No xe Smart Working, xe #MonaWorking

Cossa che no xe al Smart working, e parché me par pì #MonaWorking.
(Cose che ho visto in questi due mesi con amici e parenti che lavorano in fabbrica, in salsa veneta).

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare da casa, ma chi non aveva il wifi la chiavetta se la deve pagare da sé, come il telefono. “Però risparmi sulla benzina, quindi ok”.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare solo 4 ore al giorno da casa, ma poi pretendere che il lavoro venga finito entro la giornata, come quando si lavorano 8 ore –> alla fine lavori 4 ore gratis, perché hai paura che un giorno “se ne ricorderanno”.

Problema: se il lavoro che fanno in 3 persone per 8 ore al giorno viene fatto da 3 persone per 4 ore al giorno, di quante persone penserà di aver bisogno un’azienda finita la pandemia?

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare “smart” ma poi comunque la pausa la devi fare dalle 10 alle 10.15, iniziare alle 8 in punto e finire alle 17.

– Ho visto aziende chiedere ai dipendenti di lavorare come al solito, ma che essendo “smart working” per contratto non esistono gli straordinari. Pagati.

Ecco, sono solo alcuni esempi.

Ma – e al digo mi che fae smart working da 7 ani: vardé che Smart Working xe n’altra roba. Sto qua me par pì Mona working.
Smart working xe empowerment del lavoratore, xe formasion, xe laorar per progetto e organisarse ‘a vita fra de noi par far funsionar ‘e robe, xe che se ti laori de pi ti pago de pi anca si te se sentà sul cesso mentre che ti produsi de pì del pattuito, fioi!

Bon 1 magio!

E tu, hai esperienze di MonaWorking da segnalare? Puoi farlo su twitter con l’hashtag #MonaWorking o commentando il mio thread o su Facebook commentando il post.

Le risposte della scienza, il ruolo della politica e le domande dei giornalisti. Non tutti gli esperti sono uguali.

Mettiamoci nei panni di un cittadino che si siede la sera sul divano per cercare di aggiornarsi sulle ultime novità riguardo al prossimo futuro di convivenza con il COVID19. Il caos informativo ora come ora è inevitabile, sia per un aspetto quantitativo che qualitativo.

 Questo caos informativo lo crea la politica, ma lo creiamo soprattutto noi giornalisti quando scegliamo chi intervistare e che domande porre.Non stiamo parlando di malafede, ci mancherebbe, ma di scarsa esperienza nel fare informazione sul rischio e durante un’emergenza. Ci sono corsi di formazione sulla comunicazione in queste circostanze; ci sono linee guida internazionali (per esempio quelle OMS del 2018), progetti di ricerca di alto profilo (per esempio conoscete ASSET ?), tanta letteratura. Manca però la fase “traslazionale”, che porta tutta questa conoscenza nei percorsi di formazione e nei corsi di aggiornamento di chi poi si trova davvero a fare informazione in trincea “ai tempi del coronavirus”.

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Fase 2: serve adottare il modello “Veneto” nell’organizzazione della sanità?

L’approccio “community based” ha fatto la differenza. Ecco come queste misure si sono tradotte anche in una maggiore protezione degli operatori sanitari. Cosa significa un approccio Community based riferito al Veneto.
“Significa banalmente che all’inizio della pandemia in Veneto è stata adottata una sorveglianza attiva, cercando i casi sul territorio del primo focolaio senza aspettare che i positivi si presentassero dal medico o in ospedale alla comparsa dei primi sintomi. Il Veneto ha eseguito, in proporzione sulla sua popolazione, il doppio dei tamponi per l’accertamento di infezione della Lombardia, e addirittura un numero 2,7 volte maggiore nella prima settimana dell’epidemia.  L’articolo integrale su 24+, edizione premium del Sole 24 Ore.

 

Fase 2: quante persone possiamo incontrare? La matematica dei (non) congiunti

Il congiunto è mio, e me lo gestisco io. La questione che sta emergendo in questi giorni a proposito dell’annuncio del Governo di permettere le visite ai “congiunti” nella cosiddetta fase 2, solleva un aspetto importante, che non passa solo attraverso la definizione legale di chi siano i congiunti, ma di chi può decidere quali sono le persone che posso visitare. Il problema è che al momento l’abbiamo posta sul qualitativo e non sul quantitativo: lo Stato ha deciso arbitrariamente che possiamo visitare i familiari senza porre un limite numerico (sono ammessi i parenti fino al sesto grado, cioè i figli di cugini possono incontrarsi), ma non si possono vedere i non familiari.

Non fraintendiamo il problema: un criterio andava trovato, altrimenti non si riusciva a porre un limite al numero di incontri fra nuclei che abbiamo con fatica mantenuto per quasi due mesi in isolamento. Ma ci chiediamo: perché non un criterio quantitativo, basato per esempio sul poter decidere le tre, o cinque, persone che possiamo vedere in questa cosiddetta fase due?

Non servono grandi competenze statistiche per stimare che una persona con uno stuolo di fratelli e cugini (quindi che può entrare in contatto con n nuclei familiari) ha più probabilità di esporre la comunità a contagio rispetto a una persona che decide di vedere al massimo, poniamo, tre persone.

Inoltre, una persona che non ha (o non vuole avere) la famiglia vicino ma che magari conta su una rete forte di amici (ricordiamo che non ci si può spostare fra regioni) sarà penalizzata rispetto a chi vive una situazione più classicamente vittoriana, dove le relazioni reali sono “stabili”. Come nel curriculum famoso stilato da Wislawa Szymborska: “A prescindere da quanto si è vissuto il curriculum dovrebbe essere breve. […] Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati.”

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