Health inequities in the European Region

Reblogged from Science on the Net

Europe is on track to achieve the Health 2020 target to reduce premature mortality from cardiovascular diseases, cancer, diabetes mellitus and chronic respiratory diseases by 1.5 percent annually until 2020. However, there are other challenges for the European Region, like those concerning health inequalities among countries.

Recently, WHO presented the Health Report 2015, published every three years, which aims to collect data from all the WHO databases concerning the main health topics. This edition has two goals: reporting on progress towards the Health 2020 targets in the Region so far, for instance on premature mortality linked to risk factors, life expectancy or the health coverage, and highlighting new frontiers in health information. Data are mainly taken from Health for All database, the Global Status of NCDs 2014 and the EU detailed Mortality database.

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Sanità, tagliare ancora è pericoloso

Reblogged from L’Espresso

Contenimento, contenimento e ancora contenimento: questa la parola chiave che si sentono ripetere da anni quando si parla di sanità. Giusto ieri il Ministro Lorenzin ha presentato la lista delle 208 prestazioni attualmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale a rischio taglio.
Sono di qualche giorno fa invece le ultime dichiarazioni di Renzi secondo cui male che vada nel 2016 si avrà lo stesso finanziamento del 2015, cioè 109 miliardi di euro. Peccato che gli impegni presi dal Governo attraverso il Patto per la Salute 2014-16 e le successive modifiche fossero ben diversi: 109 miliardi di euro per il 2015 e 113 per il 2016. Una staticità impensabile per il ministro della Salute Lorenzin, secondo cui il Fondo sanitario per il prossimo anno “non dovrebbe scendere sotto i 112 miliardi di euro”, cifra stabilita dalla Legge di Stabilità.

Ma è vero che spendiamo ancora troppo? Da quanto emerge dai dati pare di no. Anzi, in qualche caso tagliare ancora sarebbe molto pericoloso.

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Infermieri sempre più in crisi. Ma la domanda non mancherebbe

Reblogged from datajournalism.it

Decennio dopo decennio viviamo sempre più a lungo, e nella maggior parte dei casi non in perfetta salute. Nel 2013, 4 over 65 su 10 presentavano tre o più patologie croniche, al sud quasi un anziano su 2. Persone costrette a vivere in casa, costantemente, o quasi, sotto controllo medico.
Tuttavia, anche se a rigor di logica di infermieri ce ne è sempre più bisogno, pare che le famiglie italiane per quanto riguarda iniezioni, bendaggi, o assistenza ai malati preferiscano rivolgersi a non infermieri, con la conseguenza che la categoria ha cominciato a sentire i morsi della crisi. In particolare fra i più giovani, quelli che risentono maggiormente del blocco delle assunzioni degli ultimi anni.

Domanda e offerta non si incontrano

A evidenziare questo paradosso è un recente report Censis, dal titolo Infermieri e nuova sanità: opportunità occupazionali e di upgrading. Le prestazioni infermieristiche nella domanda di assistenza sul territorio, che racconta un fatto che non può passare inosservato. Un paradosso che vede da una parte una domanda crescente di assistenza e dall’altra una disoccupazione che aumenta. Da un lato pile di curricula di giovani infermieri che si accumulano sulle scrivanie di ospedali e cooperative, e dall’altro famiglie che nel momento del bisogno hanno difficoltà a trovare un professionista per i loro cari. “Si tratta di categorie di pazienti che una volta esaurito il momento della diagnosi e della scelta di una eventuale terapia, si ritrovano a casa loro a dover fare i conti con un’assistenza territoriale che non c’è e con bisogni sempre crescenti di assistenza e di salute insoddisfatti a livello di strutture pubbliche” spiega Barbara Mangiacavalli, PresidenteIPASVI (Federazione Nazionale Collegi Infermieri).

Una domanda e un’offerta che spesso non si incontrano. Un paradosso che fa sì che alla fine oltre 4 milioni di italiani ogni anno decidano di ricorrere a prestazioni infermieristiche da parte di persone che non sono infermieri professionali. Il 77% delle famiglie afferma che opterebbe per un non infermiere per la gestione di terapie farmacologiche, il 72% per la misurazione di parametri vitali, il 53% per assistenza notturna e il 42% per iniezioni e medicazioni. Cifre tutt’altro che irrilevanti.

Per contro, circa 8,7 milioni di persone si sarebbero rivolte nel 2014 a un infermiere privatamente, circa un terzo di essi per prestazioni continuative. Se sembrano molti, basti pensare che, sempre secondo quanto riporta Censis, in Italia vi sarebbero più di 3 milioni di persone non autosufficienti, più di 9 milioni con patologie croniche e oltre 5 milioni e mezzo di anziani in multicronicità. Anche considerando che una parte di essi vive presso strutture preposte, la domanda è tutt’altro che esigua, e spinge a chiedersi a quanto ammonti il fenomeno del lavoro sommerso in questo settore.

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Il record negativo della sanità italiana

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Nel 2013 i mancati pagamenti della sanità nei confronti dei propri fornitori hanno toccato i 24,4 miliardi di euro (1). Tuttavia, anche se si tratta di una cifra importante, dal 2011 a oggi questo debito è via via diminuito, e i giorni di attesa per i pagamenti si sarebbero addirittura dimezzati.

Un problema, quello dei debiti della pubblica amministrazione, che non riguarda certo solo il settore sanitario. Secondo quello che riportava il Ministero dell’Economia e della Finanza lo scorso autunnorelativi al 2013, sarebbero contati 75 miliardi di euro di debiti commerciali della pubblica amministrazione.

Una situazione che ha indotto, il 18 giugno 2014, la Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione contro il nostro paese, proprio per aver violato la Direttiva europea sui ritardi dei pagamenti, che era entrata in vigore un anno prima, nel marzo del 2013.
E non dimentichiamo che all’interno del panorama europeo siamo uno degli ultimi paesi per Pil investito nel comparto salute (6,9% secondo dati OCSE) e addirittura l’ultimo per quota percentuale della spesa sanitaria destinata alla prevenzione (0,5%, sempre secondo dati OCSE). Secondo elaborazioni della CGIA su dati della Corte dei conti, nel 2011 il debito complessivo del paese ammontava a 33,9 miliardi di euro, mentre nel 2013, come si diceva si è scesi a 24,4 miliardi. C’è da dire però che non è semplice un computo a livello nazionale perché come confermano tutte le recenti ricerche in merito, dall’OCSE al Libro Bianco diGiuseppe Costa, la sanità italiana non è altro che la somma delle realtà regionali che la compongono. In altre parole: disuguaglianze, disuguaglianze, disuguaglianze.

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