Abbattere lo spreco alimentare con la circular economy

Si stima che lo spreco di cibo a monte nella grande distribuzione in Italia, cioè già da mettere in conto nel momento stesso in cui un prodotto sale su un camion per essere distribuito, vari dal 40% al 60%. Come dire che su dieci mele appena raccolte, sappiamo già che mediamente la metà non sarà venduta. In filiere di altro tipo, come le cosiddette filiere corte o acquistando direttamente dai produttori senza intermediari, lo spreco si riduce al 5% al 10%. Un bel salto. Ampliando lo sguardo, la FAO stima che oltre un terzo del cibo prodotto al mondo vada perso.

Il grosso problema dello spreco alimentare

Le parole usate anche in questo ambito hanno il loro peso. Finalmente nel 2017 è stata varata la Legge 166 sullo spreco alimentare che ha sostituito la Legge 155/2003 detta “del buon samaritano”, regolamentando per la prima volta la donazione e la distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici non più commerciabili, a fini di solidarietà sociale. La nuova legge ha sostituito soprattutto il termine rifiuto, passando a parlare di eccedenza come valore, in linea con le logiche della Circular Economy.

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Inquinamento: c’è un modo per far rientrare Milano nei limiti.

I dati lo confermano: l’Area B, la zona a traffico limitato milanese con divieto di accesso e circolazione per alcune tipologie di veicoli, può funzionare davvero. Anche una zona enormemente inquinata come quella milanese, maglia nera in Europa, può rientrare già a partire dal 2022 nei limiti fissati per la sicurezza della salute dei cittadini. Lo ha messo nero su bianco l’ultimo rapporto di Cittadini per l’Aria Onlus dal titolo “Effettuazione di simulazioni relative a scenari di riduzione dei veicoli diesel nella città di Milano” realizzato da ARIANET per l’associazione, grazie al sostegno di ClientEarth.

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Due dollari a persona per combattere l’antibiotico resistenza

Allarme sempre più rosso. Secondo le stime proposte recentemente da OCSE in dieci anni in Italia la proporzione di infezioni resistenti agli antibiotici è praticamente raddoppiata, crescendo dal 17% del 2005 al 30% del 2015, mentre la media europea è passata dal 14% al 17%. Siamo al primo posto di tutte le tristi classifiche: per tasso di mortalità per antibiotico resistenza, per anni di vita persi in salute, per giorni extra di ospedalizzazione dovuti a questo problema.
Parliamo di 10.780 italiani deceduti ogni anno a causa di un’infezione da uno degli otto batteri antibiotico resistenti e si ritiene che nei prossimi 30 anni moriranno per questo motivo 450 mila persone. Per fare un paragone si tratta di un italiano attualmente vivente su 130.

Nei paesi in via di sviluppo le cose vanno ancora peggio: la resistenza è già elevata e si prospetta crescerà a gran velocità. In Brasile, Indonesia e Russia per esempio fra il 40% e il 60% delle infezioni sono attualmente resistenti ai farmaci. Percentuali ben distanti dal 17% della media OCSE.

Eppure, secondo il modello utilizzato dagli esperti OCSE, tre su quattro di queste morti sarebbero evitabili con soli due dollari investiti a persona all’anno per potenziare le misure di prevenzione basate sull’igiene, su campagne mediatiche di promozione di buone pratiche, su una diagnostica più efficace e – elemento cruciale – su una prescrizione finalmente più prudente degli antibiotici.
L’Europa Meridionale è drammaticamente interessata da questo fenomeno: oltre all’Italia, anche la Grecia e il Portogallo sono in cima alla lista dei paesi OCSE per il tasso di mortalità da AMR.

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Escherichia coli e farmacoresistenza: ecco cosa dobbiamo sapere

L’Escherichia coli è un batterio che si trova naturalmente nell’intestino degli esseri umani e degli animali sani e fa parte della normale flora batterica. Tuttavia alcuni ceppi di E. coli possono causare problemi come crampi addominali, vomito, diarrea con sangue, e in alcuni casi malattie e infezioni gravi. I più pericolosi sono quelli che producono la tossina Shiga, detti ceppi STEC/VTEC. La trasmissione all’uomo avviene prevalentemente per via alimentare, attraverso l’ingestione di derrate di origine animale contaminate in fase di produzione o lavorazione o attraverso ortaggi e frutti coltivati su terreni fertilizzati o irrigati con reflui da allevamenti bovini infetti. Per evitare la contaminazione sarebbe sufficiente lavare bene gli alimenti che consumiamo crudi, lavarci sempre le mani ed evitare cibi a rischio, come uova o carne cruda.

Eppure in Europa (dati ECDC) nel 2017 si sono contati 6457 casi di VTEC (il doppio rispetto al 2007), 94 dei quali in Italia, anche se il nostro paese fortunatamente non è fra i più vessati. Al primo posto troviamo infatti la Germania con 2065 casi, il Regno Unito on 993, l’Irlanda con 795 e la Svezia con 504. L’Italia è però risultata al secondo posto per numero di morti, con 4 decessi, un quinto del totale di tutta l’Europa. Siamo ai primi posti anche per numero di ospedalizzazioni: 81 su 94 casi. Svettano in questo senso Irlanda e Regno Unito con rispettivamente 284 e 247 casi ospedalizzati, anche se va detto che per alcuni paesi fra cui Germania e Francia questo dato non è disponibile.

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