Intanto GRAZIE perché ricevi questa email significa che sei fra gli iscritti a questo blog.
La proposta che ti faccio è di seguirmi sul mio nuovo profilo Substack che si chiama Cose che non scrivo, perché d’ora in avanti ci saranno molte più cose di là che qui, anche se il blog continuerà a essere il mio archivio. Se non sai che cos’è Substack, in sostanza si tratta di una piattaforma dove si può fare blogging, mandare newsletter ma che funziona come un social network. Anzi, a detta di molti è già la piazza più interessante della rete.
Che cosa troverai su Cose che non scrivo.
Chi di voi fa questo bellissimo lavoro sa che su cento lavori scientifici interessanti che leggiamo e approfondiamo settimanalmente, solo una minuscola manciata diventano articoli pubblicati su giornali e riviste. Io sono fortunata: scrivo per delle realtà che mi danno spazio e fiducia, con persone dalle quali continuo a imparare.
Purtroppo, giocoforza, molte delle cose che vorrei raccontare restano fuori dai miei pezzi. ‘Cose che non scrivo’ è dunque uno spazio dove parlo (letteralmente, essendo un podcast) di tutto questo “altro”, con considerazioni più approfondite di quelle che posso accennare in un post. Non troverete breaking news ma un luogo per fermarvi, riflettere con calma e collegare i punti. Mi piace pensare che ascoltando vi immaginiate seduti qui nel mio studio, davanti alla finestra aperta su un paesaggio mattutino dolomitico. Sì, con l’enrosadira, proprio come appare nel logo del podcast 🙂
Ecco cosa puoi fare:
🎙️ ASCOLTA QUI la mini presentazione del servizio con tutto quello che include il pacchetto abbonamento (non solo podcast ma anche incontri e una certa proposta speciale che mi sta balenando in mente…)]
🎙️ASCOLTA QUI la prima puntata, che essendo la prima è gratuita, fuori abbonamento: Che cosa dobbiamo pensare della nuova piramide alimentare americana?
L’ho appena lanciato. La rete è ancora piccola piccola, ma se anche solo una parte di voi che mi seguite attivamente si iscriverà o lo invierà a persone potenzialmente interessate sarà un buon inizio.
Se hai suggerimenti, sono i benvenuti. Grazie di cuore, come sempre! Cristina
Il tumore al seno e quello al colon-retto sono il secondo e il terzo tipo di cancro più diffusi al mondo, dopo quello del polmone, e la prevenzione può incidere notevolmente sulla salute individuale e collettiva. Per questo il World Cancer Research Fund (WCRF), in collaborazione con l’Health Research Institute delle Isole Baleari e la Harvard T.H. Chan School of Public Health, ha analizzato oltre 170 studi scientifici per valutare il legame tra dieta, altre abitudini e il rischio di sviluppare tumori colorettali e alla mammella. I risultati emersi hanno così confermato ancora una volta che quanto più si seguono le indicazioni per prevenire i tumori, tanto più è possibile ridurre il rischio di sviluppare questi tipi di cancro.
L’analisi
I ricercatori hanno considerato i risultati pubblicati di 86 studi sul tumore del colon-retto e di 84 sul cancro al seno. L’obiettivo era analizzare le evidenze scientifiche riguardanti la relazione tra dieta, altre abitudini di vita e il rischio di sviluppare queste due forme di cancro. Si tratta infatti di due tipi di tumori noti per la forte influenza di fattori modificabili come l’alimentazione e i comportamenti.
