La pratica della libertà. Intervista a Colin Ward (2010)

La pratica della libertà come autoregolamentazione è un punto cruciale ancora oggi nel mondo del lavoro, sempre più povero, sempre più frammentato, privato dei diritti con l’illusione che una flessibilità imposta sia immagine della libertà di azione, quando invece non è altro che uno dei modi di manifestarsi delle dinamiche di potere. Un mondo del lavoro che ci sta schiacciando a terra mentre ci osserva correre dietro al mito di guardare in avanti, al Futuro. Verso un benessere da conquistare, invece di un benessere presente e quotidiano da costruire.

Lucidissimo, sobrio, puntuale Colin Ward, in questa intervista di Paolo Cottino per Eleuthera, 2010. Ci sono molti spunti interessanti, di lettura e approfondimento.

Personalmente ho trovato questo suo libro “Anarchia come organizzazione. La pratica della libertà” molto utile e lungimirante.

 

 

«Non è lavoro, è sfruttamento» di Marta Fana

“Non è l’immigrazione che ci impoverisce: è il capitalismo!”
Ecco, direi che è un’ottima sintesi di questo super libro di Marta Fana, che andrebbe distribuito in tutte le scuole superiori, di città e di provincia, e in tutte le università.
Ci sono diversi libri che parlano di lavoro, ma pochi che offrono una visione d’insieme su cosa lega le dinamiche sociali le une alle altre. L’autrice non si vergogna di ricercare nelle dinamiche odierne le categorie marxiste di accumulazione, di plusvalore, di critica alla produttività come fine ma anche come mezzo. Di operai e di lavoro povero. Di classe. Ho sempre pensato che fossero categorie validissime ancora oggi, seppur da contestualizzare in un sistema più complesso di quello ottocentesco, ma pare che si preferisca celarsi dietro altre parole più moderne per paura di sembrare i soliti polverosi lettori. Quindi bravissima Marta Fana per aver scelto di usare “parole grosse”.
Sono pochi anche gli autori oggi che propongono una vera visione rivoluzionaria del capitalismo, come se non potessimo fare un passo indietro e pensare per lo meno di migliorare il mercato del lavoro povero, che fa sì che chi ha poco viva in un contesto lavorativo dove per sopravvivere non deve voler chiedere di più. “Di fronte a tanta ferocia ci si trova spiazzati” scrive l’autrice nella conclusione, dove propone però diverse azioni programmatiche ben documentate per venire a capo di ciò che non funziona. Certo, nulla si può fare se chi fa le leggi non percepisce il lavoro povero come un’ingiustizia e un problema sociale.

Di seguito alcuni passaggi che mi sono segnata.

“Il furto quotidiano operato a danno dei lavoratori di oggi e domani è stato sostenuto dall’ideologia del merito, imposta per mascherare un’inevitabile conflitto fra chi sfrutta e chi è sfruttato”

“La flessibilità non è neutra: scarica il suo peso sulla parte più debole, il lavoratore, in balia del ricatto della disoccupazione”

“Attraverso la mercificazione del rapporto di lavoro portato all’estremo dal sistema di voucher disinnesca la capacità dei lavoratori, organizzati o meno, di incidere sulle scelte aziendali, sull’organizzazione del lavoro, ma anche in termini di investimenti, quindi di partecipazione allo sviluppo economico del paese” […] “quel che Marx definiva plusvalore: tutto il valore della produzione è in mano agli imprenditori”

“..dal momento che la remunerazione non è ancorata alla durata della prestazione, il rischio di speculazione al ribasso è intrinseco al sistema, lasciato in balia della generosità del committente”

“In termini marxiani la logistica rappresenta il momento della circolazione delle merci attraverso cui si determina la valorizzazione stessa del capitale”

“[riguardo alle agenzie interinali] è in questo processo che la mercificazione del lavoro trova piena espressione”

“Pare che non si possa fare a meno di questo lavoro gratuito per ottenere l’attestato di potenziale lavoratore”

“La retorica della produttività trascina con sé un abbaglio teorico cavalcato da politica e imprenditori, secondo cui la produttività è funzione quasi esclusiva del costo del lavoro, che deve essere ridotto per unità di prodotto”

“Il ricorso al welfare aziendale come forma di remunerazione ha a che fare con il ruolo dello stato e della sua funzione democratica del definire e soddisfare quei diritti che dovremmo considerare non già di cittadinanza, ma proprio universali”

“La controrivoluzione neoliberista aggredì anche il settore pubblico su tre livelli: primo, il privato deve sostituirsi al pubblico nella riduzione e distribuzione di beni e servizi, Secondo: lo Stato deve ridurre la tassazione sulle imprese e sui loro rendimenti. Terzo: lo Stato deve ridurre la spesa sociale così da stimolare i disoccupati a cercare e accettare un nuovo lavoro”

“Che la propensione per l’innovazione non sia correlata positivamente alla flessibilità del mercato del lavoro è dimostrato anche da altri recenti studi”

fana

«La cruna dell’ego» di Pierangelo Sequeri

Da non credente, devo ammettere di aver trovato in questo libro appena uscito di Pierangelo Sequeri – fine teologo, di cui ricordo ancora una bella lezione a Ca’ Foscari una decina di anni fa – un punto di vista molto più dirompente e onesto (quasi rivoluzionario!) sull’antropologia e sulla psicologia dell’Homo Digitus, rispetto alle tante cose che andiamo pontificando ogni giorno qua sopra. Una lettura che consiglio. (E poi il titolo è geniale).

