ILVA: risanamento un anno dopo

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È passato un anno dal decreto che affidava per tre anni al commissario Enrico Bondi, amministratore delegato della società, e al sub-commissario Edo Ronchi, già Ministro dell’Ambiente, le sorti del risanamento ambientale dell’Ilva di Taranto. Sebbene non siano ancora stati completati gli interventi più costosi, quello che è emerso il 19 giugno scorso a Roma alla presentazione il dossier Il risanamento ambientale dell’ILVA dopo un anno di commissariamento, organizzata dalla fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, sembra chiaro: “L’Ilva è in via di risanamento ambientale – si legge nel comunicato stampa – ma per continuare servono risorse certe e sufficienti e poteri reali di commissariamento ambientale”.
Che cosa dunque è stato fatto in questo primo anno? E soprattutto, quali sono queste risorse di cui c’è bisogno per completare i lavori e dove si può attingere? “La situazione dell’Ilva oggi è incredibilmente migliorata – spiega Ronchi – ma due sono ancora i punti su cui dobbiamo lavorare: primo, necessitiamo di una disponibilità finanziaria complessiva di 550 milioni di euro entro il 2014 e di ulteriori 250 milioni entro la fine del 2015; secondo, servono poteri reali di decisione e di intervento di un Commissario per l’attuazione del DPCM”. Partiamo dalle buone notizie.
Come è emerso dalla Relazione sulla qualità dell’aria a Taranto nel 2013, resa nota dall’Arpa Puglia, tutte le stazioni della città hanno registrato un calo significativo delle medie annuali di Bap (Benzoapirene), una sostanza considerata cancerogena, portandole di molto al di sotto del valore desiderato, soprattutto nella stazione di via Machiavelli, dove si registravano i valori più alti di Bap nell’aria dell’intera area. Il valore si è ridotto infatti di 10 volte, arrivando a 0,18 nanogrammi/m3, dove l’obiettivo di qualità di legge è 1 nanogrammi/m3. Stessa tendenza si rileva anche per quanto riguarda gli IPA (idrocarburi policiclici aromatici), che compongono il particolato atmosferico.

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Industria alimentare: le Big10 campioni per emissioni di CO2

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L’impronta delle prime dieci multinazionali del “food and beverage” supera quelle di Norvegia, Svezia e Finlandia messe insieme. La sfida è contenerle senza penalizzare la filiera

Emettono più CO2 le dieci multinazionali dell’industria alimentare rispetto a Norvegia, Svezia e Finlandia messe insieme. Questo in sintesi quello che emerge dal recente report redatto dall’Oxfam chiamato Standing on the sidelines, secondo cui se i dieci marchi più influenti del mercato del Food&Beverage si costituissero in un solo grande stato, sarebbero il 25mo paese al mondo per emissioni di gas serra.

Associated British Foods, Coca-Cola, Danone, General Mills, Kellogg’s, Mars, Mondelēz Internazionale, Nestlé, Pepsico e Unilever, emettono infatti, secondo i dati riportati da Oxfam, ogni anno una media di 263,7 milioni di tonnellate di GHG, un dato significativo se pensiamo che secondo dati ISPRA l’Italia intera si assesta intorno alle 460 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.

Quello alimentare è un settore chiave per quanto riguarda le politiche climatiche del pianeta, e i cosiddetti Big10 con i loro 1,1 miliardi di dollari giornalieri di fatturato, hanno un peso significativo dal punto di vista del global warming e senza il loro contributo concreto gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto sono certamente più lontani. Secondo i dati Oxfam infatti, le emissioni di Co2 equivalente – che è stata fissata proprio dal Protocollo come “unità di misura” delle emissioni di GHG – il settore alimentare è responsabile di un quarto delle emissioni globali, e di questo 25% poco meno della metà è dovuto alla produzione agricola, un terzo circa al trattamento delle terre per uso agricolo e il quarto rimanente per l’energia che alimenta la catena del food system.

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