I 10 libri di scienza da leggere quest’estate

CULTURA – Come ogni anno, non può cominciare l’estate nella redazione di Oggiscienza senza aver prima fatto il punto per i nostri lettori su quali sono le principali novità letterarie da portarsi in vacanza sui temi scientifici e tecnologici.

Anche quest’anno ce ne è per tutti i gusti. Iniziamo con la fisica, e in particolare con l’Universo, che affascina sempre grandi e piccini, ma che spesso scoraggia ad avvicinarsi, per la complessità di alcuni aspetti: Qual è la natura dello spazio e del tempo? Che posto occupiamo nell’Universo? Che posto occupa l’Universo dentro di noi? Sicuramente “Astrofisica per chi va di fretta”scritto da Neil deGrasse Tyson e pubblicato in italiano da Raffaello Cortina Editore, può essere un buon punto di partenza.

Ma se l’Universo affascina, non è che la Terra sia da meno, specie se la si esplora dal punto di vista della sua storia. “Il giro del mondo in 6 milioni di anni” di Guido Barbujani e Andrea Brunelli (Il Mulino) offre la possibilità di un viaggio incredibile iniziato sei milioni di anni fa, per ricostruire la diaspora, mai conclusa, che ha iniziato quando l’essere umano ha iniziato a scendere dagli alberi, dando il via alla lunga catena di migrazioni attraverso la quale i nostri antenati hanno colonizzato il pianeta.
Un libro molto curioso che racconta la chimica e il suo ruolo nella storia delle società umane. raccontandone la storia è invece I bottoni di Napoleone. Come 17 molecole hanno cambiato la storia di Penny Le Couteur e Jay Burreson (TEA), che racconta come spesso la Storia sia frutto non tanto delle scelte fatte dall’uomo, ma delle possibilità offerte dalla scienza e dalla tecnologia.

Continua su Oggiscienza

[§) 5 anni da “data journalist”. Qualche considerazione (e un po’ di ottimismo)

Schermata 2018-07-03 alle 16.47.24.png
Credits: Bansky, naturalmente.

Alla fine del 2013 stavo discutendo la mia tesi di master in giornalismo scientifico digitale alla SISSA di Trieste, che aveva come tema proprio un case study di data journalism*, e ricordo di essermi molto seccata all’ennesima obiezione da parte della commissione sul fatto che questo “datajournalism” di cui anche in Italia si era cominciato a parlare da circa un anno, non fosse in realtà nulla di che. Che fosse maggiore l’enfasi che mettevamo sul nome rispetto alla rivoluzione concettuale sul modo di fare giornalismo. “I dati sono sempre esistiti, e anche excel sono almeno vent’anni che lo usiamo” mi veniva detto. Insomma la solita vecchia storia stat rosa pristina nomine, ecc ecc.

Sul momento mi ero arrabbiata perché come sempre quando ci si trova a vivere dal di dentro l’inizio di qualcosa che si sta formando, quando si respira entusiasmo da tutte le parti, è difficile non pensare di trovarsi nel bel mezzo di una rivoluzione. Ora, a 5 anni di distanza da che ho iniziato a occuparmi di datajournalism, continuo ad arrabbiarmi quando mi si dice “ma dai, che datajournalism, i dati sono sempre esistiti”, ma oggi mi arrabbio per motivi diversi rispetto a 5 anni fa.

In sintesi, quando ho cominciato rispondevo a questa obiezione asserendo che l’elemento rivoluzionario del dataj era la possibilità di accedere grazie al web a un’enorme mole di dati, che possono essere studiati e analizzati grazie ad altri super tools e poi visualizzati in maniera incredibile tramite ulteriori strumenti come Tableau Public, rendendo la navigazione interattiva. Nella mia mente avevo le inchieste del Data blog del Guardian, di The Upshot del New York Times, di Pro Publica, di The Atlantic e via dicendo, che durante le lezioni del master mi avevano aperto il primo varco sull’universo del data. Oppure i racconti di come venivano costruite queste grandi inchieste data-driven, direttamente dalla voce di Simon Rogers e di Aron Pilhofer che ho sentito per la prima volta parlare a pochi metri da me al Festival del Giornalismo di Perugia.