Dice la quarta: “La libertà dell’individuo, l’affermazione di sé e dei propri diritti e desideri, punto focale della modernità, è diventata oggi il culto ossessivo dell’identità personale. Un vero e proprio ‘monoteismo del sé’ che, consumando compulsivamente il mondo e gli altri come puri strumenti della propria realizzazione, finisce per consumare la sua stessa umanità. Il primo santo del calendario post-moderno non è più, come annunciava Marx, Prometeo, che sfidava gli dei in favore degli uomini. È Narciso, che vive dell’amore dell’altro ma non lo riconosce e non restituisce nulla.

È un destino segnato per l’umano? Questo dogmatico ‘tutto intorno a me’ che ormai mostra in molti modi il suo carattere distruttivo – dal ripiegamento narcisistico dell’amore al fanatismo religioso, dallo svuotamento della comunicazione alla soggezione della tecnica, dalla commercializzazione del dono alla burocrazia del diritto – non conosce alternativa?

Pierangelo Sequeri dice di no, noi non siamo questo, l’umano non funziona affatto come lo racconta il pensiero unico. E una via d’uscita c’è. Occorre avere il coraggio di disarmare questa pulsione ossessiva che conduce al nulla, andando al meccanismo che la innesca: si tratta, nelle parole di Sequeri, di «rovesciare il tavolo del soggetto moderno». Invece di accanirsi sulla domanda ‘chi sono io’, alla quale l’individuo non è in grado di dare risposta, guadagnandone solo frustrazione e maggiore aggressività, bisogna imparare a chiedersi ‘per chi sono io’, un interrogativo capace di aprire il varco verso un’avventura personale e di relazione che ha il sapore della libertà.”

ego

«Ritratti italiani» di Alberto Arbasino

Che dire su Arbasino se non che è una voce che merita di essere ascoltata.
Qualcuno dei lettori di Goodreads è riuscito a dare una definizione perfetta del libro in un’unica parola, che faccio mia: “Arbasinaccio”.
Ci sono tutti (o quasi) i “Grandi” del 900, e vederli alla luce della ferocia manieristica di Arbasino è un autentico spasso, e aiuta a dissacrare non tanto loro, quanto noi stessi come costruttori di miti.
E poi, per quanto vale la mia critica letteraria, Arbasino è un ottimo scrittore.

“La prima impressione torinese è la tentazione d’una tenue elegia invernale intorno a una piccola Leningrado”.

“Un monumento al mito o feticcio Adorno, cotto, mangiato, attraversato su e giù, poi magari vomitato. In abito da sera, bevendoci su un prosechino”.

“Altro che lati deboli: la fermezza sui principi non la si ostenta, la si esercita in pratica”.

“Protagonista è la vertigine sedativa della lunghissima età in cui si continua a ripetere ‘sono così giovane’ vestendosi da giovanissimi entro le maglie totali della videocultura intorno e addosso al giovane ‘che fa le sue scelte individuali’ identiche a quelle di milioni di giovani identici”.

“Alle volte una penna di pollo, una povera penna polverosa raccolta sulla via e contemplata in un’ora di grazia, può esser stata il tocco spento per la composizione di un buon quadro, una bella natura morta, ripiena di quel segreto spirito che sa di eterno” (De Pisis)

“Quando non ha più niente da dire, il realista può ancora dirci come e perché non ha più niente da dire”. (Moravia)

“Manca una cultura di mediazione e d’integrazione, un lavoro del tipo di quello di Sartre, che ha integrato nell’esistenzialismo la fenomenologia, la psicanalisi, il marxismo”.

“Mi diceva Calvino che in un tempo in cui si scrive troppo, si parla troppo, in cui tutti vogliono essere sempre alla ribalta, il silenzio acquista per lo scrittore un valore particolare. ‘Il gran segreto è celarsi, eludere, confondere le tracce’. (E gli si poteva forse obiettare che né il tacere né il gridare hanno ormai – a torto o no – un significato solo, non equivoco: possono nascere ugualmente da buona o cattiva fede, da buona o cattiva volontà”.

“Quando una donna Navajo sta per finire uno di questi tessuti, essa lascia nella trama e nel disegno una piccola frattura, una menda: ‘affinché l’anima non le resti prigioniera dentro il lavoro’. Questa mi sembra una profonda lezione d’arte: vietarsi, deliberatamente, una perfezione troppo aritmetica e bloccata. Perché le linee dell’opera, saldandosi invisibilmente sopra se stesse, costituirebbero un labirinto senza via d’uscita; una cifra, un enigma di cui s’è persa la chiave”.

“Il risentimento si esprime costantemente secondo uno schema consolidato: si afferma, si stima, si esalta una cosa, non solo per le sue qualità intrinseche, ma con lo scopo sempre inconfessato di negarne o deprezzarne un’altra”. (Max Scheler)

“Terzo tempo. L’età permissiva dei movimenti giovanili e della liberazione femminile ha alcune conseguenze decisive: la formazione precoce della coppietta definitiva, non più dopo i vent’anni, ma addirittura a dieci”.

“E l’industria ha finito per pianificare anche la vita artistica. La borghesia che aveva tempo e soldi e comprava i quadri e andava a teatro, ora lavora fino a tardi e va presto a dormire. Tutt’al più qualche concerto alla Rai”.

“Ciascuno di noi non è più in grado di affrontare un argomento totale, pur partendo, come si deve, da un fatto particolare. A questo modo mi pare che si riscriva il mondo, invece di interpretarlo, dandone tutte le lacerazioni e i nonsensi”. (Testori)

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