Chi sono gli insoddisfatti dalla democrazia? Una nazione su due

La metà degli intervistati in 27 paesi esaminati da un recente sondaggio di Pew Research, non è soddisfatta di come la democrazia sta funzionando nel loro paese. Un malcontento legato alle preoccupazioni per l’economia, i diritti individuali e i galoppanti privilegi delle elite, che ha fatto emergere leader, partiti e movimenti anti-establishment sia a destra che a sinistra che hanno sfidato le norme fondamentali e le istituzioni della democrazia liberale.

Sono passati più di dieci anni da quando il sociologo Colin Crouch parlò di Post Democrazia riferendosi al fatto che i nostri sistemi politici pur essendo basati su norme e istituzioni democratiche, di fatto seguano i dettami del mercato globale delle grandi lobby e dai sistemi di comunicazione. Una grande Connectography – per citare un altrettanto importante libro più recente dell’analista Parag Khanna – che svuoterebbe il nucleo della democrazia, lasciando agli elettori solo la carcassa vuota di un liberalismo passivo.

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Come è fatta l’Italia? Solo il 28% delle giovani madri lavora full time

“Oggi la donna è indipendente, lavora, e per questo non fa più figli”. Falso, oltre che offensivo. Una nota di Istat resa nota in questi giorni mostra che in dieci anni la quota di coppie (con o senza figli, dove lei ha fra i 25 e i 64 anni) dove entrambe le persone lavorano è passata dal 40% al 44% del totale. Una crescita insignificante, addirittura nulla al sud, dove il 26% delle donne in coppia ha un lavoro, anche se non è detto che questo basti comunque per essere indipendente. Non che altrove le cose vadano molto meglio: oggi è occupato il 55% delle donne in coppia al nord e il 50% di quelle che vivono nel centro Italia.  L’incidenza è ancora più bassa in quelle, specie nel Mezzogiorno, in cui la donna ha conseguito un titolo di studio basso e nelle coppie con due o più figli.

Riformuliamolo lentamente: oggi la metà delle donne con due o più figli fra i 25 e i 64 anni non lavora. In oltre una coppia su tre con figli lavora solo l’uomo. Addirittura in quattro coppie su dieci in Meridione lavora solo l’uomo, contro il 27% del centro e il 25% del nord. Va precisato che questa quota, dopo aver subito una flessione negativa negli anni di crisi, è tornata a salire nel periodo più recente. A lavorare di meno sono le donne meno istruite e quelle che hanno due o più figli.

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La copertura sanitaria universale continua a non interessare a nessuno

Stando ai dati di tre recenti rapporti sulla spesa sanitaria globale, è evidente che i Governi non stanno ancora mettendo la salute al centro delle priorità delle proprie politiche. Se in termini di Pil pro capite sembra che quasi tutti i paesi del mondo stiano “progredendo”, la maggior parte dei paesi a basso e a medio reddito non è ancora in grado di finanziare un pacchetto base di servizi sanitari. La spesa pubblica per la salute è in aumento dappertutto, ma rimane ancora troppo bassa in molti paesi per garantire una copertura sanitaria universale (Universal Health Coverage – UHC).

La prima fonte è l’aggiornamento al 2016 del database pubblicato a dicembre 2018 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sulla spesa sanitaria globale, paese per paese. Nello stesso mese l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha pubblicato nuovi dati sull’assistenza ufficiale allo sviluppo per la salute , che sono ora disponibili fino al 2017. Nel gennaio 2019, il Policy Cure Research ha invece pubblicato il suo ultimo sondaggio  che ha monitorato la spesa globale per lo sviluppo di prodotti per malattie trascurate fino al 2017.
Queste tre fonti di dati ci permettono di esaminare le tendenze nei finanziamenti nazionali per valutare se nel complesso siamo sulla buona strada per mobilitare i finanziamenti necessari per raggiungere gli obiettivi sanitari stabiliti nel terzo obiettivo di sviluppo sostenibile (SDG 3) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, che si fonda sul raggiungimento della una copertura sanitaria universale.

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Boom di nuove droghe ma l’emergenza in Italia è la cocaina

L’ultima Relazione europea sulla droga pubblicata in questi giorni dall’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze racconta che solo nel 2018 sono state individuate nel mercato 55 nuove sostanze psicoattive, appartenenti a diverse classi di stupefacenti: i cannabinoidi sintetici, gli stimolanti, gli oppiacei e le benzodiazepine. Ai primi posti fra queste nuove sostanze troviamo prodotti della classe dei cannabinoidi e degli oppiacei, ma dal 2014 si osserva che il numero di sostanze illecite a base di benzodiazepine è aumentato sensibilmente, rappresentando nel 2018 circa un ottavo del totale delle nuove sostanze rinvenute. Se a qualcuno di voi sembra di aver già sentito questo nome, si tratta della nota classe di psicofarmaci che come raccontavamo su Infodata lo scorso settembre, nel 2017 in Italia è risultata la prima voce di spesa fra i farmaci di classe C, cioè a carico del cittadino. Alcuni di questi medicinali sono venduti come versioni contraffatte di ansiolitici comunemente prescritti come alprazolam (alla base dello Xanax) e diazepam, utilizzando le reti di distribuzione esistenti nel mercato delle sostanze illecite; altri sono venduti online, talvolta con le loro denominazioni proprie, e commercializzati come versioni «legali» di medicinali autorizzati. Le conseguenze sulla salute non possono che essere pericolose perché ignote.

L’EMCDDA sta monitorando 28 nuove benzodiazepine, di cui 23 individuate per la prima volta in Europa negli ultimi cinque anni. Nel 2017 sono stati 3 500 o sequestri di queste sostanze, per un totale di oltre 2,4 milioni di unità: circa 27 chilogrammi di polvere, 1,4 litri di liquidi e 2 400 blotter contenenti nuove benzodiazepine.

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