In questi giorni l’OCSE ha pubblicato i dati più recenti intorno al problema del Gender wage Gap, la differenza salariale fra uomini e donne. L’Italia si è collocata in una posizione apparentemente buona, con un gap nella retribuzione oraria del 5,6%. Ma limitarsi a sintetizzare una situazione così articolata con un unico numero è uno sguardo parziale.
A prima vista sembra che in Italia le cosa vadano meglio che in altri paesi, ma a ben vedere questo 5,6% medio non descrive affatto la situazione che vive la maggior parte delle donne. Anzitutto, il dato OCSE riguarda solamente i lavoratori full time, mentre sappiamo che quattro donne su dieci oggi lavorano part-time (dato Istat).
In secondo luogo esiste un enorme divario fra il gap salariale di genere fra pubblico e privato. Secondo recenti dati Eurostat , il gender gap nel settore pubblico in Italia ammonterebbe al 4,1% (che ci colloca effettivamente in buona posizione rispetto al resto d’Europa) mentre nel privato si supererebbe il 20%.
Eurostat stesso ha chiarito in più occasioni (per esempio qui ) che misurare il gender pay gap unicamente sulla retribuzione oraria è una visione parziale del problema, che non considera appunto la disoccupazione femminile, part-time incluso, e le differenze fra settore pubblico e privato.
Autore: Cristina Da Rold
VITE PAZIENTI – Dal Molise la mia lotta contro il Pemfigo
Il Pemfigo è una di quelle malattie rare che in Italia, pur essendo note da tempo, hanno meno diritti di altre. Se soffri di questa malattia autoimmune e vivi in aree d’Italia dove non ci sono strutture con reparti specializzati in grado di seguirti devi spostarti, sobbarcandoti i costi di questi viaggi della speranza. Anche qualora tu riceva una diagnosi confermata di Pemfigo, parte della spesa per il cortisone è a tuo carico. Così come le costose analisi del sangue per confermare il sospetto del medico e quelle che una volta diagnosticato devi eseguire almeno due volte l’anno.
Una diagnosi difficile, la storia di Giuseppe
La storia di Giuseppe Formato è emblematica. È l’estate del 2016 quando si accorge della presenza di alcune piccole lesioni sul capo, che non se ne vanno. Giuseppe si reca dal suo medico che lo indirizza da un dermatologo vicino a casa, in Molise. Il medico attribuisce questa manifestazione allo stress e gli prescrive una pomata, che però non sortisce alcun effetto. La seconda opzione è che si tratti di psoriasi, perché nel frattempo Giuseppe continua a peggiorare. Ma non è nemmeno psoriasi: le lesioni sono sempre di più, sempre più profonde e aperte. Passa il tempo, Giuseppe si imbottisce di antibiotici ma il problema non accenna a diminuire e a fine anno, dopo cinque mesi, la situazione è insostenibile.
Quello che abbiamo fatto in 25 anni contro l’epilessia non basta
Un’ampia revisione sistematica su 195 paesi, pubblicata su The Lancet, mostra che l’epilessia è ancora una causa importante di disabilità e mortalità, specie nei paesi più poveri del mondo. Questo nonostante tra il 1990 e il 2016 sia diminuito il carico di malattia, burden of disease, ovvero una misura dello scarto tra lo stato di salute effettivo di una popolazione e quello atteso – in cui tutta la popolazione raggiunge l’aspettativa di vita prevista senza i più importanti problemi di salute -.
Questi cambiamenti non sono tanto il risultato di una differenza nella prevalenza dell’epilessia, quando della riduzione del tasso di mortalità e della gravità della malattia. Il basso tasso di mortalità nei paesi ad alto SDI (Status Socio Economico) ci fa capire che le tante morti per epilessia idiopatica nei paesi a basso reddito sono evitabili.
Quanto investono sulla difesa dell’ambiente le aziende italiane?
Nel complesso il trend rilevato da Istat nell’ultima nota è positivo: nel 2016 la stima degli investimenti realizzati delle imprese industriali per la protezione dell’ambiente è risultata pari a 1.437 milioni di euro, un +2,3% rispetto al 2015.
Tuttavia questa crescita è stata in realtà positiva solo per le imprese di piccola e media dimensione che hanno registrato un +12,9% sull’anno precedente, per un totale di 36 milioni di euro spesi. Le grandi imprese – con oltre 250 dipendenti – invece hanno investito di meno in questa direzione nell’ultimo anno: 1.123 milioni di euro, quattro milioni in meno dell’anno precedente.
Rimane comunque saldo il fatto che in termini assoluti la quota più consistente degli investimenti proviene dalle aziende di grandi dimensioni. Le imprese con oltre 250 addetti investono in sostenibilità ambientale il 6,7% dei propri investimenti, contro l’1,6% (1,5% nel 2015) delle imprese più piccole. L’intensità degli investimenti per addetto dipende ancora una volta dalla dimensione aziendale. Si passa infatti dai 110 euro per addetto nelle imprese di piccola e media dimensione (erano 98 euro nel 2015) ai 1.171 euro in quelle con oltre 250 addetti (contro i 1.194 euro pro capite nel 2015).