Mobilità sostenibile, il Sud è maglia nera

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Sono Viterbo, Sassari e Ragusa i tre capoluoghi di provincia italiani con meno km di piste ciclabili rispetto alla superficie comunale, mentre Carbonia, Imperia e Barletta chiudono la fila per quanto riguarda la presenza di trasporti pubblici.

Certo, non ha molto senso paragonare metropoli come Milano e Napoli alle piccola città, e inoltre la presenza di un servizio non implica che quest’ultimo sia efficiente, così come un servizio poco esteso può essere potenzialmente molto ben organizzato. Tuttavia qualcosa questi dati ce lo raccontano ugualmente: al sud mancano infrastrutture, specie nei piccoli centri.

Ancora una volta a raccontarci questi dati è il rapporto Urbes di Istat, pubblicato di recente, sulla base del quale abbiamo già raccontato (mettere link) nella scorsa puntata il meglio dell’Italia per quanto riguarda piste ciclabili, servizi alla mobilità sostenibile e aree pedonali.

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Ciclabili e aree pedonali, Padova è la migliore città d’Italia

Reblogged from Wired Italia

I dati Istat parlano chiaro: il nostro è un paese fortementedisomogeneo dal punto di vista delle infrastrutture per la mobilitàsostenibile, prime fra tutte le piste ciclabili, dove la distanza nord-sud si coglie a colpo d’occhio.

Anche se comprensivamente dal 2008 a oggi i km di piste ciclabilidei capoluoghi di provincia italiani sono passati da 13,6 a quasi 19 km su 100 km2 di superficie comunale, in molte province del sud infatti, tutto questo è ancora un miraggio

Le prime 10 città d’Italia per km di piste ciclabili nel 2013 sono tutte nel nord Italia, e anche fra le successive 10 fra le città sotto il Po troviamo solo Firenze.
Certo, è importante tenere in considerazione anche l’orografia del territorio e la struttura dei centri abitati, che non sempre permettono di utilizzare agevolmente la bicicletta, ma fatti salvi alcuni casi particolari, possiamo dire che è in particolare il nord-est a pedalare di più e soprattutto in condizioni migliori. In testa Padova, con 174,1 km per 100 km2 di superficie comunale, seguono Torino, Brescia, Modena, Mantova, Pordenone, Treviso, Bergamo e Bolzano.

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Open Data: una sfida per l’ambiente

From Micron Arpa Umbria

Probabilmente fra cent’anni o magari
anche meno, nei libri di storia dei nostri
nipoti il termine Open Data comparirà
tra le parole chiave di questo nostro decennio.
Dati aperti, dati grezzi, dati crudi,
come vengono da più parti definiti,
Big Data, per utilizzare una locuzione
internazionale, sono senza dubbio nel
periodo che stiamo vivendo sinonimo
di rivoluzione culturale. Gli Open Data
sono infatti un modo di pensare alla
nostra società, la filosofia secondo cui
tutti i dati che vengono prodotti dalle
pubbliche amministrazioni e dagli enti
che sono mantenuti anche dalle tasse dei
contribuenti, devono essere resi pubblici
ai cittadini stessi in maniera libera e
aperta, per fare in modo che tutti possano
leggerli ma, soprattutto, riutilizzarli e
trasformare così questi dati in servizi per
la comunità.
Tra le due parole, Open e Data, la più significativa
è certamente la prima: Open,
che caratterizza il pensiero alla base di
altre comunità che fanno di questo termine
la propria bandiera, come l’Open
Source, che può essere tradotto come
“software aperto”, che offre la possibilità
ad altri programmatori di modificarne il
sorgente per migliorarne le prestazioni
in modo totalmente libero. Oppure l’Open
Access, cioè l’accesso libero a qualsiasi
contenuto di interesse pubblico, come
per esempio tutto il materiale prodotto
dalla ricerca scientifica

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Amianto, mesoteliomi e Fibronit. I numeri della Lombardia

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La sentenza Eternit ha fatto giustamente rumore. Una decisione che il 19 novembre scorso ha cancellato in un secondo le speranze di chi esigeva che qualcuno pagasse per le numerose morti per asbestosi nella zona dove sorgeva quella che è stata da più parti definita la “fabbrica della morte”.
Eternit però non è certo un caso isolato. Di luoghi come Casale Monferrato in Italia ce ne sono altri, e uno di questi si trova nel pavese. Il paesino in questione è Broni, poco meno di 10mila abitanti, noto per aver ospitato dal 1932 fino al 1993 gli impianti della Fibronit, un’azienda leader nella produzione di cemento-amianto, seconda per dimensioni in Italia dopo Eternit. Attualmente anch’essa al centro di un processo che si sta svolgendo in rito abbreviato a carico di sette persone (l’ultima udienza si è svolta il 24 ottobre scorso) per presunto disastro doloso che avrebbe provocato nel corso degli ultimi 40 anni 433 morti per mesotelioma.

147 CASI CAUSATI DALLA FIBRONIT TRA IL 2000 E IL 2011

Ma mentre il processo va avanti, procedono anche le ricerche per quantificare con sempre maggiore precisione l’impatto della Fibronit sulla salute dei cittadini di Broni e delle aree limitrofe.
Nuovi risultati in questo senso arrivano dal Dipartimento di Medicina Preventiva della Fondazione IRCCSCa’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, in cui è attivo dal 2000 il Registro Mesoteliomi Lombardia (RML), situato nella storica Clinica del Lavoro “Luigi Devoto”, che ha recentemente valutato l’impatto della lavorazione del cemento-amianto della Fibronit in relazione alla frequenza di mesoteliomi, non solo tra i 3455 lavoratori di cui 714 donne, ma anche nei loro familiari e nella popolazione dell’area circostante.
Un totale di 147 casi registrati di mesotelioma maligno (138 alla pleura e 9 al peritoneo) nella zona di Broni dal 2000 al 2011, metà dei quali dovuti a contaminazione ambientale (non solo a Broni ma anche a Stradella), un quarto all’esposizione sul luogo di lavoro e un quarto in famiglia. Lo studio è stato pubblicato recentemente sulla rivista Environment International

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