Sesso: un adolescente su 10 non usa nemmeno il coito interrotto

Secondo un sondaggio dell’Istituto Superiore di Sanità condotto su oltre 16 mila studenti di 16-17 anni, iscritti in 482 scuole di tutta Italia, gli adolescenti ancora oggi pensano di saperne di più sulla propria sessualità rispetto alla realtà. Anche quando si rendono conto di non avere chiaro qualche aspetto dell’argomento, non è detto che si informino tramite canali seri: nove ragazzi su dieci cercano online le informazioni che riguardano i rischi di eventuali rapporti sessuali non protetti, infezioni comprese. Meno di uno su cinque si informa a scuola, uno su dieci da medici o esperti, da riviste, libri e TV.

Il tabù in famiglia, dove non si parla di sesso

Esistono ancora parecchi tabù nel rapporto genitori-figli. Sono pochi (il 20% degli intervistati) i ragazzi e le ragazze che si sentono a proprio agio nel parlare di questo tema in famiglia, nonostante i genitori degli adolescenti di oggi appartengano alla generazione nata a partire dalla fine degli anni Sessanta.

Il 45% di questi ragazzi e ragazze non ha mai nemmeno parlato di contraccezione in famiglia, il 44% non ha mai affrontato il tema delle malattie sessualmente trasmesse, il 42% dei cambiamenti della pubertà e della maturità sessuale. Un ragazzo o ragazza su tre non ha mai confidato nulla della propria vita sentimentale ad almeno un genitore. Questo nonostante un terzo dei ragazzi intervistati abbia già avuto rapporti sessuali completi prima della maggiore età, con o senza contraccettivi.

Molti ragazzi, in ugual misura a Nord e a Sud, ritengono che la scuola dovrebbe essere più presente con corsi di educazione sessuale, ma passando ai fatti al Sud queste esperienze sono ancora molto poche rispetto al resto d’Italia. Solo un terzo degli adolescenti meridionali ha partecipato a incontri dove si è parlato anche di sessualità, contro il 78% dei coetanei del Nord.

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Se tuo figlio è autistico

VITE PAZIENTI – Lisa è al primo anno di scuola materna quando riceve la diagnosi di disturbo dello spettro autistico. Oggi ha nove anni e frequenta la terza elementare. Vive una vita relazionale piena, circondata da compagni di classe che le vogliono bene e la includono nelle loro attività. “Si rende conto di avere qualche difficoltà a scuola rispetto ai suoi compagni, ma non è ancora consapevole della sua condizione, nonostante noi in casa parliamo serenamente di autismo, anche con la sua sorellina più piccola”, mi racconta Daniela, la sua mamma.

“Forse arriverà il momento di parlarne più dettagliatamente a breve. O forse no, accadrà fra molto tempo. Quello che più conta è che Lisa è una bambina serena, anche se accanto alla sua vita familiare e scolastica vive anche una vita di visite mediche, logopedia, psicomotricità”.

La serenità di Lisa è la punta di un iceberg, l’immagine che emerge alla fine del puzzle. Dietro ci sono sforzi continui da parte della sua famiglia, per coordinare tutti gli aspetti, collocare i pezzi. Garantire il migliore dei supporti possibile a Lisa, per farla arrivare all’adolescenza e all’età adulta come una donna indipendente.

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«Il filo infinito» di Paolo Rumiz

Spero di non capire mai perché anche senza fede sento da sempre il fascino intenso della tradizione monastica. Forse se mi apparisse tutto chiaro la mia ricerca si siederebbe stanca. Meglio lasciarsi cullare ancora una volta dalle parole eterne di Rumiz in questo libro, sperando che il suo racconto si fermi sempre al verosimile, sfiorando solo il vero finale.

(Sì, è un libro che parla di Europa e di noi poveri illusi che vaghiamo in questo XXI secolo)


Da leggere ascoltando il secondo movimento della Prima Sinfonia di Vasily Kalinnikov. Minuto 14.07

Fuori dalle mura, un’umanità superstite: facce sannite, picene, greche, bizantine, longobarde, trasparente frutto italico di antiche migrazioni. Dentro le mura, il vuoto quasi totale. Un quadro di De Chirico.

Abbiamo costruito l’Europa del benessere materiale e sulla ricerca del benessere abbiamo impostato le regole della convivenza. Ma l’Europa non è mai stata solo questo. All’origine dell’idea c’èera la ricerca della felicità, che è tutt’altra cosa.

L’uomo ha l’obbligo di essere felice, perché solo così fa felici gli altri. È uno dei massimi insegnamenti dell’ebraismo.

