Se il cancro al seno si risveglia dopo 30 anni

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RICERCA – Un database dell’Università di Oxford che raccoglie i dati di oltre 300 mila donne operate di tumore mammario negli ultimi decenni, ha mostrato che il 10% di queste donne, nonostante la guarigione dal cancro in termini clinici, rimane a rischio di metastasi tardive per tutta la vita. In alcuni casi la metastasi si attiva anche a distanza di 30 anni dalla guarigione.

Capire quali pazienti sono a rischio recidiva a lungo termine è dunque una sfida importante in oncologia. Un tema che ha occupato recentemente le pagine di Nature. Un articolo a firma di un gruppo di ricercatori italiani dell’Istituto Italiano di Oncologia (IEO) di Milano, coordinato da Giuseppe Curigliano, ha commentato per la prima volta questi dati, affrontando il tema del “letargo e risveglio delle cellule tumorali”. Il gruppo ha aperto un progetto per studiare i meccanismi che fanno sì che in alcune pazienti un gruppo di cellule tumorali sopravviva ai trattamenti annidandosi in una nicchia, dove rimangono dormienti per decenni, per poi improvvisamente risvegliarsi e scatenare la metastasi.
“Abbiamo osservato che questi casi di recidiva tardiva riguardano donne trattate per cancro al seno ormono-responsivo, cioè tumori sensibili alle terapie ormonali. Si tratta ora di procedere con l’analisi delle biopsie sulla sede di metastasi per capire che cosa differenzia queste pazienti da quelle che non sviluppano metastasi tardive” spiega a Oggiscienza Giuseppe Curigliano. “La nostra conoscenza della biologia delle cellule residue dormienti dopo terapia adiuvante tuttavia è ancora assai limitata e la strategia vincente è pensare il contesto in termini multidimensionali.”

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Antibiotico-resistenza: i batteri nel bunker

Reblogged from Bollettino dell’Ordine dei Medici di Milano (pag. 17 e segg)

Un recente rapporto dell’OMS (maggio 2017), intitolato Antibacterial agents in clinical development,1 riporta che sono solo 42 le nuove molecole in fase di studio (33 antibiotici e 11 farmaci biologici) per la cura delle malattie infettive. Fra questi, 7 sono rivolti alla cura della temutissima tubercolosi multi- resistente (MDR-TB). In aggiunta, lo stesso documento stima che nei prossimi 5 anni verranno messi in commercio solo 10 nuovi farmaci in questo settore. Troppo pochi. D’altra parte in media solo il 14% delle molecole che supera la prima fase di test è destinata a diventare un farmaco disponibile sul mercato. Risultati messi in luce pure dall’ultimo rapporto dell’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) e dell’European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC):2 considerando le infezioni causate da batteri resistenti agli antimicrobici, si contano circa 25.000 decessi ogni anno nell’Unione Europea. L’antibiotico-resistenza è sempre esistita, ma nora erano arrivate ogni volta nuove classi di farmaci, e alternando il loro utilizzo era possibile arginare il problema.

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Immunoterapia per la leucemia: nuovi passi in avanti in Italia

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RICERCA – Attualmente la terapia che si propone a una persona – adulto o bambino – con una diagnosi di leucemia linfoblastica acuta è anzitutto la chemioterapia. Se il paziente non risponde o se si ha una ricaduta, si valuta il trapianto di midollo, che sebbene rappresenti una scelta molto invasiva per la vita del paziente, che per un lungo periodo non potrà riprendere in tutto e per tutto la propria vita, rimane comunque una speranza concreta per molti. Ma non per tutti. In alcune persone la leucemia si ripresenta nuovamente a poca distanza dal trapianto, e a loro fino a oggi la medicina non ha saputo fornire altre possibilità.

Oggi invece una speranza concreta ce l’abbiamo e rientra nell’ambito della terapia genica. Dall’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma è arrivata una notizia importantissima: un bambino di 4 anni, affetto da leucemia linfoblastica acuta e refrattario alle terapie convenzionali, è stato trattato grazie all’infusione delle cellule riprogrammate in laboratorio e a distanza di un mese dall’infusione il bambino sta bene ed è stato dimesso, poiché nel midollo non vi è più traccia di cellule leucemiche.

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Idrossiantracene: alcuni derivati negli integratori sono genotossici

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SALUTE – In diverse piante i cui estratti vengono usati negli integratori alimentari presenti sul mercato – come aloe, rabarbaro, cassia, senna e frangula – ci sono sostanze chimiche, i derivati dell’idrossiantracene, che vengono spesso presentate come utili lassativi che possono migliorare la funzionalità intestinale.

Già nel 2013 l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) aveva concluso che nonostante i derivati dell’idrossiantracene negli alimenti migliorassero effettivamente la regolarità intestinale, assumerli giornalmente per periodi lunghi poneva dei dubbi a livello di sicurezza, in termini di tossicità. Un documento pubblicato dall’ente nei giorni scorsi conferma questa supposizione: i derivati dell’idrossiantracene presenti negli estratti di piante come l’aloe sono genotossici, possono cioè danneggiare il DNA delle cellule del colon e aumentare negli utilizzatori il rischio di sviluppare il cancro.

“La valutazione condotta da EFSA si è concentrata sugli effetti tossici di queste sostanze, che si trovano in specifiche parti delle piante come la radice del rabarbaro o la parte esterna delle foglie di aloe”, precisa a Oggiscienza Camilla Smerald dell’Unità Ingredienti e Imballaggi alimentari di EFSA. “Di norma non fanno parte della dieta, a meno che non si assumano con integratori alimentari che si trovano in farmacia, in erboristeria, ma anche su internet, e ha dimostrato che la loro assunzione ci espone a un rischio di danni al DNA delle cellule, in particolare quelle del tratto intestinale e di sviluppare il cancro al colon.”

Attualmente in Unione Europea il quadro normativo sugli integratori alimentari prevede una lista di sostanze minerali e di vitamine che possono essere usate negli integratori, e un’altra lista che raccoglie gli ingredienti proibiti, soggetti a restrizioni o sotto scrutinio per motivi di sicurezza. “Per tutti quegli ingredienti che non si trovano inseriti nelle liste di cui sopra non esistono al momento regole precise applicabili in tutta l’Unione e i governi possono avere approcci diversi”, prosegue Smeraldi. Per questo motivo, quando la Commissione Europea – l’organo deputato ad autorizzare l’immissione in commercio di queste sostanze – ha dei dubbi sulla sicurezza di alcuni di questi ingredienti negli alimenti, chiede un parere scientifico a EFSA. Alcune di queste sostanze, come nel caso dei derivati dell’idrossiantracene, possono anche essere ingredienti di farmaci erboristici, la cui valutazione è di competenza dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA).

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