In parallelo il gruppo ha pubblicato 3 revisioni sull’American Journal of Clinical Nutrition: la prima, a gennaio 2025, ha riguardato alimentazione e stile di vita in relazione al tumore al seno, mentre la seconda e la terza, pubblicate a maggio 2025, hanno approfondito 2 approcci per il tumore colorettale. Il messaggio chiave che emerge dal rapporto è che le raccomandazioni dietetiche e comportamentali devono essere considerate nel loro insieme, come parte di un sistema di suggerimenti integrati e non come una somma di regole isolate. Dall’analisi emerge anche che i principali fattori di rischio per questi tipi di cancro variano a seconda dell’area geografica. Per esempio, secondo i dati raccolti dal Global Burden of Diseases Study, i fattori di rischio principali per il tumore del colon-retto sono l’alcol e il sovrappeso nei Paesi a più alto reddito, mentre in Africa subsahariana pesa maggiormente la carenza di calcio
Ma quali sono le indicazioni più efficaci per prevenire il tumore del colon-retto e quello del seno?
Più ci penso su, più trovo il concetto di social media “guru” ambivalente.
Da una parte evito di entusiasmarmi troppo davanti all’uno o all’altro di questi profeti, spaventata come sono in maniera sempiterna dall’idea di un pensiero unico dominante. Come scriveva Bauman*, “descrivere il comportamento prevalente non significa fare un’enunciazione morale”. D’altra parte, trovo che decidere come direzionare il proprio uso dello strumento social network, e dunque influenzare (la nuova evangelizzazione del XXI secolo) il nostro prossimo nell’uso che lui stesso fa dello strumento, sia di fatto una scelta morale.
“Morale” nel senso che la trovo una scelta Politica. “Politica” nel senso di utile a perseguire un fine di giustizia sociale, quale che sia il significato che ognuno di noi dà a questo termine. Per quanto riguarda me personalmente, si tratta di fare in modo che si riduca sempre di più il divario culturale e quindi sociale fra “élite” e “popolo“, per usare due termini che mi piacerebbe non esistessero più, ma che fanno ancora pesantemente parte della nostra narrazione politica odierna (senza maiuscola).
Senza nessuna pretesa di compiere analisi sociologiche, che non è il mio mestiere, mi sembra che stiamo fraintendendo il concetto di “uso politico” dei social. Li utilizziamo per condividere idee politiche di questo o quell’altro personaggio, tendenzialmente famoso, mescolando politica e intrattenimento. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, quando osservo nel complesso come viene gestito un account, non vedo emergere la scelta “Politica”, anche personale, del suo possessore.
Provo a spiegarmi meglio, augurandomi di non essere fraintesa. Scegliere di condividere stupidaggini su Facebook o scegliere di non farlo, usando lo strumento come un proprio “prodotto editoriale” dove postare prevalentemente contenuti di valore, è un esempio di scelta Politica. Intendiamoci: lo è anche decidere di postare solamente foto di opere d’arte, o di automobili, o di bei gatti.
Io per esempio ho deciso tempo fa che ogni mio canale social avrebbe dovuto avere una sua anima, un suo scopo, un suo senso. Facendo di mestiere la giornalista, su Facebook e Twitter posto solo contenuti che penso possano portare le persone a riflettere, a crearsi un’opinione basata su fonti certe, quale che sia. Su Instagram invece condivido foto delle passeggiate in montagna, del mio paese e del mio giardino, senza selfie, ma con l’obiettivo di raccontare la bellezza e la poesia di questo mio mondo. In ogni caso lasciando fuori insulti, meme, blasting, commenti a se stanti senza contesto.
Intendiamoci: il mio è un esempio, niente di più. Il “valore” si declina in molti modi. Spero inoltre che chi non mi conosce non si sia fatto l’idea di una snob che si ritiene superiore alle battute, alle barzellette e via dicendo. O che stia giudicando. Il riso per esempio – quello del giullare – è uno dei modi più alti di racconto. Così come l’ironia di un Gaber, di un Groucho Marx, e anche di un Maurizio Crozza che io apprezzo. Mi sto riferendo – di nuovo – al valore Politico dato da non riempire uno strumento così potenzialmente utile come un social di boiate non necessarie, giusto per abbassare un po’ il tono lessicale.
