Ma se un luogo come questo offre una grande opportunità di creare un modello di accoglienza noto in tutto il mondo – nonostante il ministro Salvini abbia definito il sindaco Domenico Lucano “uno zero” al tempo stesso mancava un’infrastruttura sanitaria a portata di mano per gli abitanti del borgo, migranti e non, che potesse garantire un servizio maggiore rispetto a uno sportello, in un contesto dove anche l’automobile può essere un lusso. Per i cosiddetti “soggetti di lunga permanenza” lo sportello più vicino è (ancora) a diversi chilometri di distanza dal centro abitato.

“Da due anni e mezzo le spese per il sostegno a queste persone sono infatti a carico della Comunità di Riace, la ‘pacchia’ per i centocinquanta  migranti è stata garantita dalla solidarietà della comunità locale che ha provveduto alle esigenze di tutti anche con i famigerati ‘bonus’, un sistema di pagamento nei negozi che surrogava, temporaneamente i soldi veri, che arrivavano sempre con molto ritardo, e che hanno consentito la sopravvivenza fino ad oggi”. È schivo ma dolce come suo solito Isidoro Napoli, Sisì per tutti anche fra i bambini di Riace, quando parla delle persone che incontra da 10 anni a questa parte grazie al lavoro dell’associazione Jimuel Internet Medics for Life, da lui fondata per fornire un servizio di assistenza medica remota via internet in varie missioni nel mondo.

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La clamidia sta cambiando

APPROFONDIMENTO – Qualche settimana fa The Lancet ha pubblicato un editoriale a firma di Nicola Low, dell’Istituto di Medicina Sociale e Preventiva dell’Università di Berna, che racconta come si sta evolvendo la prevalenza della clamidia, causata dal batterio Clamydia trachomatis, che si trasmette durante i rapporti sessuali e per via materno-fetale, fra la popolazione e sulle conseguenti difficoltà di trattare i casi in maniera adeguata. Nella donna se non curata, la clamidia può provocare importanti conseguenze, tra cui possibili danni alle tube di Falloppio, malattia infiammatoria pelvica, gravidanza extrauterina e insorgenza di infertilità.
Nell’uomo invece si possono manifestare infezioni dell’epididimo (il tubicino che consente il passaggio dello sperma), danni ai testicoli e infezioni alla prostata.

L’autore annovera tre punti su cui la medicina preventiva dovrebbe focalizzarsi: primo, sono state introdotte raccomandazioni per lo screening della clamidia senza prove randomizzate e controllate dei benefici effettivi dello screening sulla diminuzione della prevalenza. Anzi, a quanto sembra dagli ultimi studi condotti su questo tema in Gran Bretagna, siamo ancora davanti a un gap fra ciò che predicono i modelli matematici utilizzati dai ricercatori e l’effettiva prevalenza della malattia.

Secondo, la maggior parte delle infezioni da clamidia sono asintomatiche, quindi non esiste alcun segnale affidabile nei dati di sorveglianza che distingua tra i cambiamenti nell’incidenza e nei test.

Infine, anche volendole fare, le indagini di prevalenza annuali con copertura e precisione adeguate sarebbero finanziariamente irrealizzabili.

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Quante morti premature potevamo evitare nel 2015?

APPROFONDIMENTO – Nei giorni scorsi Eurostat è stato lapidario: una morte su 3 avvenuta in Europa nel 2015 prima dei 75 anni (570 000 persone) poteva essere evitata, perché le risorse per farlo, in termini di conoscenze mediche e tecnologiche non mancano.

Il comparto delle malattie cardiovascolari è al primo posto: gli attacchi di cuore fatali evitabili sarebbero stati 180.500, il 32% del totale delle morti in persone di età inferiore a 75 anni. Seguono gli ictus (più di 89600 morti evitabili, 16% del totale), i tumori del colon-retto (più di 66800 morti evitabili prima dei 75 anni, il 12% del totale), e tumori al seno (circa 49900 decessi, il 9%), le malattie ipertensive (30400 morti premature evitabili, il 5% del totale) e infine la polmonite, che ha prodotto quasi 26000 decessi che potevamo evitare, il 5% del totale delle morti.

L’Italia in questo si trova pienamente nella media europea con circa 52.000 decessi l’anno, ma come è prevedibile i tassi di mortalità prematura evitabile variano molto da paese a paese: in Romania si sfiora il 50%, in Francia non si tocca il 25%.
Il punto è che Eurostat differenzia fra quella che è la mortalità trattabile (amenable) e quella prevenibile (preventable), che insieme costituiscono quella che definiamo – appunto – mortalità evitabile (avoidable).

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Salute: l’Europa ha resistito meglio alla crisi rispetto agli Stati Uniti

APPROFONDIMENTO – Secondo quanto emerge da un articolo pubblicato su PNAS nell’ambito del Progetto Lifepath, negli anni della crisi la mortalità in Europa ha continuato comunque a diminuire negli ultimi anni, senza interruzioni, cosa che invece non è avvenuta negli Stati Uniti. In altre parole, pare che l’Europa abbia mostrato una maggiore resilienza alla crisi quanto a salute della popolazione, soprattutto perché è migliorata anche la salute degli europei meno istruiti (anche nei paesi dell’Europa orientale) diversamente da quello che è accaduto negli Stati Uniti.

A partire dai primi anni Duemila infatti, negli Stati Uniti sono aumentate le cosiddette “morti per disperazione” fra gli americani bianchi di mezza età e con un basso livello di istruzione, in parte dovute all’abuso di antidolorifici oppiacei. Il risultato è stato un aumento dei tassi di suicidio e di intossicazione.

In Europa questo fenomeno non si è verificato, anzi. Un team di ricercatori guidati da Johan Mackenbach, professore di salute pubblica all’Erasmus University Medical Center di Rotterdam, ha esaminato i dati sulla mortalità in 17 paesi dal 1980 al 2014 (per un totale di 9,8 milioni di morti) e sulla morbilità – cioè una condizione di malattia, disabilità o in generale di scarsa salute – riportata da 350.000 persone provenienti da 27 paesi, dal 2002 al 2014.

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