[§) Come usiamo i social è una scelta Politica?

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Credits: bansky

Più ci penso su, più trovo il concetto di social media “guru” ambivalente.

Da una parte evito di entusiasmarmi troppo davanti all’uno o all’altro di questi profeti, spaventata come sono in maniera sempiterna dall’idea di un pensiero unico dominante. Come scriveva Bauman*, “descrivere il comportamento prevalente non significa fare un’enunciazione morale”. D’altra parte, trovo che decidere come direzionare il proprio uso dello strumento social network, e dunque influenzare (la nuova evangelizzazione del XXI secolo) il nostro prossimo nell’uso che lui stesso fa dello strumento, sia di fatto una scelta morale.

“Morale” nel senso che la trovo una scelta Politica. “Politica” nel senso di utile a perseguire un fine di giustizia sociale, quale che sia il significato che ognuno di noi dà a questo termine. Per quanto riguarda me personalmente, si tratta di fare in modo che si riduca sempre di più il divario culturale e quindi sociale fra “élite” e “popolo“, per usare due termini che mi piacerebbe non esistessero più, ma che fanno ancora pesantemente parte della nostra narrazione politica odierna (senza maiuscola).

Senza nessuna pretesa di compiere analisi sociologiche, che non è il mio mestiere, mi sembra che stiamo fraintendendo il concetto di “uso politico” dei social. Li utilizziamo per condividere idee politiche di questo o quell’altro personaggio, tendenzialmente famoso, mescolando politica e intrattenimento. Tuttavia, nella maggior parte dei casi, quando osservo nel complesso come viene gestito un account, non vedo emergere la scelta “Politica”, anche personale, del suo possessore.

Provo a spiegarmi meglio, augurandomi di non essere fraintesa. Scegliere di condividere stupidaggini su Facebook o scegliere di non farlo, usando lo strumento come un proprio “prodotto editoriale” dove postare prevalentemente contenuti di valore, è un esempio di scelta Politica. Intendiamoci: lo è anche decidere di postare solamente foto di opere d’arte, o di automobili, o di bei gatti.

Io per esempio ho deciso tempo fa che ogni mio canale social avrebbe dovuto avere una sua anima, un suo scopo, un suo senso. Facendo di mestiere la giornalista, su Facebook e Twitter posto solo contenuti che penso possano portare le persone a riflettere, a crearsi un’opinione basata su fonti certe, quale che sia. Su Instagram invece condivido foto delle passeggiate in montagna, del mio paese e del mio giardino, senza selfie, ma con l’obiettivo di raccontare la bellezza e la poesia di questo mio mondo. In ogni caso lasciando fuori insulti, meme, blasting, commenti a se stanti senza contesto.

Intendiamoci: il mio è un esempio, niente di più. Il “valore” si declina in molti modi. Spero inoltre che chi non mi conosce non si sia fatto l’idea di una snob che si ritiene superiore alle battute, alle barzellette e via dicendo. O che stia giudicando. Il riso per esempio – quello del giullare – è uno dei modi più alti di racconto. Così come l’ironia di un Gaber, di un Groucho Marx, e anche di un Maurizio Crozza che io apprezzo. Mi sto riferendo – di nuovo – al valore Politico dato da non riempire uno strumento così potenzialmente utile come un social di boiate non necessarie, giusto per abbassare un po’ il tono lessicale.

Leggevo un interessante articolo sul Manifesto di qualche giorno fa intitolato “Tra «popolo» ed «élite» il vero scontro è sulla conoscenza“, scritto da Antonella Soldo, Presidente dei Radicali Italiani.

Si legge: «Come fai ad avere un’opinione se non sei informato? – scriveva Hannah Arendt – Se tutti ti mentono sempre, la conseguenza non è che nessuno crede più a nulla . E un popolo che non può più credere a nulla, non può neanche decidere. È privato non solo della capacità di agire ma anche della capacità di pensare e giudicare. E con un popolo così ci puoi fare quello che vuoi». Si tratta di un tema così importante che potrebbe rappresentare il vero nodo della questione.”

Ecco, penso che queste righe rendano meglio l’idea di quanto ho fatto io finora, sul perché l’uso che ognuno di noi nel suo privato fa dello strumento social sia Politico, nel senso che dicevo in apertura, di fare in modo che tutti, anche chi non ha voglia o modo di sforzarsi di cercare autonomamente fonti autorevoli, sia sempre meno “intrattenuto”.

Sì, lo so che non sto dicendo nulla di più di quanto già scriveva molto meglio Pasolini** a proposito della televisione, con la differenza fondamentale che la deriva della televisione siamo (stati) costretti a subirla, data la sua natura unidirezionale che ci rende telespettatori, mentre lo strumento social ci permette di scegliere, almeno, come usarlo.

Penso che accanto ai social media Guru che ci spiegano come raggiungere più persone possibile, abbiamo bisogno anche di esempi che ci facciano riflettere su che cosa lasciare fuori. In questi giorni sto leggendo “L’innominabile attuale” di Roberto Calasso, libro immenso, dove a un certo punto l’autore scrive:

“Oggi avere potere significa sapere che cosa ignorare”.

Ne abbiamo bisogno secondo me in special modo su Facebook, che è una bolla chiusa.

Concludo lasciandovi con una bellissima espressione che mi ha regalato una persona con cui chiacchieravo l’altro giorno, e da cui in qualche modo è scaturita la voglia di scrivere questa piccola riflessione: “la cultura è attrito, e io questo sui social oggi non lo trovo.”

NB. D’ora in poi per distinguere i post di questo blog che sono gli articoli che pubblico sui giornali su cui scrivo dalle mie riflessioni personali che condivido solo qui, userò per questi ultimi il simbolo [§) prima del titolo. Ho provveduto anche a modificare i titoli dei precedenti. Il simbolo non ha alcun significato recondito, l’ho scelto perché dà l’idea di una parentesi aperta da entrambi i lati, e poi perché mi piace esteticamente.

* Z. Bauman, Le sfide dell’etica, Feltrinelli, pag 9.

** P.P. Pasolini, Acculturazione e acculturazione,  Corriere della Sera, 9 dicembre 1973. In Scritti corsari, Garzanti, p.22.

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3 pensieri riguardo “[§) Come usiamo i social è una scelta Politica?

  1. Ho letto queste riflessioni con l’impazienza di un 78ottino che vorrebbe passare all’azione e sente che il tempo stringe.
    Il “come usiamo i social”, noi che dovremmo sentirci ed essere europei è, per mia lunga, sofferta e incomunicabile esperienza, il risultato prodotto da un’assenza della politica.
    Non si può dire/scrivere il perché. Sarebbe una “narrazione” [o storytelling] che si potrebbe ascoltare/leggere per raggiungere una meta che qualcuno ha prefigurato per noi.
    Alla scelta del percorso necessario per raggiungere quella meta mancherebbe il nostro contributo ….
    Posso continuare più tardi? Ho un paio di nipotini da portare in giro tra cime dolomitiche.
    :-))

    1. PS – Al momento sono l’unica presenza fisica in un immaginario “rifugio virtuale” – luogo d’incontro per chi volesse aprire una nuova via verso un uso della rete adeguato a condividere obiettivi di “sistema sociale”.
      luigi bertuzzi

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