Che fastidio le donne che parlano di sesso

«Non avevo alcun intento politico. Stavo vivendo una storia amorosa clandestina con un ragazzo molto più giovane di me. Il blog e i profili sui social erano una dedica a lui, un gioco fra me e lui. E mi eccitava l’idea che altri, del tutto sconosciuti, leggessero di noi. Le reazioni hanno sorpreso anche me. In qualche modo loro sì che sono “politiche”: mi insultano e scrivono con gratitudine in centinaia.»

Che lo si consideri un bene o un male, un reale dibattito o semplicemente rumore confuso, la partecipazione alle discussioni sui social network, quando è massiccia come nel caso dei profili Twitter e Facebook di Anna Salvaje non può lasciare indifferenti. Sono centinaia le donne, giovani, giovanissime e meno giovani, femministe e non, che ogni giorno commentano i tweet e i post di Anna, che da qualche anno, prima con il blog e poi sui social, condivide i dettagli più intimi della sua avventura sessuale. Al centro dei posto di Anna c’è la narrazione e l’esaltazione del proprio piacere con un linguaggio che molte definiscono troppo scurrile per una donna, altre troppo banale, altre ancora denigratorio, altre addirittura dannoso per la lotta contro il patriarcato.

Di fatto la constatazione comune è che oggi esistono ancora tante zone vietate a chi è nata femmina. Ma basta parlare di sesso, in qualsiasi modo lo si faccia, per essere donne più libere? Autodefinirsi puttana, zoccola, troia può essere una strada produttiva per privare questi termini secolarmente diffamanti della valenza denigratoria che indossano? Usare su noi stesse parola “cazzo”, per esempio, ci rende più libere?

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Escherichia coli e farmacoresistenza: ecco cosa dobbiamo sapere

L’Escherichia coli è un batterio che si trova naturalmente nell’intestino degli esseri umani e degli animali sani e fa parte della normale flora batterica. Tuttavia alcuni ceppi di E. coli possono causare problemi come crampi addominali, vomito, diarrea con sangue, e in alcuni casi malattie e infezioni gravi. I più pericolosi sono quelli che producono la tossina Shiga, detti ceppi STEC/VTEC. La trasmissione all’uomo avviene prevalentemente per via alimentare, attraverso l’ingestione di derrate di origine animale contaminate in fase di produzione o lavorazione o attraverso ortaggi e frutti coltivati su terreni fertilizzati o irrigati con reflui da allevamenti bovini infetti. Per evitare la contaminazione sarebbe sufficiente lavare bene gli alimenti che consumiamo crudi, lavarci sempre le mani ed evitare cibi a rischio, come uova o carne cruda.

Eppure in Europa (dati ECDC) nel 2017 si sono contati 6457 casi di VTEC (il doppio rispetto al 2007), 94 dei quali in Italia, anche se il nostro paese fortunatamente non è fra i più vessati. Al primo posto troviamo infatti la Germania con 2065 casi, il Regno Unito on 993, l’Irlanda con 795 e la Svezia con 504. L’Italia è però risultata al secondo posto per numero di morti, con 4 decessi, un quinto del totale di tutta l’Europa. Siamo ai primi posti anche per numero di ospedalizzazioni: 81 su 94 casi. Svettano in questo senso Irlanda e Regno Unito con rispettivamente 284 e 247 casi ospedalizzati, anche se va detto che per alcuni paesi fra cui Germania e Francia questo dato non è disponibile.

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Migranti e salute mentale: quando al clinico si affianca l’antropologo

Molto viene detto e scritto sulle condizioni di salute mentale delle persone migranti che arrivano nel nostro paese, il più delle volte banalizzando questioni complesse. Riconducendo i problemi di salute fisica o mentale solo al fatto di aver subito tortura o violenze. “Siamo abituati ad approcciare il problema tramite il nostro sguardo clinico occidentale che considera una certa serie di cause per la malattia mentale e ne lascia fuori altre. Spesso invece i problemi fisici o mentali che le persone migranti si trovano ad affrontare sono legati a fatti o fenomeni appartenuti al contesto di origine, che solo un approccio etnografico può indagare” racconta a OggiScienza Maria Concetta Segneri, antropologa presso l’INMP di Roma, l’unico centro italiano che prevede il supporto antropologico a fianco di quello clinico nell’aiuto alle persone migranti. L’Istituto offre uno sportello dedicato ai richiedenti asilo.

La presa d’atto che la comprensione di un’altra cultura inizia assumendo il punto di vista di chi la vive è stato un processo lento, iniziato a metà del XIX secolo con personaggi come Edward Tylor, che inizia a parlare di etnocentrismo dell’evoluzione culturale, di James Frazer che introduce un primo metodo comparativo nell’analisi di alcune culture primitive, o Bronislaw Malinovski che comincia a parlare di funzionalismo, cioè di come i bisogni biologici orientino la cultura delle popolazioni. Ci vorrà però oltre un secolo per arrivare a elaborare un approccio alle altre culture davvero svincolato dalla nostra visione del mondo.

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Ecco chi è il nuovo consulente scientifico di Donald Trump

Il Senato americano ha confermato il 3 gennaio scorso che sarà il il meteorologo sessantenne Kelvin Droegemeier il nuovo Consulente scientifico della Casa Bianca dell’Amministrazione Trump, carica istituita nel 1976 per consigliare il Presidente su tutto quello che ha a che vedere con il mondo della scienza e delle sue conseguenze: disastri nucleari, epidemie, tecnologie emergenti, cambiamenti climatici e altro ancora. La conferma arriva a 5 mesi dall’annuncio dello stesso Trump di voler proporre proprio Droegmeier.

La nomina ha sicuramente sorpreso. Dal 2009 fino all’agosto 2018, Droegemeier è stato vicepresidente per la ricerca presso l’Università dell’Oklahoma in Norman. Ha anche lavorato brevemente come segretario della scienza e della tecnologia dell’Oklahoma ed è stato membro del National Science Board, che sovrintende alla National Science Foundation, durante le amministrazioni dei presidenti George W. Bush e Barack Obama. Insomma, certamente non si tratta di un negazionista dei cambiamenti climatici.

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