Nel 2014 due italiani su cinque ancora fuori dalla rete

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Alla faccia del digital divide: oggi 2 italiani su 5 dichiarano di non aver mai usato internet. Sono stati fissati a 2,1 miliardi di euro i fondi previsti dall’Accordo di partenariato per reti e Agenda digitale che l’Italia potrà spendere da qui al 2020 per ilpotenziamento della banda larga, ma per parecchi italiani questa notizia cambierà ben poco le loro vite. Ancora oggi infatti il 40% della popolazione italiana intervistata nel 2013 da Istat, non ha mai utilizzato internet. E se buona parte di questa percentuale è composta da persone con più di 65 anni, la cui esistenza è progredita per la maggior parte senza l’ausilio della grande Rete, tra i non utenti del web troviamo anche parecchi giovani, e una fetta di giovanissimi. Il 17% di quelli che vengono definiti i “nativi digitali”, che cioè hanno meno di 24 anni, non hanno utilizzato internet nei tre mesi precedenti all’intervista, nemmeno per connettersi ai social network. Non si è connesso il 27% dei 25-34 enni, cioè uno su tre, e il 34% dei 34-44 enni. Inoltre, fra gli adolescenti, cioè chi nel 2013 aveva fra i 14 e i 18 anni 6 su 100 dichiarano di non aver mai utilizzato internet nella propria vita, così come il 7% dei maschi laureati e addirittura una donna laureata su dieci.

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Dottori di ricerca, il dilemma della fuga all’estero

Reblogged from pagina99

Vale davvero la pena proseguire i propri studi attraverso un dottorato di ricerca? In un momento in cui il compimento della carriera accademica nel nostro paese è un miraggio, questa domanda se la fanno anche gli studenti più motivati. La Quarta Indagine annuale su dottorato e post doc dell’Adi (Associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani), dal 2008 al 2014 il numero dei posti per futuri dottorandi è sceso del 19%, e solo nell’ultimo anno il numero di corsi di dottorato attivati in Italia è passato da 1.557 a 919.

Un accesso sempre più difficile al livello più alto di istruzione lo conferma anche l’Ocse, che mostra come nel 2011 l’Italia sia stata al 21mo posto su 32 nazioni per percentuale di studenti che intraprendono il dottorato di ricerca.   Anche per chi riesce a vincere una borsa e ottenere il titolo, il percorso accademico è decisamente in salita, specie rispetto alla media europea. Secondo un recente dossier ISFOL sulla situazione occupazionale dei dottori di ricerca italiani del 2006 a sei anni dal conseguimento del titolo, uno su quattro dei residenti all’estero nel 2012, ha avuto o aveva in corso al momento dell’intervista un post-doc. Tra i rimasti in Italia la media non sale sopra il 12%. C’è da dire che ad aver fatto le valigie, per l’estero o per un’altra città italiana, non sono stati poi così in tanti. Quasi uno su cinque, e di questi solo in due hanno varcato la frontiera.

Ma se dentro l’Accademia il dottorato spesso non porta i benefici sperati in termini di realizzazione professionale, fuori dall’Università le cose sembrano andare decisamente meglio, e non solo per chi ha deciso di trasferirsi all’estero. Sempre secondo il rilevamento Isfol, che ha coinvolto quasi 10.000 dottori del 2006, su 100 PhD che nel 2012 partecipano attivamente al mercato del lavoro, soltanto due sono in cerca di occupazione, mentre il tasso di inattività è di circa il 5%.

