«Il furto delle opzioni» di Vincenzo Agostini

La dedica che mi ha scritto Vincenzo regalandomi Il Furto delle Opzioni  (Nuovi Sentieri Editore, 2012) è la seguente:

«Per Cristina,
questa storia quasi sconosciuta che è quasi sempre la stessa storia».

Mi sembra davvero la descrizione più puntuale di questo libro, che si snoda intorno a un omicidio di cui fino alla fine non si conosce l’autore, ma che racconta di fatto un fenomeno reale della storia delle terre italiane ladine alla vigilia della seconda guerra mondiale, la storia delle Opzioni.

Una volta, avevo più o meno venti, ventidue anni, una persona a me molto vicina mi ha detto che ogni scelta che facciamo, anche piccola (si parlava in quel momento di scelte universitarie) in realtà ci chiude molte porte, e che anche se non scegliamo, solo invecchiando, le porte aperte sono sempre di meno. È banalissima come verità, ma a ventidue anni non ci pensi da sola.

In quel momento ricordo di aver immaginato la scena di Funny Face (quel bel film del 1957 diretto da Stanley Donen con Audrey Hepburn e Fred Astaire) quando una super Kay Thompson tanto Marlene Dietrich danza in una stanza con tante porte rosa intorno a lei sulle note di “Think Pink”.

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Ma forse sto divagando troppo.

Una storia che è quasi sempre la stessa storia. Quante volte nella vita siamo davanti a bivi, all’obbligo di optare, e quante volte ci rendiamo conto delle conseguenze di queste scelte? Nella maggior parte dei casi si tratta di opzioni personali, intime, non esplicitate forse neanche a noi stessi. Immaginiamoci che cosa può capitare quando, magari a distanza di anni, qualcuno voglia scoperchiare uno di questi vasi di pandora che riempiono magazzini della (nostra) storia.

Forse fa parte dell’anelito verso l’onnipotenza che l’umana natura manifesta da sempre. Voler dominare, sapere, chiarire, ordinare. Dare il nostro senso alle storie degli altri. “Dai a retta a me Sander, non è possibile conoscere la vita degli uomini nei dettagli, e questo vale sia per la vita singola che per quella collettiva di tutti quanti noialtri messi insieme; vale, ovviamente, anche per le nostre opzioni.”

E alla fine Sander è morto.

“Quello che importa, comunque, è il confine fra il peccato mortale e quello che peccato non è, la vera ragione per la quale Sander ha pagato a cari prezzo la sua opzione. Non averlo capito è stato l’errore dell’assassino di Sander, lo stesso che succede quando non si riesce a distinguere il confine che corre lungo le trincee che incavano le nostre montagne.”

“I fedeli, uno dopo l’altro, stavano avvicinandosi all’acquasantiera come se Dio li avesse convocati pretendendo da ciascuno la rinuncia a un futuro unitario, quello che una persona per bene dovrebbe perseguire, e va da sé che è l’unico futuro che una persona per bene dovrebbe perseguire. Grieg osservò meglio e vide uomini e donne senza alcun legame, sprovvisti di quel sentimento che fa da congiunzione fra le persone, quel nesso di varia intensità che, quando lo si abbandona, il posto se lo prende il terrore.”

Più di tre quarti dei musei non fa più di 10 mila visitatori all’anno

L’ultimo rapporto nazionale di Istat, nel capitolo riguardante i musei, fa un’affermazione piuttosto secca: “Diversamente dalle biblioteche, i musei italiani, pur distribuiti in tutto il Paese (più o meno in un comune su tre), non presentano ancora caratteristiche di sistema e non possono essere considerati ancora una rete nazionale matura.”

La ragione di questa diagnosi così dura in un paese come il nostro ricco di storia e cultura, sembra stare nel fatto che solo poco meno della metà delle 5 mila istituzioni museali aperte al pubblico (il 46% circa) fa parte di reti o sistemi organizzati con lo scopo di condividere risorse umane, tecnologiche o finanziarie. Solo il 57,2% dei musei ha inoltre rapporti formali di collaborazione e partenariato con altre istituzioni culturali del territorio, come progetti di ricerca e iniziative comuni con biblioteche, università, centri culturali, il 45% è inserito in accordi interistituzionali per la valorizzazione del territorio, e il 52% ha aderito, negli ultimi cinque anni, a reti o sistemi museali del proprio territorio.

Inoltre, se è vero che la cultura italiana (non i musei) attraggono i turisti da tutto il mondo, gli italiani ci mettono piede ben poco.