Non sto dicendo che 5 anni dopo io abbia smesso di pensare che questa sia una prospettiva importantissima per il datajournalism, ma credo almeno altrettanto nel “datajournalism quotidiano“, nell’importanza cioè dei piccoli lavori, degli articoli più agili dove si usano i dati per contestualizzare le storie, le affermazioni di questo o di quel politico, i fatti spiccioli. Ecco, se discutessi ora la mia tesi di master risponderei che ha senso parlare di datajournalism come metodo per contribuire a diffondere la cultura dell’argomentazione, che trovo sia assai deficitaria fra la popolazione. Contribuire a divulgare l’abitudine di riferirsi a una fonte quando si parla, di utilizzare il metodo scientifico anche quando si fa informazione non scientifica.

Per questo credo che nel 2018 il dataj come categoria a se stante nel giornalismo esista ancora, purtroppo, e che la risposta passi prima di tutto nel datajournalism oserei dire da cronaca.

È evidente qui che il fattore economico è centrale. Se vivessimo in un momento storico di vacche grasse per l’editoria, in cui si comprendessero davvero le potenzialità dell’innovazione invece di fondare a ogni piè sospinto nuovi giornali di carta dal profumo antico, ogni giornale potrebbe finanziare inchieste su inchieste e pagarle quanto richiede un complesso lavoro di analisi dei dati. A questo proposito sento spesso citare il fatto che il data non paghi e per certi versi è così: sono ben rari gli editori disposti a pagare quello che richiede un complesso lavoro di analisi dei dati. Spesso perché loro stessi non hanno idea di che cosa significhi in termini di tempo lavorare con i dati. Questo però non significa che fare dataj non paghi. Io, come altri, vivo del mio mestiere di giornalista freelance e  in questi 5 anni ho collaborato con una quindicina di diversi giornali e riviste occupandomi di data (del dataj da cronaca, come lo intendo io) e ho sempre concordato un rapporto sforzo-retribuzione dignitoso per il mio “dataj quotidiano”.

Certo, il problema enorme di far capire alle redazioni italiane quanto è importante l’approccio data-driven rimane, e le cose non sono molto diverse rispetto a 5 anni fa. Mentre il Wall Street Journal ha aperto un Lab Ricerca e Sviluppo che fa delle cose pazzesche con l’intelligenza artificiale in redazione, qui ancora c’è chi paga gli articoli a riga.

Due aspetti su cui ho parzialmente cambiato idea rispetto a 5 anni fa sono per prima cosa il ruolo centrale della visualizzazione all’interno del datajournalism, che ora per me è addirittura secondaria. Secondo, l’importanza di avere a che fare con tanti dati. Ora penso che si possa fare un pezzo di datajournalism utile anche senza impazzire. Che sia più importante, semmai, incrociare più fonti diverse per testare la validità di un’osservazione. Poi certo, qualora ci fossero modo e risorse per mettere in campo un’inchiesta complessa, ben venga.

Iniziamo dal discorso sulla visualizzazione, e in particolare sulla mappa. Quando ho cominciato sono stata fortunatissima: mi sono ritrovata a frequentare il primo master giornalistico in Italia dove si è cominciato a parlare di dataj, dal momento che vi insegnavano i professionisti che in quel momento (era il 2012) avevano da poco iniziato a scoprire questa “novità” che da un paio d’anni aveva iniziato a far parlare di sé grazie ai visionari editor del Guardian, del New York Times, di Pro Publica, The Atlantic. Parlo del gruppo dell’allora redazione di Wired che aprì il primo datablog grazie alla lungimiranza di persone come Guido Romeo ed Elisabetta Tola, che furono i miei insegnanti al master. In quello stesso periodo ho iniziato a frequentare quello che allora era l’appena nato gruppo bolognese di Spaghetti Open Data, un team che eccezionale è dire poco, fra cui si annoverano nomi ben noti del mondo del dataj italiano: i Dataninja Andrea Nelson Mauro e Alessio Cimarelli, Matteo Brunati ed Erika Marconato, Andrea Borruso, Carlo Romagnoli, Giulia Annovi e tanti altri che non posso nominare tutti se no questo post diventa un libro. Grazie a loro ho partecipato ai miei primi Hackathon e ho messo il naso (anche se ci ho sempre capito poco) nel meraviglioso mondo dell’Open Data.