Nel mercato del lavoro, “l’economia della conoscenza”, come viene definita dall’Europa, sembra pagare più della mobilità in sé e per sé. E a godersi i benefici di essere un PhD non sono solamente quelli che hanno deciso di varcare la frontiera, ma anche chi è rimasto in Italia. Certo, dipende da che vantaggio vogliamo considerare. Dal punto di vista del salario per esempio, chi nel 2012 viveva all’estero guadagnava molto di più. Un reddito medio annuo di 29.000 euro a fronte dei 20.000 in media di chi è rimasto in Italia.   A ben vedere però il dato negativo per gli “emigranti” si trova, e si tinge di rosa. Fra i dottori che nel 2012 vivevano all’estero – rileva sempre Isfol – la differenza fra il tasso di occupazione maschile e femminile è doppia rispetto a quella di coloro che sono rimasti in Italia. Al tempo stesso chi va all’estero fa più ricerca all’interno del proprio lavoro, e quest’ultimo è maggiormente attinente agli studi pregressi. L’85% dei residenti all’estero infatti svolge attività di ricerca nel campo in cui si è specializzato, contro il 63% medio dei colleghi italiani.

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Open Data: una sfida per l’ambiente

From Micron Arpa Umbria

Probabilmente fra cent’anni o magari
anche meno, nei libri di storia dei nostri
nipoti il termine Open Data comparirà
tra le parole chiave di questo nostro decennio.
Dati aperti, dati grezzi, dati crudi,
come vengono da più parti definiti,
Big Data, per utilizzare una locuzione
internazionale, sono senza dubbio nel
periodo che stiamo vivendo sinonimo
di rivoluzione culturale. Gli Open Data
sono infatti un modo di pensare alla
nostra società, la filosofia secondo cui
tutti i dati che vengono prodotti dalle
pubbliche amministrazioni e dagli enti
che sono mantenuti anche dalle tasse dei
contribuenti, devono essere resi pubblici
ai cittadini stessi in maniera libera e
aperta, per fare in modo che tutti possano
leggerli ma, soprattutto, riutilizzarli e
trasformare così questi dati in servizi per
la comunità.
Tra le due parole, Open e Data, la più significativa
è certamente la prima: Open,
che caratterizza il pensiero alla base di
altre comunità che fanno di questo termine
la propria bandiera, come l’Open
Source, che può essere tradotto come
“software aperto”, che offre la possibilità
ad altri programmatori di modificarne il
sorgente per migliorarne le prestazioni
in modo totalmente libero. Oppure l’Open
Access, cioè l’accesso libero a qualsiasi
contenuto di interesse pubblico, come
per esempio tutto il materiale prodotto
dalla ricerca scientifica

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Singapore: le due facce della macchina del progresso

Reblogged from datajournalism.it

Il 28 ottobre scorso molti media nel mondo riportavano la notizia di un cittadino malese di 29 anni, in prigione dal 2009 a Singapore per traffico di droga e condannato per questo alla pena capitale, avrebbe visto commutarsi la pena di morte in ergastolo dopo averne accertato disabilità mentale e depressione al momento del reato. Una nuova legge, infatti, ha da poco stabilito che i giudici hanno diritto di tramutare la pena di morte in ergastolo per i trafficanti di droga affetti da “anomalie mentali”. In poche parole chi risulta affetto da una qualche forma di depressione o simili si salva, altrimenti muore, o più precisamente viene impiccato all’alba del venerdì.

Ma questo non è che un esempio del fatto che in uno dei paesi considerati più sviluppati al mondo, vigono ancora oggi pene severissime per chi trasgredisce la legge. E non parliamo solo di pena di morte, ma anche di fustigazione, prevista anche per i minorenni. Un paese il cui sviluppo economico fischia da cinquant’anni come una locomotiva in piena corsa, ma che allo stesso tempo rivela un welfare che arranca e diritti umani e civili praticamente inesistenti. Ancora una volta a raccontarcelo sono i dati.

La vera tigre fra i quattro dragoni

Non vi è dubbio che Singapore, specie agli occhi dell’Occidente, sia oggi sinonimo di sviluppo economico, lavoro, prosperità. Singapore ha terzo PIL pro capite al mondo, che nel 2012 era parti a 60.000 dollari USA: più del doppio dell’Italia e quasi due volte la Svizzera e la Germania. Davanti solo Qatar e la discussa economia Lussemburghese. Singapore è l’unica fra quelli che negli anni Novanta venivano definiti i quattro dragoni asiatici – Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud e appunto Singapore – che oggi si trova ancora fra i primi cinque paesi al mondo per PIL pro capite.

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