Si legge: «Come fai ad avere un’opinione se non sei informato? – scriveva Hannah Arendt – Se tutti ti mentono sempre, la conseguenza non è che nessuno crede più a nulla . E un popolo che non può più credere a nulla, non può neanche decidere. È privato non solo della capacità di agire ma anche della capacità di pensare e giudicare. E con un popolo così ci puoi fare quello che vuoi». Si tratta di un tema così importante che potrebbe rappresentare il vero nodo della questione.”
Ecco, penso che queste righe rendano meglio l’idea di quanto ho fatto io finora, sul perché l’uso che ognuno di noi nel suo privato fa dello strumento social sia Politico, nel senso che dicevo in apertura, di fare in modo che tutti, anche chi non ha voglia o modo di sforzarsi di cercare autonomamente fonti autorevoli, sia sempre meno “intrattenuto”.
Sì, lo so che non sto dicendo nulla di più di quanto già scriveva molto meglio Pasolini** a proposito della televisione, con la differenza fondamentale che la deriva della televisione siamo (stati) costretti a subirla, data la sua natura unidirezionale che ci rende telespettatori, mentre lo strumento social ci permette di scegliere, almeno, come usarlo.
Penso che accanto ai social media Guru che ci spiegano come raggiungere più persone possibile, abbiamo bisogno anche di esempi che ci facciano riflettere su che cosa lasciare fuori. In questi giorni sto leggendo “L’innominabile attuale” di Roberto Calasso, libro immenso, dove a un certo punto l’autore scrive:
“Oggi avere potere significa sapere che cosa ignorare”.
Ne abbiamo bisogno secondo me in special modo su Facebook, che è una bolla chiusa.
Concludo lasciandovi con una bellissima espressione che mi ha regalato una persona con cui chiacchieravo l’altro giorno, e da cui in qualche modo è scaturita la voglia di scrivere questa piccola riflessione: “la cultura è attrito, e io questo sui social oggi non lo trovo.”
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NB. D’ora in poi per distinguere i post di questo blog che sono gli articoli che pubblico sui giornali su cui scrivo dalle mie riflessioni personali che condivido solo qui, userò per questi ultimi il simbolo [§) prima del titolo. Ho provveduto anche a modificare i titoli dei precedenti. Il simbolo non ha alcun significato recondito, l’ho scelto perché dà l’idea di una parentesi aperta da entrambi i lati, e poi perché mi piace esteticamente.
* Z. Bauman, Le sfide dell’etica, Feltrinelli, pag 9.
** P.P. Pasolini, Acculturazione e acculturazione, Corriere della Sera, 9 dicembre 1973. In Scritti corsari, Garzanti, p.22.
In un suo recente articolo apparso su PNAS, il giornalista M. Mitchell Waldrop usa proprio questa frase così provocatoria e che ricorda un celebre monologo Shakesperiano, per riassumere uno dei problemi del mondo dell’informazione odierno: gli sforzi per la produzione di contenuti seri e verificati da soli possono fare poco contro la mis/dis/mal infomazione, se non si accompagnano ad altrettanti sforzi da parte di big come Facebook e Google, di lavorare sulla logica degli algoritmi che presentano i contenuti agli utenti.
Anche se suddetti big hanno dichiarato di voler investire in questa direzione – spiega Waldrop – la verità è che al momento strategie chiare ce ne sono poche. Facebook per esempio sta stringendo legami con aziende per finanziare la formazione di giornalisti, ma chiaramente non basta.
Incoronarsi controllori?
Il problema per i social media è essenzialmente come riuscire a dirimere fra assicurare la libertà di parola a tutti e il decidere che cosa è accettabile e che cosa no. Secondo Ethan Zuckerman, giornalista che dirige il Center for Civic Media al MIT, una forma di censura non è possibile, e anche solo provare condurrebbe al disastro perché fomenterebbe nei produttori di fake news ancora di più il desiderio di continuare a fare disinformazione.