Il turismo culturale in Italia va poi a più velocità. In generale al sud i musei sono meno, più piccoli e meno in rete. Il nord conta 2303 fra musei, gallerie, aree archeologiche e reti museali, il centro 1418 e il sud 1255. Il Meridione si porta a casa il 20% dei visitatori annui a livello nazionale, poco più della metà rispetto al nord, mentre il centro da solo (si conti che ci sono Roma e Firenze) ospita la metà dei turisti annui. Infine, se nelle città del Centro-nord il 64,4% delle strutture ha dato vita a collaborazioni e partenariati formali con altre organizzazioni culturali nei centri urbani meridionali, meno del 27% delle istituzioni fanno parte di reti e meno del 33% dei musei e delle altre istituzioni espositive sono inseriti in sistemi museali locali.

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Le scuole collaborano in rete? Più al Nord ma in modo diverso

L’ultimo rapporto annuale di Istat  racconta un paio di aspetti della scuola italiana di cui si parla poco: quanto le scuole siano effettivamente in rete, associandosi per collaborare a progetti di vario tipo, e come si articola realmente la partecipazione delle famiglie alle attività scolastiche, anche in termini finanziari.

La peculiarità è che il nord batte ampiamente il sud quanto al fare rete per potenziare le attività di orientamento, di formazione degli insegnanti e di integrazione, ma nel Meridione pare si riesca a fare molta più rete con le famiglie, che sono molto più partecipi sopratutto nelle attività scolastiche, nel recarsi ai colloqui con gli insegnanti e nelle attività collegiali.

A livello nazionale, nel 2015, circa l’85 per cento delle scuole, dalle elementari alle superiori, partecipa ad almeno una rete, e il 17% di quelle del primo ciclo (elementari e medie) e il 25% di quelle del secondo (scuole superiori) dichiara di prendere parte a 5-6 reti. Il sud però sfrutta molto meno questo tipo di occasione rispetto al nord: una scuola su 5 non ha nemmeno una classe che partecipa ad almeno una rete, e un altro 50% dichiara di partecipare solo a 1-2 reti.
Come si evince dal grafico, il Meridione presenta valori molto al di sopra della media nazionale di scuole, mentre il nord-est, l’area geografica dove le scuole sono più attive in questo senso, mostra valori molto maggiori rispetto alla media nazionale di scuole che partecipano a più di 5 reti, e valori molto minori di le scuole che non partecipano ad alcuna rete.

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Ecco perché le biblioteche hanno ancora senso, specie per chi non ha studiato

Recenti dati Istat  in merito all’utilizzo delle biblioteche in Italia, fanno emergere due aspetti importanti: primo, in media solo il 15% delle persone con più di 6 anni – quindi includendo anche gli studenti di tutte le età – ha frequentato una biblioteca nell’ultimo anno e solo il 60% di essi, cioè l’8% circa degli italiani, prende in prestito libri; secondo, che il gruppo che più usa la biblioteca per il prestito di libri è quello di chi non ha nemmeno la licenza media.

Il 76,9% delle persone con licenza elementare che frequenta la biblioteca è solito prendere in prestito dei libri, mentre fra i laureati usa il servizio di prestito solo il 63% di essi. Al contrario, frequenta la biblioteca per leggere e consultare giornali il 17% dei laureati, il 10% dei diplomati, l’8% di chi ha una licenza media e appena il 2% di chi non ha titolo di studio.

Questo nonostante nel complesso siano minori fra chi ha un titolo di studio inferiore sia le percentuali di lettori che quelle di utilizzatori di biblioteche. Il 24% dei laureati frequenta la biblioteca, contro il 9% dei diplomati, il 4,5% di chi ha la licenza media e l’1,4% di chi non ha alcun titolo di studio. Un gap molto maggiore rispetto al numero di lettori per titolo di studio: legge libri l’88% dei laureati e il 30% di chi non ha alcun titolo di studio.

Interessante è anche osservare quanto leggono le persone e quanto usano la biblioteca a seconda del tipo di occupazione. Fra i maschi, la percentuale di lettori fra operai e disoccupati è del 5% rispetto alla percentuale di lettori fra dirigenti, quadri, impiegati e imprenditori: il 12%. Differenze tutto sommato non così marcate. Ma soprattutto a leggere poco e ad andare ancora meno in biblioteca sono le casalinghe: il 51% di loro legge, di cui meno della metà più di 3 libri all’anno, e il 6% frequenta una biblioteca.

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