Per me sono stati mesi, anzi direi un paio d’anni, incredibili, dove ho capito che il data (quello senza j) è un movimento eterogeneo, dalle molte anime, e una di queste è il datajournalism. Fare data journalism però non è mappare, non è (solo) fare bellissime visualizzazioni, non è raccontare i dati. Dataj per me è prima di tutto raccontare i problemi e le criticità che emergono dai dati.

Un ultimo aspetto su cui mi capita di riflettere è la differenza fra fact checking e datajournalism. Penso sarete tutti d’accordo con me se dico che oggi si parla tanto di fact checking, di sicuro più di quanto si parli di datajournalism. Di fatto però si tratta di due anime del giornalismo molto simili, fondate entrambe sulla necessità  di fondo di fare chiarezza e mettere a tacere le baggianate. (In realtà ho scoperto nella mia esperienza che dal punto di vista del giornalista fare un pezzo di dataj e uno di fact checking richiede un tipo di lavoro diverso, ma non mi dilungo qui, semmai ci dedicherò un altro post.)

In ogni modo quello che secondo me ha differenziato la percezione di fact checking e data journalism sono stati proprio questi due aspetti: la visualizzazione da una parte e l’idea di dover per forza saper gestire miliardi di occorrenze su excel dall’altra. Non mi spiego in altro modo il fatto che spesso quando mi capita di parlare con colleghi anche molto in gamba, alla mia domanda “ma perché non fai una cosa data driven su questo  tema che segui?” la risposta è “no no, con i numeri non voglio avere a che fare, non sono portat*.” Però magari sono bravissimi fact checkers nei loro pezzi.

Per concludere questo sproloquio, dopo 5 anni di data journalism quotidiano mi sento di dire che il datajournalism non è decollato. Siamo in pochissimi a occuparcene nel nostro lavoro quotidiano, direi che bastano due mani a farla grande per contarci tutti. Ed è un’occasione persa. Vale invece la pena farsi avanti, impegnarsi, perché lo spazio e soprattutto gli spunti per iniziare a lavorare un po’ tutti data-driven ci sono anche qui.

A patto – a mio avviso – che ci si specializzi.

La mia modestissima opinione è che padroneggiare gli strumenti da soli non basti più, appunto perché non erano gli strumenti la novità. Il data-journalism di per sé oggi non può (più) dar diritto ad alcun lavoro se non abbiamo ben chiari i problemi che vogliamo raccontare. Se puntiamo sulla combo invece, credo che di prospettive ce ne siano.

@CristinaDaRold 


(* La tesi si intitolava #NonSoloSci e verteva sun un lavoro di data journalism sulle conseguenze ambientali ed economiche del turismo di massa in Val Gardena. Lo potete trovare in due puntate qui

Se sei capitato qui tramite social e non sai chi sono e quindi perché sto blaterando di giornalismo, puoi trovare qualche info qui.

LIBRI – Lupinella. La vita di una lupa nei boschi delle Alpi

LIBRI- La convivenza con il lupo, così come con l’orso, non è facile. Da sempre l’essere umano prova nei confronti del lupo fascino e timore: l’ha reso il cattivo delle fiabe in quanto predatore, ma è importante – spiega Francesca la “Lupologa” – raccontare ai nostri bambini che il lupo è molto di più. Un elemento fondamentale per mantenere l’equilibrio dell’habitat in cui vive.

Il lupo oggi è un valore aggiunto che arricchisce e completa l’ecosistema alpino, ma è anche una presenza con la quale è necessario saper (re)imparare a convivere.

