Ambiente & epidemiologia
In ufficio l’inquinamento atmosferico riduce la produttività
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Le evidenze scientifiche lo dicono da anni: la salute della popolazione passa anche dal lavoro, inteso sia come reddito, che determina i comportamenti e lo stile di vita più o meno sano, che come salute sul luogo di lavoro, che comprende per esempio l’esposizione a sostanze inquinanti, a stress, a carichi di lavoro logoranti e via dicendo.
All’interno di questa ragnatela il fattore produttività gioca un ruolo primario, dal momento che in moltissimi casi a esso sono legati i volumi di reddito dei lavoratori: se produci quanto prefissato allora puoi continuare a farlo, se non ci riesci il tuo posto può essere facilmente ceduto a qualcun’altro. È il caso questo per esempio dei lavoratori di call center – ma non è certo questo l’unico settore che esaspera questo sistema – dove la produttività si basa sulla vulnerabilità dei lavoratori, finendo per accrescerla.
Quello che evidenzia un recente working paper pubblicato dal National Bureau of Economic Research statunitense è che l’inquinamento agisce anche sulla produttività delle persone, aumentandone appunto la vulnerabilità. La ricerca in questione ha coinvolto due call center in Cina, uno a Shanghai e l’altro a Nantong, incrociando i dati sulle concentrazioni di inquinanti e quelli sulla produttività dei lavoratori, evidenziando come livelli più elevati di inquinamento atmosferico sembrino associati a una diminuzione della produttività in termini di riduzione del numero di chiamate che i lavoratori completano ogni giorno, in relazione all’aumento del numero di pause effettuate.
L’idea di partenza
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Si fa un gran parlare di come le politiche nell’ambito dei cambiamenti climatici debbano essere fondate su solide basi scientifiche ma, a quanto pare, anche qui ci si scontra con numerosi errori comportamentali, in primis il fatto che chi siede al tavolo dove vengono prese davvero le decisioni a livello globale, non essendo uno scienziato, tende a cambiare difficilmente idea rispetto al proprio a priori, anche di fronte a nuovi dati più precisi forniti dalla scienza. Nulla di strano a dire il vero, quello di rimanere ancorati a una propria idea è un comportamento squisitamente umano – la scienza lo chiama confirmation bias – ma in questo caso diventa un fattore tutt’altro che irrilevante a livello di politiche energetiche.
A evidenziare questo aspetto è un innovativo studio pubblicato su Nature Climate Change da un team di ricercatori, fra cui anche alcuni italiani, e finanziato dallo European Research Council (ERC), basato su una serie di questionari che sono stati sottoposti a un campione di 217 policymakers presenti alla conferenza COP21 di Parigi del dicembre 2015 e a un gruppo di 140 studenti MBA europei che sono stati formati per partecipare a una simulazione di negoziazione sul clima. In occasione della Conferenza, i Paesi firmatari hanno delineato gli impegni che intendono assumersi nei prossimi anni per mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C, limitandone l’aumento a 1,5 °C, e per arrivare a emissioni zero nella seconda metà di questo secolo.
La società dell’industria 4.0
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In questi giorni a Davos, in Svizzera, si è tenuto il meeting annuale World Economic Forum, che quest’anno aveva come focus la gestione della Quarta Rivoluzione Industriale, quella dell’Internet delle Cose (Internet of Things – IOT), dei Big Data, dell’automazione: la rivoluzione della connettività. Una sfida importante anche dal punto di vista energetico, poiché una rivoluzione industriale oggi deve essere prima di tutto sostenibile.
«La quarta rivoluzione industriale deve prevedere un dimezzamento delle emissioni ogni decennio da qui al 2050, fino a raggiungere le zero emissioni» commenta a Davos Johan Rosckstrom, dello Stockholm Resilience Centre. Il problema è che renderla tale è estremamente complesso, perché in ballo ci sono dinamiche che vanno ben oltre il piano energetico o economico in senso stretto. In ballo ci sono infatti le supply-chains, le migrazioni, gli interessi geopolitici, le guerre per le risorse energetiche, la crisi fiscale e, non da ultimo, le iniquità sociali.
LA MAPPA DEI RISCHI GLOBALI
Qualche giorno fa sempre il World Economic Forum ha pubblicato il Global Risk Report 2017, che fa il punto sui rischi globali a cui siamo sottoposti, e dal quale emerge il peso specifico delle questioni ambientali per il pianeta nei prossimi decenni, in relazione a un mondo che cambia e a una rivoluzione industriale che in realtà ci vede già coinvolti. L’unico modo oggi per comprendere un fenomeno complesso, come il rischio ambientale ed energetico a livello globale, è osservarlo a 360 gradi, studiarne le interconnessioni con altri fenomeni, in quadro geografico mondiale.
Ragionare insomma in termini di mappe. L’aspetto maggiormente interessante di questo rapporto sono proprio le sue mappe, come quella qui sotto, che mostrano le interconnessioni fra i vari fenomeni che stanno accadendo a livello planetario, evidenziando senza vie di fuga come ogni politica, ogni azione individuale e collettiva sia intimamente connessa con altre dinamiche apparentemente distanti. L’“epistemologia della complessità”, che ha mosso i suoi primi passi oltre 50 anni fa, è un tema centrale oggi più che mai.