La felicità sta nel perimetro. Lo spazio chiuso. Il templum dei romani, il tèmenos dei Greci. Il confine all’interno del quale il mondo può entrare solo in punta di piedi. Forse il patto di permanenza che da quindici secoli i benedettini stringono per vivere e morire nello stesso posto, mi indica un’alternativa al frastuono di un mondo globalizzato che emargina, sradica e mette in moto fiumane di spaesati.

Non è forse attraverso l’ospitalità che nascono le vocazioni?

In un’esperienza spirituale i luoghi non hanno nessuna importanza. Contano le persone. La strada prescelta diventa secondaria, perché sono gli incontri a darti di volta in volta la direzione.

L’uomo che è stato primate a Roma non si perde in disquisizioni teologiche. Ci porta subito a vedere gli orti, la sala di mungitura, le anatre. Chiama fischiando i merli, accarezza i fiori, attiva il getto della fontana che qualcuno ha lasciato chiuso, si lascia docilmente fotografare dai visitatori. Parla camminando, e muove le braccia col gesto largo di chi semina, consapevole che la parola presto o tardi dà frutto. Seminare non è solo l’atto del contadino. è la generosità del testimone di fede, consapevole che la sua narrazione è riassunto di infiniti incontri, voluti o casuali, singoli o di gruppo, di uno che dopo l’aratura procede senza voltarsi e senza tornare mai sulla sua strada, perché tanto sa che ciò che ha sparso lascerà una traccia. Nel senso della letizia, comandamento primo di Benedetto e figlia prediletta del letame.

Il centralismo è diabolico: comanda invece di servire.

Noi non siamo contemplativi. La nostra attitudine è meditativa. Significa che mastichiamo la parola finché essa non rilascia tutto il suo sapore e non ci entra nella carne e nelle ossa. Il nostro attivismo non ci fa mai dimenticare l’arte o il pensiero . L’Otium in senso latino è assolutamente utile. Negativa per l’anima è l’otiositas, l’inattività, la pigrizia.

Nell’agricoltura si incontrano il teologico e il metaforico. Oggi per noi la terra non è più la madre che nutre. È al massimo una puttana da sfinire. Un oggetto di consumo, dove il sacro è un intralcio.

Mi sfiora un pensiero inaudito: la veste dei preti non è che un trucco per usurpare il ruolo del femminile nella comunità della fede.

Talvolta nei viaggi entra in gioco un elemento assai più potente del caso. Il destino, forse. O la Provvidenza. O una di quelle sintonie gratuite che generano inauditi cortocircuiti fra le cose, le memorie e le visioni.

Mio Dio, perché non bastano incontri come questi a fare l’Europa?

Mi chiedo se la parola felicità non debba essere sostituita da contentezza, il ringraziamento di chi “si accontenta” di ciò che la provvidenza gli ha donato. Un ringraziamento che finisce per coincidere con la preghiera.

Nel gregoriano c’è tutto, compreso Verdi.

Il verso, l’ho imparato da tempo, è lo sforzo della parola per diventare musica. Ma è un tentativo fallimentare perché la parola è destinata a perdere. La musica rimane inarrivabile.

Esiste solo la parola che riempie il vuoto e il silenzio e la penombra. Se un giorno tornerò per quella strada a oriente di San Nicola di Bari, attraverso i balcani e l’anatolia, non mi porterò macchine fotografiche, ma qualcosa per fermare le voci.

Ti chiedi se la percezione magica del sacro non sia morta nel Seicento e la fede non sia stata rimpiazzata altro che dalla teatralità.

Respiro odore di codici. La percezione sensoriale del tempo è così completa che vorrei masticare la carta, per la gratitudine che le porto.

Ci si sente, il che è cento volte meglio che capirsi. Forse non c’è niente di peggio che una lingua comune per creare malintesi.

Mostrare uno zelo buono, per non incartarsi nel lavoro.

Ma quanta fatica stare nel mondo lavorando sulle parole contrarie in perenne stato di allerta.

Benedetto è il contrario, indica la semplicità e la povertà come dimensione ideale della relazione fra uomini. Dammi una parola, chiede il discepolo all’abate. E in quella parola sta tutto il soffio spirituale, il dinamismo del nostro movimento.

Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio fra preghiera e lavoro. Oggi, aver messo il lavoro come unico orizzonte può portarci tutti alla depressione.

Benedetto ci chiede l’impossibile. Benedire coloro che ci maledicono, sopportare i falsi profeti, accettare i fratelli che vivono con zelo amaro.

Ma il nostro fertilizzante è l’incontro con l’altro, la parola, l’umanizzazione del vissuto. Solo così viviamo bene.