L’impatto sociale dell’informatica è studiato oggi da antropologi, da sociologi, da qualche filosofo, ma di fatto poco indagato da chi questa scienza la sta portando avanti, cioè dai computer scientists. Le vicende legate a Facebook lo evidenziano molto bene: si tende ad analizzare un problema una volta emerso proponendo eventuali soluzioni “migliori”, invece di far camminare alla stessa velocità tecnologia e impatto sociale di quest’ultima.
Una proposta in questa direzione viene da Brent Hecht scienziato presso la Northwestern University di Evanston, nell’Illinois, che presiede il Future of Computing Academy (FCA), un gruppo di giovani leader nel settore, membro dell’Association for Computing Machinery (ACM) di New York City. Il nocciolo della sua idea è il seguente: la comunità di computer scientists dovrebbe modificare il proprio processo di peer review per garantire che i ricercatori rivelinoeventuali conseguenze negative sulla società del loro lavoro.
La FCA ha iniziato essa stessa a dare il buon esempio: il 17 luglio ha pubblicato una versione aggiornata del proprio codice etico, che era stato riformulato l’ultima volta nel 1992. Le nuove linee guida chiedono ai ricercatori di essere attenti a come il loro lavoro può influenzare la società, adottando misure per proteggere la privacye rivalutare continuamente le tecnologie il cui impatto cambierà nel tempo, come quelle basate sull’apprendimento automatico, il machine learning.
Quando è il migrante ad aiutare la prevenzione
Quando sono arrivato qui non pensavo che si parlasse un’altra lingua. Per me i bianchi parlavano solo in inglese e perciò ormai ero due volte straniero”. Così parla Manuel raccontando il suo viaggio. Una sofferenza che dal suo villaggio dove era sparita ormai anche l’energia elettrica, indispensabile per lui e per suo padre nel loro lavoro di saldatori, lo ha condotto in Italia, passando per l’inferno libico.
Ora Manuel è un po’ meno straniero e aiuta gli altri ragazzi del CAS (Centro di accoglienza straordinaria) in cui vive a sentirsi anch’essi un po’ meno vulnerabili. Manuel è infatti uno dei cinquanta ragazzi richiedenti asilo che hanno frequentato nell’ultimo anno una serie di seminar i di formazione sulla prevenzione (igiene e sicurezza alimentare, salubrità dell’acqua, danni da alcol e droga, vaccini, HIV e infezioni sessualmente trasmesse, diritti sanitari degli stranieri) organizzato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) sui temi sanitari, e che sono diventati a loro volta “docenti” di altri 2000 ospiti dei Centri di accoglienza romani. Un progetto intitolato “Scienza senza frontiere”, iniziato a dicembre 2017 e concluso il 28 giugno , pensato e voluto da Mirella Taranto, capo ufficio stampa dell’ISS, e sostenuto dai vertici dell’istituto e dai ricercatori che hanno aderito gratuitamente” racconta Mirella a L’Espresso.
Come i reati ambientali hanno rovinato l’Italia negli ultimi 10 anni. Tutti i dati
Negli ultimi 10 anni, dal 2007 al 2016, sono state intraprese oltre 53 mila azioni penali per reati connessi alla gestione dei rifiuti in Italia, a cui si aggiungono altri 25 mila procedimenti che sono stati archiviati. Sono invece 12 mila le azioni penali per reati connessi all’inquinamento delle acque reflue, più altri 5 mila procedimenti archiviati. A questi si aggiungono 745 procedimenti penali avviati per trasporto non autorizzato di rifiuti e altrettanti per traffico non autorizzato di rifiuti. Facendo i conti precisi significa un totale di 67.332 azioni penali intraprese e 31.761 procedimenti archiviati dall’entrata in vigore del Testo Unico Ambientale (TUA) nel 2006.
Sono i numeri allarmanti sugli illeciti ambientali contenuti all’interno del rapporto di Istat “I reati contro ambiente e paesaggio: i dati delle procure” pubblicato il 10 luglio scorso.
Solo nel 2016 si sono contate 5943 azioni penali intraprese (di cui 998 riguardanti le acque reflue e 4794 la gestione dei rifiuti) e più 4229 procedimenti archiviati (648 riguardo alle acque reflue e 3398 per gestione rifiuti). Un totale di oltre 10 mila violazioni del Testo Unico Ambientale solo nel 2016, un numero che è raddoppiato rispetto al 2007, quando se ne contavano 4774.
«Il Nichilismo» di Franco Volpi
Sul tema #stayhuman, concetto usato di questi tempi come stendardo, ma a mio modesto avviso poco approfondito, segnalo questo libretto dal titolo “Il Nichilismo” scritto da Franco Volpi (Laterza, 2009), un’interessante come introduzione per inquadrare il concetto di nichilismo e aiutare il lettore a capire un po’ di più come esso si declina nella nostra attualità.
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In particolare, dal capitolo su ‘Tecnica e nichilismo’:
«L’uomo è più che mai un animale precario.
Ma se la sua precarietà e la sua unicità reclamano una speciale vigilanza, volta a preservarlo, vien fatto di chiedersi: a che cosa può ancora attenersi lo spirito oggi in affanno e disorientato? Sussistono risorse di senso o energie simboliche ancora intatte per mantenere l’equilibrio nel vortice del nichilismo che la tecnica induce?
Ancora una volta: non occorre essere heideggeriani per ammettere con il maestro teutonico che è assai difficile, se non impossibile, ridare oggi un senso alla parola «umanismo». Non tanto, come egli asserisce nella Lettera sull’«umanismo», perché quest’ultimo rappresenterebbe un’esperienza dell’uomo non originaria, nata dalla traduzione della philanthropía ellenistica entro l’orizzonte epocale della romanitas. Bensì perché l’umanismo – e a maggior ragione l’«antropologia della
Lichtung» prospettata da Heidegger, in cui l’uomo è semplicemente dichiarato un problema senza soluzione umana – non garantisce nulla.
Nella generale impossibilità di ricette condivisibili, è forse possibile rifugiarsi in un’indicazione fragile, ma praticabile: quella di un atteggiamento senza illusioni che si prefigga di conservare l’uomo senza farne il centro dell’universo, la pratica – diciamo così – di un «umanesimo» non antropocentrico che si apra alla crescita tecnico-scientifica senza nostalgie per l’Immemorabile perduto, ma che non si sottoponga nemmeno docilmente all’imperativo della tecnica all’infuori di ogni regola. Un atteggiamento che pratichi un linguaggio di verità, senza catastrofismi né infondati ottimismi, e si metta alla ricerca di risorse simboliche per risignificare l’abitare dell’uomo sulla terra, radicandolo nella natura e nella storia. Insomma, un umanesimo che, di fronte al carattere asimbolico della tecnica, si sforzi di attivare il senso di responsabilità di cui l’umanità è in linea di principio capace.
Una cosa è certa. Se la tecnica è la magica danza che l’epoca contemporanea esegue, allora l’undicesima Tesi su Feuerbach di Marx non basta più. Non basta più cambiare il mondo, perché esso cambia anche senza il nostro intervento. Si tratta piuttosto di interpretare questo cambiamento, affinché esso non porti a un mondo senza di noi, a un regnum hominis privo del suo sovrano. Guidare tale interpretazione è uno dei compiti più urgenti di una filosofia della tecnica al nominativo.»