C’è un futuro oltre la distrofia di Duchenne

La cosa che più ha faticato a mandare giù è stata avere una farmacia piena di medicine da poter dare a chiunque, e non aver niente da dare a suo figlio. Eppure è andata così, uno strano gioco del destino quello di Filippo Buccella, farmacista, papà di Luca, un figlio affetto da distrofia di Duchenne. Luca oggi ha 28 anni e si è laureato al DAMS di Roma con il sogno di lavorare nel cinema, obiettivo che ha brillantemente raggiunto. “Se legge una qualsiasi nota stampa riguardante i film della Disney può star certa che l’ha scritta mio figlio” mi racconta Filippo.

Forse me lo dice subito per rassicurarmi del fatto che Luca è vivo e ha una vita piena, nonostante le tante difficoltà pratiche. Penso che forse è preoccupato dalla mia voce un po’ stentata mentre cerco di capire, con le mie sciocche domande, se quella terribile previsione inferta all’intera famiglia nel 1993 fosse stata corretta oppure no.

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Ictus: effettuato solo il 70% degli interventi possibili. In alcuni regioni molto meno

Secondo la più recente determina di AIFA in materia di ictus, per massimizzare l’efficacia della terapia è necessario che l’intervento di trombolisi venga eseguito al massimo entro 4 ore e mezza dai primi sintomi, e nel caso dei pazienti ultra ottantenni entro le 3 ore. Eppure stando a quanto emerge dai dati delle Schede di Dimissione Ospedialiera del Ministero della Salute, su 100 mila persone con ictus ricoverate nel 2017 ne sarebbero state eseguite solo 10.500: il 73% di quelle che avrebbero dovuto essere effettuate in base alle stime. Solo il 60% circa dei primi ictus arriva in ospedale entro le 4,5 ore dall’esordio dei primi sintomi, e solo uno su quattro di essi sarebbe candidabile per ricevere la trombolisi. Ne consegue che sarebbero circa 14 mila i possibili candidati ogni anno, considerati anche i pazienti recidivi. La cattiva notizia è quindi che il numero è ancora insufficiente, quella buona che si registra un incremento del 60% rispetto al 2013 e del 20% solo rispetto all’anno precedente.

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Eliminare l’epatite entro il 2030 è davvero possibile?

In queste settimane la nota rivista The Lancet ha pubblicato i lavori prodotti da una commissionelanciata nel 2016 per valutare l’attuale situazione globale della diffusione dell’epatite e di identificare le priorità, per paesi, regioni e a livello mondiale. Obiettivo: eliminare questa malattia dalla faccia della terra nei prossimi decenni, anzitutto raggiungendo gli ambiziosi propositi fissati dalle Nazioni Unite di riduzione della mortalità correlata all’epatite del 65% e delle nuove infezioni del 90% entro il 2030.

Sono obiettivi realizzabili?

Secondo quanto scrive nel suo editoriale Rob Brierley, caporedattore di The Lancet Gastroenterology, entro il 2030 sarebbe addirittura possibile eliminare completamente ogni forma di epatite nel mondo, nonostante i pessimi risultati di oggi. La diagnosi di epatite virale rappresenta una barriera significativa all’eliminazione. Solo il 10% dei 292 milioni stimati di persone che vivono con infezione cronica da Epatite B erano a conoscenza del loro status nel 2016, e solo il 20% dei 71 milioni di individui con infezione cronica da Epatite C. I trattati poi sono ancora di meno. Ogni anno, l’epatite virale uccide 1,34 milioni di persone, che è paragonabile a decessi dovuti a HIV/AIDS, malaria e tubercolosi. Lo sviluppo di una nuova diagnostica accessibile è essenziale, così come la loro più ampia integrazione nei sistemi di assistenza sanitaria, piuttosto che essere limitati ai centri specializzati. “Il coinvolgimento della società civile è essenziale” scrive Brierley.

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Generazione Z: gli adolescenti repubblicani sono sempre più democratici

I pranzi della domenica nelle case repubblicane d’America devono essere sicuramente accesi. Dalla presidenza di Donald Trump al ruolo del governo per l’uguaglianza razziale, alla definizione di genere, ai cambiamenti climatici, la generazione Z, i ragazzi nati dopo il 2000, ha posizioni molto simili a quelle dei Millennials (i nati dal 1980 al 1995 circa) su questioni sociali e politiche fondamentali, e fra i giovanissimi che si dicono Repubblicani la vicinanza alle posizioni democratiche e quindi la divergenza rispetto ai repubblicani più anziani è qualcosa di mai visto. Solo il 59% degli adolescenti repubblicani approva in toto il lavoro di Donald Trump, contro il 65% dei Millennials, il 76% della generazione X (i nati fra il 1966 e il 1980), l’85% dei Baby Boomers (i nati dal 1950 al 1965) e il 90% dei repubblicani che oggi hanno più di 70 anni.
Queste stesse divisioni generazionali non sono così evidenti tra gli adolescenti democratici.

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