Questo è lo spirito che ha mosso Giuseppe Festa, naturalista, a scrivere la storia di Lupinella e della sua famiglia nel libro”Lupinella. La vita di una lupa nei boschi delle Alpi” (Editoriale Scienza, 64 pagine, 11,90€, dai 7 anni). Per raccontare ai più piccoli come si svolge la vita di questo meraviglioso animale avvalendosi della collaborazione dei ricercatori del Progetto Europeo LIFE WOLFALPS, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito della programmazione LIFE+ 2007-2013 “Natura e biodiversità“. L’obiettivo è realizzare azioni coordinate per la conservazione e la gestione a lungo termine della popolazione alpina del lupo.

Uno snodo importante del progetto era migliorare la convivenza fra il lupo e le comunità locali, favorendo il più possibile la comunicazione su questi temi. Il libro intervalla il racconto delle fasi della vita di Lupinella e della sua famiglia (Bosco e Brina i genitori, Noce, Bacca e Scorza i fratelli maggiori e Mugo, Sasso e Mirtillo i piccoli di casa), con le spiegazioni di Francesca Marucco, “lupologa” del Progetto WOLFALPS.

 

Continua su Oggiscienza

«Il furto delle opzioni» di Vincenzo Agostini

La dedica che mi ha scritto Vincenzo regalandomi Il Furto delle Opzioni  (Nuovi Sentieri Editore, 2012) è la seguente:

«Per Cristina,
questa storia quasi sconosciuta che è quasi sempre la stessa storia».

Mi sembra davvero la descrizione più puntuale di questo libro, che si snoda intorno a un omicidio di cui fino alla fine non si conosce l’autore, ma che racconta di fatto un fenomeno reale della storia delle terre italiane ladine alla vigilia della seconda guerra mondiale, la storia delle Opzioni.

Una volta, avevo più o meno venti, ventidue anni, una persona a me molto vicina mi ha detto che ogni scelta che facciamo, anche piccola (si parlava in quel momento di scelte universitarie) in realtà ci chiude molte porte, e che anche se non scegliamo, solo invecchiando, le porte aperte sono sempre di meno. È banalissima come verità, ma a ventidue anni non ci pensi da sola.

In quel momento ricordo di aver immaginato la scena di Funny Face (quel bel film del 1957 diretto da Stanley Donen con Audrey Hepburn e Fred Astaire) quando una super Kay Thompson tanto Marlene Dietrich danza in una stanza con tante porte rosa intorno a lei sulle note di “Think Pink”.

f

Ma forse sto divagando troppo.

Una storia che è quasi sempre la stessa storia. Quante volte nella vita siamo davanti a bivi, all’obbligo di optare, e quante volte ci rendiamo conto delle conseguenze di queste scelte? Nella maggior parte dei casi si tratta di opzioni personali, intime, non esplicitate forse neanche a noi stessi. Immaginiamoci che cosa può capitare quando, magari a distanza di anni, qualcuno voglia scoperchiare uno di questi vasi di pandora che riempiono magazzini della (nostra) storia.

Forse fa parte dell’anelito verso l’onnipotenza che l’umana natura manifesta da sempre. Voler dominare, sapere, chiarire, ordinare. Dare il nostro senso alle storie degli altri. “Dai a retta a me Sander, non è possibile conoscere la vita degli uomini nei dettagli, e questo vale sia per la vita singola che per quella collettiva di tutti quanti noialtri messi insieme; vale, ovviamente, anche per le nostre opzioni.”

E alla fine Sander è morto.

“Quello che importa, comunque, è il confine fra il peccato mortale e quello che peccato non è, la vera ragione per la quale Sander ha pagato a cari prezzo la sua opzione. Non averlo capito è stato l’errore dell’assassino di Sander, lo stesso che succede quando non si riesce a distinguere il confine che corre lungo le trincee che incavano le nostre montagne.”

“I fedeli, uno dopo l’altro, stavano avvicinandosi all’acquasantiera come se Dio li avesse convocati pretendendo da ciascuno la rinuncia a un futuro unitario, quello che una persona per bene dovrebbe perseguire, e va da sé che è l’unico futuro che una persona per bene dovrebbe perseguire. Grieg osservò meglio e vide uomini e donne senza alcun legame, sprovvisti di quel sentimento che fa da congiunzione fra le persone, quel nesso di varia intensità che, quando lo si abbandona, il posto se lo prende il terrore.”